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Caffè 150

Centocinquant’anni di politica estera Quali prospettive per una geopolitica italiana?

La ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità Nazionale rappresenta un’occasione per guardare alla storia recente del nostro Paese e, imparando a conoscerla, capire come eventi e dinamiche del passato abbiano determinato e potranno determinare l’identità internazionale italiana. In particolare, Il Caffè Geopolitico si propone di analizzare la storia delle relazioni internazionali dell’Italia, dal periodo pre-unitario ai giorni nostri, per raccontare l’evoluzione della geopolitica italiana.

Il progetto si prefigge infatti l’obiettivo di rispondere ad un quesito che, partendo dal passato, guarda al futuro: come nasce e a cosa dovrebbe puntare la nostra politica estera?

Studieremo i temi ed i periodi storici che hanno segnato l’evoluzione dell’Italia come Paese e come attore sulla scena internazionale, raccontandone alleanze, rapporti, personaggi di spicco. Come si è mosso il nostro Paese sullo scacchiere internazionale? Come gli altri Stati hanno guardato all’Italia durante questi 150 anni? Come la nostra storia, la nostra esperienza di Stato, hanno determinato la nostra posizione internazionale attuale?

Il progetto si articolerà attraverso la produzione di articoli e saggi, strutturati in due fasi: la prima fase punterà ad approfondire il periodo a cavallo dell’Unità, per fare una sintesi delle principali dinamiche geopolitiche pre-unitarie. Questo servirà ad identificare i primi passi delle relazioni internazionali dell’Italia come Paese unito, evidenziando come sono cambiate le relazioni con l’estero passando da un contesto di frammentazione territoriale ed istituzionale (sintetizzando i principali legami dei singoli Regni italiani), a quello unitario. La seconda fase del progetto sarà invece dedicata allo studio delle tappe fondamentali nella creazione dei legami internazionali dell’Italia durante il Novecento. Questa fase avrà il duplice scopo di evidenziare, da una parte, quali siano e da dove nascano i legami internazionali “storici” del nostro Paese e, dall’altra, di tracciarne l’evoluzione per tappe fondamentali.

Il risultato finale consisterà in una raccolta strutturata di articoli che consenta di conoscere le basi delle relazioni internazionali dell’Italia, spiegando per grandi linee perché oggi “siamo dove siamo”: alleanze, aree geografiche e settori di interesse e, soprattutto, prospettive auspicabili.

Con l’e-book del Caffè diciamo ancora: ‘Viva l’Italia!’

E’ passato un anno dal 150esimo anniversario dell’Unità Nazionale. Nel corso del 2011 vi abbiamo proposto la storia a puntate della politica estera del nostro Paese attraverso la rubrica “Caffè 150”. Da domani, sabato 17 marzo, potrete scaricare gratuitamente dal nostro sito l’e-book riunisce e riorganizza l’intero speciale. Un regalo per voi lettori che è anche un altro passo in avanti per il gruppo del Caffè Geopolitico. Continuate a seguirci, nei prossimi mesi seguiranno tante altre importanti novità   UN ANNO FA – Il 17 marzo di un anno fa iniziavano in tutto il Paese le celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Anche il Caffè Geopolitico non è stato da meno e ha voluto offrire il suo piccolo, personale contributo, attraverso una serie di articoli speciali che vi hanno accompagnato per diversi mesi lungo tutto il 2011. Con “Caffè 150” vi abbiamo raccontato la storia italiana da una prospettiva diversa dalle altre, analizzando le tappe principali della politica estera nazionale. Dalla Prima Guerra di Indipendenza alla Missione Unifil in Libano abbiamo cercato di offrirvi un resoconto esaustivo ed approfondito delle vicende che hanno contribuito a connotare la geopolitica italiana, senza però rinunciare al nostro consueto stile accessibile e snello.   OGGI – Un anno dopo, puntuali, eccoci qui con una sorpresa che speriamo faccia piacere a voi lettori, che ci seguite sempre più numerosi e con costanza. “Caffè 150” è stato raccolto e riorganizzato ed è diventato il nostro primo e-book, scaricabile gratuitamente in formato pdf dal nostro sito a partire da domani, sabato 17 marzo. L’e-book “Caffè 150” si articola attraverso la produzione di articoli e saggi, strutturati in due fasi. La prima fase punta ad approfondire il periodo a cavallo dell’Unità d’Italia, per fare una sintesi delle principali dinamiche geopolitiche pre-unitarie. Questo serve ad identificare i primi …

