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Home - Aree geografiche - Europa (pagina 77)

Europa

marzo, 2010

  • 14 marzo

    Intrigo Azerbaijan

    Il progetto Nabucco consente all'Ue di dormire sonni tranquilli in tema di energia? Niente affatto: la Russia potrebbe scompaginare le carte L’EVENTO – L’accordo siglato dalla compagnia energetica azera Socar e del colosso Gazprom, che consentirà all’Azerbaijan di esportare gas naturale verso la Russia, potrebbe presto portare a scenari preoccupanti per l’Unione Europea in tema di rifornimenti d’idrocarburi. Seppure le due compagnie energetiche si siano accordate per quantitativi abbastanza modesti, Gazprom ha ribadito la proposta d’acquisto dell’intero volume prodotto dalla seconda fase del progetto Shah Deniz, uno dei siti energetici chiave sia per lo sviluppo azero che per i rifornimenti destinati ai paesi dell’Unione Europea. La scelta di Gazprom di siglare un accordo che prevede l’acquisto di idrocarburi da uno degli ex Stati satelliti a prezzo di mercato ha anch’essa un’importante valenza politico-strategica: Mosca sta infatti tentando di ostacolare i piani di penetrazione delle multinazionali energetiche occidentali intercettando parte della futura produzione azera. Come detto, già lo scorso anno la società energetica russa dichiarò chiaramente di voler acquistare a prezzi di mercato il gas naturale prodotto nella seconda fase di sviluppo del progetto Shah Deniz e secondo alcune fonti avrebbe ora acquisito una sorta di “diritto di precedenza” rispetto a possibili futuri acquirenti. Socar ha sempre smentito le voci che vorrebbero Gazprom in possesso di diritti di alcun tipo sulle produzioni azere ma la notizia dovrebbe essere un segnale chiaro per le maggiori compagnie e gli esitanti decisori politici europei. Siglando l’accordo con Mosca, Baku ha lanciato un segnale chiaro a dimostrazione dell’esistenza di almeno un altro canale in grado di consentire l’esportazione delle risorse prodotte. La scelta azera di esportare verso la Russia il proprio gas naturale potrebbe voler dire per l’Unione Europea dover abbandonare quel progetto Nabucco, su cui si sta lavorando già da qualche anno con dispendio …

  • 14 marzo

    L’Italia s’e’ desta

    Il nostro Paese si trova tra due fuochi nel decidere se sia più vantaggioso il progetto Nabucco o South Stream. In gioco gli interessi di ENI e i rapporti con Russia e Turchia RUSSIA E TURCHIA – Sia che il progetto Nabucco venga implementato anche con la collaborazione e l’appoggio diretto del governo di Roma, sia nel caso in cui l’Italia dovesse invece propendere per una scelta politica mirata più esclusivamente all’appoggio del progetto South Stream (visto l’interesse diretto di ENI nell’affare), le relazioni con la Turchia non ne sarebbero affette. In entrambi i casi Ankara si troverebbe al centro dell’asse Est-Ovest e trarrebbe comunque beneficio dalla realizzazione delle due infrastrutture, grazie alle royalties. Vi è da considerare però che un forte appoggio per il progetto South Stream, come concorrente del Nabucco, potrebbe portare Roma ad attirare le critiche dell’Unione Europea e, di conseguenza, potrebbero risentirne anche i rapporti tra Bruxelles ed Ankara, lasciando ancora minore spazio di manovra per la Turchia nel suo cammino di avvicinamento all’UE. D’altro canto, però, Roma potrebbe trovarsi in difficoltà con la Russia, qualora dovesse appoggiare con più convinzione anche la realizzazione del Nabucco. I rapporti tra Mosca e il governo italiano sono infatti attualmente molto buoni, anche per via del comune interesse in alcuni settori energetici. Qualora Mosca dovesse avvertire un allontanamento dell’Italia nella direzione del Nabucco (ribadendo che si tratterebbe solo di una scelta politica, visti gli interessi economici che l’Italia comunque ha almeno nella fase della realizzazione infrastrutturale del South Stream), vi potrebbero essere anche delle ripercussioni negative sulle aziende operanti in Russia. L’ITALIA AL BIVIO: CON ANKARA NELL’UE? – Infine il Nabucco sarebbe per la Turchia uno strumento importante nell’ottica dell’ingresso nell’UE, oltre a permettere la realizzazione del nuovo asse Sud-Nord, che inglobi anche parte del Maghreb ed il Medio …

