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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – 2011

Il Giro del Mondo in 30 Caffè è una rubrica speciale con la quale vi offriamo un’ampia panoramica dei principali temi geopolitici del 2010, cercando di capire che cosa è accaduto e quali potrebbero essere le prospettive per il 2011.
Come si sono comportati i principali attori della scena internazionale? Che progressi hanno fatto nell’affrontare le questioni più spinose? Come guardano all’anno venturo?
Per rispondere a queste e altre domande, eccovi il nostro personale “Outlook” per il nuovo anno, attraverso il quale vi portiamo in tutti i continenti fermandoci giorno per giorno, e per tutto questo primo mese del nuovo anno, in una diversa area del globo andando ad esaminare le principali questioni geopolitiche “sul tappeto”.

febbraio, 2012

  • 6 febbraio

    Acque pericolose

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Ancora oggi la pirateria, in particolare nelle acque di fronte al Corno d’Africa, costituisce una seria minaccia per il commercio internazionale. Le grandi portacontainer, così come le petroliere, che seguono la rotta che attraverso Suez e il Mar Rosso collega l’Asia e l’Europa devono far fronte al rischio costante di un attacco da parte proveniente da piccoli barchini guidati da pirati armanti di armi leggere. Le statistiche testimoniano una diminuzione del numero di attacchi, grazie all’adozione di contromisure di una certa efficacia, ma il problema appare ancora lontano da una definitiva soluzione. Soprattutto perché tale soluzione presuppone, secondo la maggior parte degli analisti, una sistemazione nella caotica situazione interna somala.   DATI INCORAGGIANTI – In generale il 2011 non è stato un anno fortunato per i fuorilegge dei mari. Per la prima volta da 5 anni le statistiche dell’International Marittime Bureau mostrano una diminuzione, per quanto modesta, del numero degli attacchi: 439 contro 445. Questa diminuzione del fenomeno è apparsa più consistente nel Mar Cinese, e al largo delle coste del Bangladesh mentre in controtendenza per quanto riguarda il numero di episodi rimangono l’area del Corno d’Africa, l’Indonesia e l’Africa Occidentale. Per quanto riguarda l’attività dei pirati somali­ – che tutt’ora rappresentano la minaccia più importante al commercio e alla sicurezza dei mari, con il primato di 237 attacchi nell’anno appena trascorso – è stata registrata anche una sostanziale diminuzione del raggio d’azione. Se infatti i pirati africani nel 2010 si spingevano con i loro attacchi fino in prossimità delle coste indiane, nel 2011 si sono mantenuti in zone più vicine alle loro basi operative. Questo cambiamento di strategia è indubbiamente una conseguenza della sostenuta attività di repressione intrapresa dalle forze navali indiane.   LE STRATEGIE DI RISPOSTA – Per quanto non sia …

marzo, 2011

  • 25 marzo

    Il difficile cammino da soggetto a oggetto

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – È in Iraq l'ultima tappa del nostro giro del mondo. Il 2011 vede un Iraq in parte rinnovato da elementi come la piena assunzione della sicurezza interna da parte delle forze nazionali, e per altri versi ancora interessato dalle problematiche che lo affliggono da anni, come l’instabilità interna, la frammentazione e la lotta per le risorse. Mentre tanti attori giocano parte delle loro politiche estere anche sull’Iraq, Baghdad tenta progressivamente di diventare più autonoma. Ma vi sono questioni che è arrivato il momento di affrontare, pena lo stallo. IL “NUOVO IRAQ” – E’ passato ormai un anno dalle ultime elezioni parlamentari dell’Iraq, quelle che avrebbero dovuto decidere quali sarebbero stati i nuovi equilibri del paese e dirci anche quale sarebbe stato, quindi, l’Iraq del 2001 e del futuro. Come era forse prevedibile, siamo invece ancora ad aspettare che tutti i ministri vengano nominati, dopo che abbiamo assistito ad uno stallo politico-istituzionale che è durato per mesi, prima che l’incarico di primo Ministro fosse nuovamente affidato a Nour al-Maliki (nella foto sopra), capo dell’esecutivo uscente. Si pensava che la vittoria a sorpresa dell’ex uomo forte di Baghdad Iyad Allawi, leader di Iraqiyya e a sua volta già Primo Ministro del paese post-Saddam, potesse determinare un cambio di governo. L’incapacità di giungere ad un accordo è stata però determinata dal mancato appoggio che Allawi avrebbe incassato dalle altre componenti politiche del Paese e questo, in mancanza di una maggioranza assoluta in parlamento della propria formazione politica, e senza interlocutori pronti a concedergli fiducia, ha portato nuovamente l’ago della bilancia a pendere per al-Maliki. Il vecchio che avanza, dunque? In realtà sembrerebbe che le cose, nonostante alcuni cambiamenti di facciata, non siano tanto diverse rispetto al governo precedente. La comunità politica sciita, se mai ci …