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Le rette parallele

Stato e Chiesa: un rapporto che ha rappresentato una costante ineludibile della politica, non solo interna ma anche estera, della storia italiana. In questo articolo ne ripercorriamo le tappe principali: dalla rigida opposizione del Vaticano al neonato Stato italiano dei primi decenni alla riconciliazione durante i primi anni del Fascismo, che portò alla stipula dei Patti Lateranensi, fino agli sviluppi più recenti dei papati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ecco come la Chiesa ha di volta in volta supportato oppure osteggiato le scelte della politica estera nazionale   UN INIZIO DIFFICILE – Nella storia dei rapporti tra la Santa Sede e l’Italia a partire dal 1861, si può individuare una prima grande fase dominata dalla “Questione Romana” (vedi “Un chicco in più”), che si conclude con la stipula dei Patti Lateranensi nel 1929. Nei primi decenni dell’Italia unita la legislazione anticlericale del governo, da una parte, e il non expedit (ovvero il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica nazionale, stabilito da Pio IX nel 1874) dall’altra, aumentano la distanza tra il “paese reale” (il popolo) e il “paese legale” (le istituzioni). Per quanto riguarda la politica internazionale, la Santa Sede – privata definitivamente di ogni sovranità territoriale nel 1870 – è alla ricerca di una sponda europea che possa appoggiare le sue rivendicazioni. A questo proposito Leone XIII (1878-1903) mostra inizialmente di appoggiare la politica favorevole alla Triplice Alleanza espressa all’interno della Curia romana dal cosiddetto “nucleo tedesco”, guidato da mons. Luigi Galimberti. Si tratta di una politica “evoluzionista”, che mira ad ammorbidire la posizione dell’Italia facendo leva sui rapporti internazionali di quest’ultima. La fine del Kulturkampf (vedi “Un chicco in più”) in Germania è il risultato più importante di Galimberti e dei suoi collaboratori, ma con l’arrivo del nuovo segretario di Stato Mariano Rampolla …

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Potenza di pace (2)

Proseguiamo la nostra analisi delle missioni di pace a cui ha partecipato l’Italia negli ultimi anni, dedicandoci in particolare agli interventi che vedono le nostre Forze Armate protagoniste in Afghanistan e in Libano, attraverso la missione UNIFIL-2. Tale strumento militare, la cui efficacia non può essere negata nonostante esistano diverse problematiche, costituisce una caratteristica fondante della politica estera nazionale. Non è un caso se i nostri soldati sono apprezzati dalle popolazioni coinvolte e contribuiscono a fornire un’immagine positiva del nostro Paese all’estero   (Seconda parte) UN BILANCIO DI QUESTI DIECI ANNI – Nonostante il costante riconoscimento estero del nostro impegno militare in Afghanistan, come in Libano (sembrerebbe quasi che i nostri soldati siano i soli in grado di procacciarci un po’ di complimenti fuori dai confini domestici), è tuttavia chiaro che il bilancio decennale del nostro coinvolgimento in questa missione sconti il fallimento – oggettivo, palese e drammatico – delle più generali strategie NATO susseguitesi in questi 10 anni. La sostanziale incapacità nel favorire la transizione nel controllo della sicurezza da ISAF alle forze armate afghane, l’inadeguatezza del cosiddetto “comprehensive approach” (che, nella pretesa di coniugare aspetti politici, economici e militari trova in realtà molti ostacoli nel conciliare le tre sfere) la mancata realizzazione di un sistema politico-istituzionale locale e, negli ultimi mesi, il moltiplicarsi di attentati contro i contingenti stranieri non solo ci offrono un quadro negativo dell’operato di ISAF ma sanciscono il fallimento più profondo della dottrina che ha ispirato la missione “Enduring Freedom” e delle modalità con cui essa è stata condotta: da una parte, infatti, ci troviamo ricondotti nel solco del navigato dibattito sulla democrazia come bene “esportabile” e dall’altra, ancor più gravemente, siamo inevitabilmente posti di fronti alla crisi della “missione di pace”. Se osserviamo, infatti, la casistica delle missioni militari negli ultimi vent’anni, ogni …