  • 14 marzo

    Esami di riparazione

    Dopo un agosto costellato da rapporti quanto mai tesi, sembra giunta l'ora della tregua tra Russia e Ucraina con l’accordo sulle forniture di gas.Ecco cosa c'è dietro a questa improvvisa comunione di intenti TORNA IL SERENO – Nella prima metà di agosto, il termometro segnava tensione alle stelle. I rapporti tra Russia e Ucraina, a forte rischio di rottura nelle scorse settimane, hanno invece registrato una importante schiarita. Il primo settembre, a margine della celebrazioni del settantesimo anniversario dell’invasione della Polonia, che ha segnato l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’incontro tra il Primo Ministro russo Putin e il premier ucraino Yulia Tymoschenko si è concluso assai positivamente, un piacevole imprevisto rispetto alle attese della vigilia.  TENSIONE ALLE STELLE – Perché tanta sfiducia preventiva? Tutto è dovuto ad un agosto di fuoco (non certo per le alte temperature): nella prima metà del mese scorso, il Presidente russo Dmitry Medvedev, con una lettera al Presidente ucraino Viktor Yushchenko, ha apertamente accusato l’Ucraina di aver fornito armi alla Georgia durante il conflitto russo-georgiano dell’estate 2008 (fatto realmente avvenuto: l’Ucraina si era apertamente schierata con la Georgia, fornendo ai georgiani armi ricevute dagli americani). Con uno stile raramente così aggressivo, la lettera di Medvedev – contestando radicalmente la necessità paventata dal Presidente ucraino di aderire alla Nato per difendersi da Mosca – proseguiva con accuse all’Ucraina negli ambiti e per le ragioni più disparate. Tra le altre, ecco le accuse di mettere i bastoni tra le ruote alla flotta russa sul Mar Nero, che ha base nel porto ucraino di Sebastopoli; di progettare una chiesa ucraina sancendo così lo scisma con il patriarcato di Mosca; di accusare ingiustamente Mosca per la grande carestia sovietica degli anni ’30 (un dramma seguito ai piani di collettivizzazione di Stalin, che l’Ucraina, allora la nazione più colpita, definisce …

  • 14 marzo

    Silenzio su Teheran

    All’incontro dei Ministri degli Esteri del G8 si è parlato di un accordo su Afghanistan e Pakistan. Debole la condanna alle repressioni in Iran, anche per la difesa di importanti interessi economici “ANTIPASTO” A TRIESTE – Si è svolto nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia il G8 dei Ministri degli Esteri, in attesa del grande summit internazionale che si terrà nel mese di luglio all’Aquila. Dal 24 al 26 giugno i responsabili della politica estera dei cosiddetti “grandi” del pianeta si sono incontrati per discutere a proposito delle principali questioni sul tappeto. Dalla Dichiarazione Finale che è stata firmata emerge un impegno comune per aumentare l’attenzione negli scenari dell’Afghanistan e del Pakistan. E’ noto come nel primo si faccia fatica a trovare una strategia che porti ad una definitiva stabilizzazione del Paese; la questione pakistana è in parte collegata, dal momento che la debolezza di tale attore rappresenta una forte minaccia per instabilità e conflitti futuri.  E SULL’IRAN? – Non molto, a dire il vero, è stato detto a proposito di quanto sta accadendo in Iran. Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, che aveva invitato il ministro degli Esteri persiano a partecipare, ha espresso a nome di tutti i partecipanti una condanna delle violenze in atto sui cittadini manifestanti, ma è mancata una presa di posizione ferma sulla questione. Gli Stati Uniti hanno scelto per il momento di non alzare il livello dello scontro con Teheran, mentre la Russia ha sostanzialmente rispettato l’esito delle elezioni che hanno confermato al potere il discusso Ahmadinejad. Probabilmente molti avranno constatato la debole presa di posizione delle grandi potenze sulla vicenda. Le chiavi di lettura possono essere due. La prima è politica, e si inserisce nella volontà di Obama di non prendere “di petto” questioni di estrema delicatezza come quella iraniana (anche perché gli …