  • 23 marzo

    Buon anno, Afghanistan

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Si è festeggiato due giorni fa in Afghanistan il Nawroz, il capodanno sciita, una delle festività più sentite e in passato vietate dai talebani. Dopo un 2010 particolarmente cruento e segnato dalla ricerca, da parte della coalizione occidentale, di una rapida e indolore via d'uscita, questo nuovo anno nasce in equilibrio sul sottile filo di un termine ambiguo: transizione. Verso cosa? DA LISBONA A KABUL – …e poi via di corsa. Così potrebbe apparire il nuovo indirizzo politico che emerge nel 2010 in seno alla coalizione internazionale, al suo decimo anno di guerra. Tanti anni, tante vittime, ma soprattutto la concreta difficoltà di dire, oggi, cosa si possa considerare vittoria e cosa sconfitta. Al Qaeda praticamente è stata sradicata dal territorio: una vittoria, ma parziale, perché sacche di terroristi sopravvivono forti a cavallo dei confini col Pakistan e l'Asia Centrale. I Talebani incombono in tante zone del Paese, usano il solito terrore sulla popolazione, fanno guerriglia sempre dura ai nostri militari e intanto trattano in proprio con il governo centrale: sconfitta, ma parziale, perché il fronte talebano adesso è molto meno forte. Così si potrebbero elencare parecchi esempi di parziali vittorie e sconfitte, senza poter tracciare una chiara linea di demarcazione. D'altro canto, dopo dieci anni di combattimenti, i contorni si sfumano anzitutto agli occhi della popolazione che percepisce sempre più le forze militari straniere come occupanti anziché come protettrici, cerca la via della pacificazione nazionale con i Talebani anziché la loro estromissione dal Paese, comincia a maturare scontento verso il governo di Karzai. Ecco allora che diventa prioritario che Karzai, Talebani e militari stranieri chiariscano come e con che tempi intendano rapportarsi alla popolazione, ed è il Summit NATO di Lisbona in Novembre a trovare la chiave di questo riposizionamento: transizione. …

  • 17 marzo

    Non più unici decisori

    Il Giro del mondo in 30 Caffè – Con un’intervista a Mattia Toaldo, esperto di politica estera americana, facciamo il punto su come Washington sta guardando agli eventi del Maghreb di inizio 2011. Tra gli altri spunti, il tema wikileaks e il rapporto con l’Europa, da cui emerge un quadro che conferma la nostra cartina “al rovescio”: i rapporti sono tutt’altro che solidi, e – ci piaccia o no – una rappresentazione del mondo “atlanticocentrica”, con l’Europa in mezzo, appare quanto mai obsoleta   Mattia Toaldo ha preso un dottorato di ricerca a Roma Tre in Storia delle Relazioni Internazionali, studiando la politica di Reagan in Medio Oriente. Dal 2003 al 2006 ha scritto di economia per il Messaggero. Attualmente insegna politica italiana agli studenti americani dell’IES di Roma, svolge ricerche sul Medio Oriente e gli Usa presso il Geopec-CRS, scrive per Limes, Affari Internazionali, Quale Stato ed Aspenia. È uno dei fondatori di America 2012 ed è uno dei curatori del blog italia2013. Ha vissuto per vari periodi negli Stati Uniti tra la California, il Texas e Washington. A lui rivolgiamo qualche domanda relativa agli eventi delle ultime settimane, al polverone Wikileaks e al rapporto con l’Europa, da dove emerge che questa relazione non sta certo vivendo i momenti di maggiore solidità e unità.   Accantonata la dottrina della guerra preventiva voluta da Bush, l’amministrazione Obama si è da sempre orientata nel considerare l’uso della forza come ultima ratio.La politica estera statunitense è ancora ferma su questo indirizzo o sta cambiando qualcosa?   Ritengo che Washington non si muoverà da questo indirizzo. Ciò di cui si discute oggi non è certamente il ritorno ad una politica di attacchi preventivi bensì all’attuazione di una no-fly zone più simile alle politiche applicate negli Stati Uniti negli anni 90. La dottrina dell’attacco …