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Potenza di pace (1)

Torniamo ad analizzare il ruolo del nostro Paese nelle missioni di pace internazionali. Per comprendere le motivazioni strategiche della costante e cospicua partecipazione dell’Italia della seconda repubblica nelle cosiddette “missioni di pace” e di quelle di lotta al terrorismo – storicamente le meno comprese e più vituperate dall’opinione pubblica – si deve forse fare lo sforzo intellettuale di figurarsi l’Italia nell’ambito dei players mondiali e il ruolo che il nostro paese ha giocato – o ha quantomeno ambito a giocare – nel sistema internazionale degli ultimi vent’anni   (Prima parte) UNA “NUOVA” POLITICA ESTERA – Con la fine della Guerra Fredda, la vittoria del liberalismo e la spiccata auto-referenzialità dell’Occidente nel farsi garante di un ordine globale votato alla diffusione della stabilità e della democrazia hanno imposto a quegli stati che avevano scelto, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, di cavalcare questa specifica “idea di mondo” una radicale riformulazione delle loro prerogative: definire la propria collocazione internazionale, proiettare potenza oltre i confini nazionali e acquisire credibilità tra gli attori globali è andato progressivamente a coincidere, nell’ultimo ventennio, con la capacità di orientare la propria politica estera verso le aree geopolitiche instabili al fine di “fornire sicurezza” e garantirne il mantenimento.   L’ITALIA SI ADEGUA – Se ripensiamo agli anni ’90, è in questa chiave che dobbiamo leggere l’attivismo internazionale italiano in Somalia, Bosnia, Albania e Kosovo: esso ha risposto, in altri termini, alla primaria necessità per l’Italia di integrarsi nel nuovo sistema globale e di farlo, non sotto le vesti di chi asseconda per inerzia il mutamento sistemico, ma con la specifica ambizione di esserne, in certa misura, promotrice. La primazia di questo obiettivo strategico negli ultimi due decenni è stata, d’altra parte, tanto forte da appiattire nella sostanza le divergenze in politica estera tra i governi di destra e di …

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A tutto gas

Continuiamo il nostro viaggio nella politica estera nazionale affrontando il tema dell’energia. La sicurezza energetica, ovvero la disponibilità di energia a prezzi ragionevoli, è di nuovo in cima all’agenda dell’UE e dei governi nazionali. L’Italia non fa eccezione, anzi, è in prima linea nella creazione di strategic partnerships con i paesi produttori ed esportatori. Vediamo dunque cosa vuol dire “sicurezza” per il nostro paese al tempo della crisi finanziaria globale e dell’entrata in scena del colosso Cina   PARTNERSHIPS ALL’ITALIANA – Due caratteristiche definiscono la sicurezza energetica: l’availability (disponibilità di risorse e assenza di un reale rischio di major disruption) e l’affordability (accesso all’energia a prezzi ragionevoli, per le imprese così come per i cittadini). Il tramonto dell’era bipolare, la crescente volatilità dei prezzi delle materie prime, la concorrenza internazionale per l’approvvigionamento di energia e un notevole aumento della domanda hanno fatto sì che, negli ultimi anni, i contorni di availability e affordability diventassero sempre più incerti, anche per il Belpaese. L’Italia, che importa circa l’84% del proprio fabbisogno energetico, è tutt’altro che autosufficiente, ed è costantemente a caccia di soluzioni di import favorevoli. In particolare, è il gas naturale a farla da padrone nel nostro mix energetico, ed è dunque opportuno domandarsi quale sia la “via italiana” all’oro blu, in un mercato dominato da ostacoli tecnici (obbligatorietà del trasporto via gasdotto) e intrecci squisitamente politici (disponibilità dei paesi produttori quale condizione necessaria per investimenti e infrastrutture). In questo quadro, la relazione Roma-Mosca si pone come un chiaro esempio di partnership all’italiana: la dimostrazione pratica di come la corsa al gas sia una partita che si gioca nel campo della politica, ancor prima che in quello dell’economia. Le “affinità” tra Italia e Russia non sono certo un mistero, e in questa sede è bene ricordare come esista un binario energetico …