  • 14 marzo

    Grosso grasso pandemonio greco

    Il premier Karamanlis si dimette e indice elezioni immediate (4 ottobre), consegnando quasi sicuramente la Grecia all’opposizione socialista, mentre il Paese sprofonda sempre più nel caos FINE DELLA CORSA – L’agonia degli ultimi mesi è giunta a compimento mercoledì 2 Settembre. Kostas Karamanlis, Primo Ministro greco, ha preso la fatidica decisione. All in, direbbero gli appassionati di poker. Tutte le fiches su un solo numero, gli amanti del casinò. Dimissioni, ed elezioni anticipate. Anzi, immediate. Speranze di successo? Nessuna, o quasi. Tanti suoi ministri hanno già definito tale decisione un vero e proprio suicidio politico. Tutti alle urne, dunque, il 4 Ottobre, due anni prima della scadenza naturale della legislatura, con il Movimento Socialista Panellenico (Pasok) a giocare il ruolo di ultrafavorito. Anche il nuovo Governo, però, potrebbe avere vita breve: a marzo 2010 il Parlamento deve eleggere il Presidente greco. Se non si raggiunge una maggioranza di 3/5 (ed è possibile che il Pasok non arrivi ad avere una simile quota di rappresentanza parlamentare) si dovrebbe tornare a nuove, ulteriori elezioni. Ma perché si è giunti a questa situazione?  CONTROTENDENZA EUROPEA – Agonia, si diceva. Già le elezioni europee di giugno sottolineavano l’anomalia greca: mentre nel resto del continente è “soffiato il vento di destra”, in Grecia si è registrata una decisa affermazione del Pasok, che con il 36,65% (+2,62%) ha scavalcato il Partito di centrodestra al governo Nea Demokratia (32,39%, -10,69). Perché una disfatta così sonora? CORRUZIONE, ECONOMIA, TENSIONI SOCIALI – Nelle elezioni legislative del 2007 la ND si è riconfermata al Governo con un programma avente tra i punti cardine l’aumento del tenore di vita, la diminuzione della corruzione, il miglioramento dei disastrati conti statali. Due anni dopo, nulla di tutto ciò ha visto la luce. Le divisioni interne di una maggioranza fragilissima (un solo parlamentare in …