  • 15 marzo

    Qui il vento non soffia

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Il vento del cambiamento, quello che accompagna i grandi stravolgimenti in Medio Oriente e Maghreb, non è di casa a Gerusalemme e dintorni. Proprio dove tutti da tempo aspettano qualcosa di nuovo, sembra registrarsi una sorta di bonaccia, di immobilismo. Tra le ansie israeliane per gli avvenimenti che stanno modificando l’assetto regionale e le ipotetiche novità dal fronte palestinese, guardiamo ai possibili scenari di entrambe le parti. Con un’unica, amara certezza: una ripresa dei negoziati per il processo di pace è tutt’altro che all’ordine del giorno, e all’orizzonte non si scorgono grandi possibilità di cambiamento   FERMI TUTTI – È un po’ come passare tutta la notte svegli ad aspettare l’alba, e perdersela perchè il sole sorge dall’altra parte, alle tue spalle. A pensarci bene, da decenni guardiamo al Medio Oriente aspettandoci “il” cambiamento – l’accordo di pace tra Israeliani e Palestinesi, che sancisca la creazione dello Stato Palestinese – convinti che da questo scaturiscano stravolgimenti, sostanzialmente positivi, in tutta la regione. Seppur semplificando, sembra ora accadere il contrario: con differenti modalità, diversi Paesi, al di là dei noti casi di Tunisia, Egitto e Libia, tanto nel Maghreb quanto in Medio Oriente stanno vedendo fasi di rivolta con possibilità inaspettatamente concrete di mutamenti nel breve-medio periodo, proprio mente tutto o quasi sembra tacere sul fronte israelo-palestinese. Innanzitutto, una simile situazione pare dover far rivedere quella che per gran parte degli osservatori sembrava l’immensa forza centrifuga e centripeta di quest’arena, come se i destini della regione – e in alcuni scenari apocalittici, del mondo intero – dipendessero da quanto avviene tra Tel Aviv e Ramallah, mentre le sorti di diversi Paesi vengono decisi spesso da chi in questi ci vive, dalle questioni interne, prima che dagli scenari regionali o globali. È questo un …

  • 10 marzo

    L’Asia Centrale tra competizione e conflitto

    Il giro del mondo in 30 caffè – L’Asia Centrale è una delle regioni meno integrate nel sistema internazionale. Tuttavia, la ricchezza di risorse energetiche di Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan e la loro posizione geografica, hanno reso questi paesi sempre più interessanti per i grandi attori del sistema internazionale, che corteggiano quest’area in cerca di vantaggi   SCARSA INTEGRAZIONE REGIONALE: COMPETIZIONE E CONFLITTO – Sorti dalle ceneri dell’URSS, i paesi dell’Asia Centrale hanno fallito nell’amministrare in modo autonomo ciò che prima era sotto il controllo centralizzato di Mosca. Durante il 2010 non si sono verificati passi significativi per una maggiore integrazione regionale dell’area e le relazioni tra i vari attori continuano a correre sul filo della competizione e talvolta dello scontro piuttosto che su quello della cooperazione. Una più articolata integrazione gioverebbe senz’altro a questi stati che avrebbero così un maggior peso come attori nel panorama internazionale e potrebbero trovare soluzioni condivise a problemi comuni come il terrorismo islamico e la gestione delle scarse risorse idriche. Nel corso del 2010, infatti, proprio la gestione delle risorse idriche ed energetiche ha fomentato rapporti conflittuali tra Uzbekistan e Kirghizistan e Tagikistan e il terrorismo islamico che affligge l’intera regione occupata da questi tre paesi ha creato problemi soprattutto in Tagikistan dove, in agosto, l’evasione dalla prigione di Dushanbe di alcuni terroristi ha provocato scontri che hanno portato alla morte di un numero imprecisato di vittime. Inoltre, non va sottovalutata la tensione etnica che sussiste tra i vari popoli, che in giugno ha scatenato pesantissimi scontri tra uzbeki e kirghisi nel sud del Kirghizistan, scatenando un afflusso di massa di profughi uzbeki verso l’Uzbekistan e un inasprimento delle relazioni tra i due paesi. Lo stato che emerge tra gli altri è comunque l’Uzbekistan – potenza regionale demografica e militare – che …