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Stretta tra Francia e Germania

Oggi come allora. Al di là delle fatiche interne, l’Italia ha sempre cercato di trovarsi, con alterne fortune, uno spazio autonomo in un’Europa dove comandavano i giganti Francia e Germania. Un discorso attuale adesso come al tempo della nascita della Comunità Europea. Per capire l’origine di tali dinamiche, eccovi questo “flashback” del nostro speciale sulla storia della politica estera italiana, relativo al ruolo, i successi e le fatiche del nostro Paese all’inizio della storia dell’Europa unita   EUROPA UNITA? – Nel 1946, nella città tedesca di Colonia, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schumann – il Ministro degli esteri francese dell’epoca, – s’incontrano nel contesto di un vertice cristiano democratico europeo. Mentre espongono gli ideali democristiani gettano anche le prime basi di un’Europa unita. L’Italia, grazie in parte al peso di uno statista quale De Gasperi, fa parte del nucleo che ha inizialmente dato vita all’odierna Unione Europea. É fra i paesi firmatari del trattato CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), che unifica la produzione di carbone e acciaio, e del trattato CEE, che nel 1957 -proprio a Roma (foto sotto) – sancisce la data di nascita del progetto europeo. Non per questo però l’Italia è stata un protagonista di peso della politica europea ai suoi albori. Questa infatti rimane ampiamente sottomessa alla volontà di Francia e Germania. L’asse franco-tedesco ha rappresentato, un tempo come oggi, il motore della vita politica ed economica dell’Unione.   LA PAURA IN ARRIVO DALL’EST – Peraltro, l’integrazione era un dato di fatto allora più lampante di quanto si possa credere. Nel 1948 gli Stati Uniti impongono la creazione dell’OECE (Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica) per coordinare la gestione del piano Marshall i cui fondi sono destinati a ricostruire l’Europa distrutta dalla guerra (e rilanciare l’economia americana). La ricostruzione, inoltre, ha bisogno, …

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Peacekeeping all’italiana

Negli ultimi decenni si è fatta strada una nuova modalità di utilizzare le Forze Armate da parte degli Stati, ovvero quella di prendere parte alle cosiddette “missioni di pace”, volte a stabilizzare un Paese appena uscito da un conflitto. L’Italia ha sfruttato questa modalità in maniera incisiva, facendone una delle peculiarità più riconosciute della propria politica estera. Dal Congo al Libano, ripercorriamo le tappe principali cercando di sottolineare i punti di forza e di debolezza del peacekeeping nostrano   TRE VIE, UN SOLO PAESE – Novembre 1961. Nella città di Kindu, in Congo, 13 aviatori italiani muoiono in una missione umanitaria sotto l’egida dell’ONU. È forse la prima operazione di peacekeeping tradizionale che vede l’Italia impegnata direttamente. Inverno 2006. L’allora Presidente del Consiglio, Romano Prodi, annuncia il ritiro del contingente Italiano dall’Iraq, ossia la fine della missione di pace Antica Babilonia. L’Italia – come quasi tutti gli alleati ad eccezione di Inghilterra e Polonia – aveva scelto di affiancare gli Usa solo dopo la fine delle operazioni per la caduta di Saddam, inviando i propri soldati in Iraq nel 2003 insieme, tra gli altri, a Spagna, Australia, Olanda e Corea del Sud. Il ritiro delle truppe italiane avviene dopo quello di Spagna e Olanda, rispettivamente precedenti di uno e due anni. Estate 2006. L’Italia annuncia l’invio di 3000 uomini in Libano per una missione di pace successiva al cessate il fuoco, candidandosi di fatto come guida e promotrice della missione UNIFIL-2. L’intraprendenza dell’Italia trascina nella missione altri alleati europei, la Francia su tutti, preoccupati di lasciare a Roma un capitale di credito politico troppo ampio in un’area tanto cruciale del mondo. Delineate in una maniera forse troppo rude, ecco le tre vie italiane al peacekeeping, che corrispondono alle tre facce di politica estera esibite dal nostro paese negli ultimi 50 …

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Quale politica nel ‘Mare Nostrum’?