  • 14 marzo

    Prove di intesa

    L’accordo siglato da Obama e Medvedev per la riduzione delle testate nucleari sembra aprire una nuova epoca delle relazioni USA-Russia. In realtà, le questioni in gioco sono molto più complesse IL VERTICE – Il summit di Mosca tra il presidente statunitense Barack Obama ed il leader russo Dmitri Medvedev ha portato alla firma dell’accordo per la riduzione degli arsenali atomici, che potranno avere in dotazione non oltre 1.500-1.675 testate ognuno. Sembra essere ancora lontano un accordo sulla questione dello scudo antimissile europeo, che Washington vorrebbe poter realizzare in Polonia e Repubblica Ceca ma che Mosca considera come una minaccia diretta alla sicurezza russa. Entrambe le parti hanno sottolineato la volontà di compiere sforzi per discutere in modo costruttivo cercando di superare le acredini che hanno caratterizzato i rapporti tra la Casa Bianca ed il Cremlino negli ultimi anni ma, sebbene si siano fatti passi avanti a livello di approccio rispetto a problemi delicati, sembra essere ancora troppo presto per poter definire “resettati” i rapporti tra le due leadership. La sensazione è che il Cremlino, al momento, preferisca mascherare con qualche apertura diplomatica una certa cautela rispetto alla figura di un presidente statunitense che sembra essere non solo molto pragmatico, ma ancor più in grado di lanciare sfide impegnative per il progresso delle relazioni tra i due paesi. Obama si è detto ottimista fin da subito rispetto ai risultati della sua visita a Mosca, sottolineando in primo luogo la possibilità di ottenere risultati importanti dai colloqui bilaterali e chiarendo definitivamente che gli Stati Uniti hanno intenzione di lavorare con la Russia per affrontare le questioni più delicate del panorama internazionale: guerra in Afghanistan, nucleare iraniano e minacce lanciate dalla Corea del Nord in primis. IL FUTURO – Le future relazioni tra Washington e Mosca dipenderanno dalla reale volontà delle leadership di …

  • 13 marzo

    Pallone e potere

    Il calcio spesso non è solo sport, ma può anche essere uno strumento politico a disposizione delle autorità. La storia dell’Argentina è un esempio tangibile SALVI IN EXTREMIS (?) – In molti avranno visto alla televisione le immagini di un Maradona esultante sotto la pioggia torrenziale di Buenos Aires: uno dei suoi giocatori, Martín Palermo, aveva appena segnato nei minuti di recupero il gol che regalava alla nazionale argentina la vittoria per 2-1 sul (temibilissimo) Perù. Una rete importantissima, che ha permesso alla nazionale albi-celeste di ottenere il quarto posto nel girone sudamericano di qualificazione ai Mondiali in programma in Sudafrica l’anno prossimo: l’ultima posizione a disposizione per accedere direttamente alla competizione calcistica più importante senza dover passare per il “limbo” dei playoff, che più che rappresentare un rischio costituirebbero un’onta infamante per l’Argentina. Ma c’è ancora un ultimo ostacolo da superare: Messi e soci devono almeno pareggiare con l’Uruguay domani sera (mercoledì 14 ottobre) a Montevideo per difendere il misero punto di vantaggio che è garanzia di qualificazione. CALCIO E POLITICA – Perché tutti questi discorsi degni di un magazine sportivo? Perché probabilmente da nessuna parte come in Argentina, il calcio può avere una grande importanza politica. Esistono almeno tre episodi che possono spiegare come il rapporto tra pallone e potere sia molto stretto nella nazione sudamericana. Innanzitutto, occorre tornare indietro al 1978, quando l’Argentina ebbe l’onore di essere il Paese organizzatore dei mondiali, e di vincerli. La giunta militare del generale Videla era al potere da due anni e stava già seminando il terrore all’interno del Paese, oltre che trascinando al tracollo economico quella che era una nazione florida. Eppure, la conquista della Coppa del Mondo servì alla dittatura per cementare il consenso al proprio interno e per ottenere prestigio all’esterno: non è un caso se il 1978 …

  • 9 marzo

    Davvero insieme?