  • 9 marzo

    Conti in sospeso sul 38esimo parallelo

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Le tensioni che hanno fatto temere per la ripresa delle ostilità tra le due Coree nel 2010 sono indice di una frattura geopolitica che, dopo sessant’anni, ancora non è stata rimarginata. Andiamo dunque a vedere quali sono le prospettive per il conflitto tra Pyongyang e Seoul, che potrebbe giungere ad un punto di svolta per il ruolo fondamentale che potrebbe essere giocato da Mosca e Pechino.   UNA FERITA APERTA – La Guerra Fredda è un ricordo lontanissimo, eppure quel 38° parallelo, storica linea di demarcazione tra Corea del Nord e Corea del Sud, continua ad imporsi all’attenzione della comunità internazionale come una ferita aperta. Impossibile trascurarlo se si vogliono comprendere appieno le dinamiche strategiche di quest’angolo di mondo che chiamiamo Estremo Oriente. A ricordarcelo, ancora una volta, è stata Pyongyang, con una serie di  provocazioni (o dovremmo dire minacce?) avvenute pochi mesi fa.   L’affondamento del Ch’onan e il bombardamento di Yonp’ yong Island hanno fatto tremare Seoul, che si è trovata di nuovo di fronte al cosiddetto “vecchio nemico”. Aggettivo decisamente inadeguato, dato che, a pensarci bene, in questa vicenda non c’è proprio nulla di “vecchio”.   Al di là della prevedibile condanna giunta da Washington, Tokyo e Seoul, è interessante analizzare le posizioni degli altri due protagonisti dello scacchiere geopolitico est-asiatico, ovvero Pechino e Mosca.   Posizioni estremamente diverse tra loro, che sembrano indicare nuove tensioni e nuove aperture, invitandoci a mettere da parte i nostri giudizi pre-confezionati e quella sensazione di “già visto” che non appartiene affatto a quest’ultima crisi coreana.   LA SCELTA DI PECHINO – Se è vero che la divisione delle Coree è un retaggio di un ordine delle relazioni internazionali che ormai non esiste (quasi) più, è altrettanto vero che gli eventi dello scorso …

  • 4 marzo

    Il gigante economico e il nano politico

    Il Giro del mondo in 30 Caffè – Facciamo in breve il punto sul precario stato di salute dell'Unione Europa. Il 2010 europeo ha evidenziato le fragilità di gestione della crisi economica e le evidenti difficoltà di coordinamento emerse tra le diverse anime dell’Ue. L'Europa “gigante economico” sembra mostrare segni di fragilità, e l'Europa “nano politico”, come in preda a una sindrome di Peter Pan, sembra non voler crescere mai. 2010, TUTTO IN SALITA – Le difficoltà economiche delle cosiddette “piccole d’Europa” hanno pesantemente contribuito nel conferire un segno negativo al 2010 dell’Unione. Circa un anno fa, infatti, abbiamo assistito al collasso economico della Grecia (tuttavia ampiamente annunciato) e all’innescarsi di un acceso dibattito sulle modalità d’intervento e di sostegno che ha visto Germania, Francia e Gran Bretagna contendersi il ruolo di paese guida all’interno del processo di decision making relativo alla crisi. Bce e FMI attingendo lautamente alle rispettive risorse hanno erogato una cifra pari a circa 110 milioni di euro, un airbag finanziario necessario per agevolare la ripresa dei conti ellenici ed infondere nuova linfa vitale nei mercati pesantemente sfiduciati. Successivamente, questo pacchetto di aiuti è stato riproposto, seppur con cifre sensibilmente inferiori, in favore dell’Irlanda,  secondo paese membro a farne ufficialmente richiesta. Il vento della crisi finanziaria ha portato sul continente europeo anche una certa dose d’instabilità politica, con alcune debacle elettorali di un certo rilievo. La Gran Bretagna dopo anni di egemonia laburista, fatto raro in una democrazia maggioritaria che dovrebbe prevedere facilità di alternanza tra maggioranza ed opposizione, ha visto in faccia prima lo spettro dell’ingovernabilità e poi la nascita di una coalizione governativa inedita tra conservatori e liberaldemocratici. Nella Germania federale, la coalizione di governo guidata da Angela Merkel, in forte calo di consensi, ha perso una regione chiave come il Nord Reno – …