Era il 1995 quando, a Barcellona, veniva lanciato il Partenariato euro-mediterraneo (PEM). Quanta strada abbiamo fatto da allora? A che punto è il dialogo tra le due sponde di quello che fu, un tempo, il Mare Nostrum? Senza avere la presunzione di ricostruire tappa per tappa l’intero percorso volto a stabilire una politica multilaterale nel Mediterraneo, proviamo a chiarire alcuni punti fermi e illuminare qualche zona d’ombra in materia di cooperazione euro-mediterranea. Provando ad incoraggiare il nostro Paese verso una politica aperta che guardi sinceramente verso Sud   UN QUADRO POLITICO-ISTITUZIONALE ALL’OMBRA DI BRUXELLES – Tutto iniziò quando, nel 1972, l’allora CEE inaugurò la “Politica mediterranea globale”, applicando uno stesso modello di Accordo di Cooperazione ad una serie di partner sud-mediterranei. La modalità era puramente bilaterale, e il rapporto che veniva a configurarsi dopo ogni singolo accordo legava direttamente la CEE e il partner attraverso un impegno a cooperare, soprattutto economicamente. Alla fine degli anni Ottanta, i tempi divennero maturi per introdurre alcune novità nella politica euro-mediterranea, e ampliare la lista degli obiettivi della cooperazione. Non solo economia, commercio e finanza, ma anche democratizzazione e diritti umani, attraverso la nascita di quella cooperazione che i tecnici chiamano decentrata e che gli attivisti chiamano “dal basso”. Nella pratica, si trattava di promuovere un dialogo costante e un confronto aperto tra associazioni della società civile su temi scottanti quali il diritto di voto, la libertà d’espressione o la tutela delle diverse culture (cultural rights).   Nel 1995 arrivò il PEM, un paternariato che si sarebbe dovuto sviluppare come foro politico, strategico ed economico sotto l’egida della Commissione Europea, spingendosi dunque oltre la cooperazione intergovernativa e delineando i tratti di una vera e propria comunità euro-mediterranea. Troppo ambizioso? Forse, soprattutto se si fa un bilancio prosaico degli obiettivi raggiunti e quelli mancati. Questi …

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Chi fa la politica estera?

Riprende la nostra rubrica volta a ripercorrere le tappe fondamentali della storia delle relazioni internazionali del nostro Paese. In questi ultimi articoli arriviamo finalmente ai giorni nostri, cercando di tracciare le linee in atto e di formulare, infine, alcune prospettive. In questo articolo parliamo di come, negli ultimi anni, il Governo abbia in parte “abdicato” alla sua prerogativa di gestire la diplomazia, mentre alcuni grandi orientamenti di politica estera vengano impressi dalle principali aziende che investono e importano all’estero   A CHI SPETTA LA DIPLOMAZIA – Nella politologia e nel diritto internazionale, la sovranità viene definita con alcuni pochi, ma importanti requisiti su cui essa si deve poggiare. Uno Stato è definito tale se ha un popolo e un territorio sul quale esercitare la sovranità. Inoltre, l’entità statale è tale per cui “superiorem non recognoscet”: in base a questo criterio la gestione della diplomazia e della politica estera spettano, o dovrebbero spettare, solo allo Stato. In realtà, in base al principio di sussidiarietà verticale, secondo il quale alcune prerogative possono essere delegate ai livelli di Governo inferiori e superiori, negli ultimi anni abbiamo assistito in Europa ad una moltiplicazione delle “diplomazie”. In Italia, da una parte il decentramento ha fatto sì che Regioni e Province portino avanti proprie iniziative in tema di politica estera (soprattutto nell’ambito della cooperazione internazionale), dall’altra l’ormai lungo dibattito sulla necessità di avere una politica estera comune dell’Unione Europea ha portato alla creazione di un Alto Rappresentante della UE, attualmente impersonato dalla impalpabile Catherine Ashton. Il principio di sussidiarietà, però, può anche essere inteso in senso “orizzontale”, ovvero come passaggio di consegne dal settore pubblico a quello privato. È un concetto che sta prendendo abbastanza piede nel nostro Paese e che, forse involontariamente, da alcuni anni si può applicare anche alla politica estera nazionale.   SE …

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