    La IV Conferenza Italia – America Latina, che si è appena svolta a Milano, ha tentato di rilanciare i rapporti internazionali. Ecco le ragioni per cui il nostro Paese dovrebbe interessarsi di più di quello che succede dall’altra parte del mondo INSIEME VERSO IL FUTURO – Questo è lo slogan della IV Conferenza Italia – America Latina e Caraibi, evento che si è svolto a Milano mercoledì 2 e giovedì 3 dicembre con l’organizzazione della Ri-Al (Rete Italia – America Latina), della Camera di Commercio di Milano, della Regione Lombardia e del Ministero degli Esteri. Il vertice, che ha cadenza biennale (la prima edizione si svolse nel 2003), ha lo scopo di favorire e rafforzare i legami tra il nostro Paese e il subcontinente latinoamericano, non solo in prospettiva nazionale ma anche all’interno dei vari progetti di integrazione regionale esistenti. Ma è proprio vero che l’Italia cammina insieme all’America Latina? A giudicare il clima di forte cordialità e positività che si poteva respirare durante le sessioni di lavoro, la risposta dovrebbe essere affermativa. E si potrebbe rispondere “sì” anche considerando le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che nel suo breve intervento in apertura della conferenza ha promesso che nel 2010 effettuerà in viaggio in America Latina e ha rimarcato l’attenzione del Governo verso questa area.  NON E’ TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA – Le affermazioni del premier dovrebbero in verità essere ridimensionate dai fatti. Il nostro Paese si è sostanzialmente disinteressato, da una ventina d’anni a questa parte, dei rapporti con la regione latinoamericana, impostando la propria politica estera secondo altre linee prioritarie (come, ad esempio, i rapporti con i Paesi del Mediterraneo, soprattutto per ragioni geografiche), a differenza di altri attori europei come la Spagna e persino la Francia, che grazie all’impulso statale è riuscita a promuovere …

febbraio, 2010

  • 15 febbraio

    Gli scheletri nell’armadio

    I gravissimi fatti accaduti in Calabria riportano in primo piano due grandi problemi del nostro paese: l’immigrazione e la malavita. Sullo sfondo, una crisi diplomatica tra l’Italia e l’Egitto

  • 15 febbraio

    L’Italia dei soviet

    Berlusconi in visita ufficiale in Bielorussia, patria dell’“ultimo dittatore d’Europa” Lukashenko. Gli interessi di una politica estera ambivalente.  Esiste un interesse nazionale italiano? RELAZIONI PERICOLOSE – Ci risiamo. Realpolitik ai limiti del consentito in Italia. Dopo le visite reciproche fortemente criticate con il leader libico Gheddafi e i rapporti personali quantomeno ambigui con il Presidente russo Vladimir Putin, il Premier italiano Silvio Berlusconi ha compiuto un altro viaggio diplomatico che sarà oggetto di molte disapprovazioni. Il Paese di destinazione questa volta era la Bielorussia del Presidente Aleksandr Lukashenko, anche detto “l’ultimo dittatore d’Europa”. Nessun capo di Stato o governo di un Paese europeo, dal 1994 (anno in cui Lukashenko diventò Presidente della Bielorussia), ha mai messo piede a Minsk, la capitale bielorussa. Negli scorsi anni più di una volta il Dipartimento di Stato USA, l’Unione Europea e organizzazioni come l’OSCE hanno accusato il regime di Minsk di essere anti-democratico, di aver fatto svolgere elezioni pilotate e cambiamenti costituzionali (che, per esempio, permettono allo stesso Lukashenko di ricandidarsi quante volte riterrà opportuno, mentre prima vi era un limite di due mandati presidenziali) che poco hanno a che fare con i principi ispiratori delle democrazie occidentali. DEMOCRAZIE vs. AUTORITARISMI – Nella sua visita a Minsk che, tra l’altro, ricambiava una visita ufficiale di Lukashenko a Roma nello scorso aprile (visita durante la quale il capo di Stato bielorusso aveva incontrato anche il Papa Benedetto XVI), Berlusconi si è spinto a dichiarare che Lukashenko è un Presidente amato, come si può vedere “dai risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Quei risultati elettorali che, per inciso, sono così schiaccianti da risultare davvero poco credibili (nelle ultime elezioni, quelle del marzo 2006, Lukashenko vinse con l’82,6% dei consensi. Tanto per intenderci, le ultime elezioni in Iran, quelle dei brogli di Ahmadi-Nejad, hanno …