febbraio, 2011

  • 25 febbraio

    Come stanno i Balcani

    Il giro del mondo in 30 caffè – Mentre il progetto di Unione Europea vive uno dei momenti più difficili, scontando le difficoltà derivanti dalla crisi economica e un’empasse del cammino di integrazione delle istituzioni, c’è ancora una parte del vecchio continente in cui il percorso d’avvicinamento a Bruxelles rappresenta la via maestra. I Balcani occidentali sono ancora oggi in bilico tra un passato recente drammatico, le cui conseguenze si fanno ancora sentire, e un futuro, ancora incerto, determinato dall’ingresso nella comunità che riunisce gli Stati europei. In maniera ovviamente sintetica, cerchiamo di tracciare lo stato di salute della regione I BALCANI CHIAMANO L'UE – La politica, interna ed estera, degli stati dell’area balcanica è influenzata in maniera determinante dalle posizioni relative in quello che è chiamato il processo di allargamento dell’Unione. Praticamente tutti i governi dell’area guardano a Bruxelles nella speranza che il Parlamento Europeo giudichi favorevolmente le iniziative intraprese per favorire la stabilità economica e delle istituzioni, lotta alla criminalità e alla corruzione e tutela dei diritti umani. Da diversi anni gli organi comunitari hanno richiesto ai governi locali importanti passi avanti in queste materie, come condizione per l’avviamento ufficiale dei processi di adesione alla comunità. Gli esecutivi nazionali hanno quindi intrapreso importanti processi di riforma il cui cammino è spesso ostacolato da dinamiche che rimandano alla recente e drammatica storia della regione. SERBIA: TRA MOSCA E BRUXELLES – Belgrado, ad esempio, sotto la guida del premier Boris Tadic ha imboccato convintamente la strada che porta a Bruxelles, ma la via è ancora oggi incerta e piena di ostacoli. Uno degli ostacoli più difficili da superare, riguarda la questione dei criminali di guerra da consegnare al tribunale internazionale dell’Aja. Grandi passi in avanti in questo senso sono stati fatti con la consegna alla Corte Internazionale di Milosevic e …

  • 21 febbraio

    Dove non arriva l’economia…

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – … può arrivare il diritto? Il colosso cinese sembra pronto a prendere in mano le redini dell’economia mondiale, ma a che punto è il suo impegno sul fronte dei diritti fondamentali? Al di là di aspettative e timori, la lunga e tortuosa strada del rispetto dei diritti umani appare come una delle più grandi sfide per la Cina del XXI secolo. LA LUNGA MARCIA DEI RENQUAN –  Il conferimento del premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo, promotore del movimento “Charta 08”, ha riacceso i riflettori sul dibattito dei diritti umani in Cina, e lo ha fatto in un momento storico cruciale. Oggi la Cina è protagonista indiscussa della scena politica ed economica mondiale, grazie alla sua crescita strabiliante e al suo sempre maggiore coinvolgimento nei forum internazionali, dalle Nazioni Unite alla World Trade Organization. Pechino e la sua policy sono ormai sotto gli occhi del mondo, ed è diventato impossibile per i leader cinesi nascondere le tensioni tra un’economia robusta e una struttura giuridica di tutela dei diritti piuttosto debole. Proprio da questa debolezza nasce Charta 08, un grande appello alla libertà d’espressione, al rispetto dei diritti fondamentali e alla democrazia, tutti temi scottanti che da anni compaiono nell’agenda degli attivisti cinesi. Eppure nella Cina di oggi i cittadini godono di un’autonomia individuale che non ha precedenti nella storia millenaria del paese e la nozione di ‘diritto’, base insostituibile per parlare di inviolabilità dei diritti umani, sta iniziando ad entrare a far parte della prassi delle leggi e dei tribunali dello stato. Se fino agli anni Settanta la legge era il libretto rosso di Mao e i processi erano condotti in modo totalmente arbitrario dalle Guardie Rosse, oggi l’ideologia è tramontata per lasciare posto alla legalità. La rivoluzione silenziosa di …