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Europa

giugno, 2010

  • 28 giugno

    L’Estonia nell’euro dal prossimo gennaio

    L'Estonia, dal primo gennaio 2011, sarà il diciassettesimo paese ad utilizzare l'euro come moneta nazionale. Il processo di adesione alla moneta unica, che ha visto il paese baltico raggiungere nei mesi scorsi gli obiettivi richiesti da Bruxelles, sembrava potesse essere ostacolato dall'alta inflazione che ha colpito l'Estonia come conseguenza della crisi economica. I ministri delle finanze della zona euro, riuniti la scorsa settimana, hanno però dato il definitivo via libera all'ingresso di Tallinn nell'Eurozona. L'Estonia è l'unico paese dell'Unione europea insieme alla Svezia a rispettare i limiti di deficit e debito imposti dal trattato di Maastricht. POLITICA vs. ECONOMIA – L'adesione dell'Estonia all'euro avviene in un momento critico per l'eurozona: proprio in questi giorni ferve il dibattito su come rafforzare la governance economica europea, minata dalla crisi finanziaria e dalla situazione della Grecia. Proprio a causa dei recenti problemi economici interni all'Unione, alcuni analisti pensavano che l'ingresso del paese baltico nell'euro potesse essere ritardato. La Banca Centrale Europea, in particolare, aveva espresso nei mesi scorsi alcune riserve sulla capacità dell'economia estone di affrontare la moneta unica. In un comunicato si parlava di “preoccupazioni riguardanti la sostenibilità dell'inflazione”, ovvero rispetto alla possibilità che la moneta unica porti ad un aumento della già alta inflazione del paese baltico. Nel 2008, il tasso d'inflazione ha superato in Estonia la doppia cifra. Se Francoforte, sede della Bce, ha cercato di frenare Tallinn, Bruxelles ha invece sostenuto la candidatura dell'Estonia. Questo perché Tallinn è stata posta come esempio nei confronti del resto d'Europa per la sua capacità di mantenere le finanze pubbliche all'interno dei criteri stabiliti per l'ingresso nell'euro nonostante la fortissima recessione che ha colpito il paese l'anno scorso. Secondo i funzionari di Bruxelles favorevoli all'espansione, l'esclusione dell'Estonia dall'euro avrebbe mandato un segnale negativo agli altri paesi che vogliono adottare la moneta unica, come …

  • 18 giugno

    L’asse Parigi-Berlino taglia fuori Bruxelles

    Nicolas Sarkozy e Angela Merkel non sono mai andati troppo d'accordo, sia per le differenze caratteriali che per motivi strettamente politici. Ma c'è qualcosa che unisce il cancelliere tedesco e il presidente francese, soprattutto da quando c'è in ballo la gestione della crisi: la volontà di prendere in mano il governo economico europeo. FRANCIA E GERMANIA IN PRIMA LINEA – Nelle scorse settimane sono state prese tre decisioni importanti nell'ambito dell'economia europea. Da un lato Sarkozy e Merkel hanno scritto una lettera comune sollecitando l'introduzione di una severa normativa su alcuni strumenti finanziari messi sotto accusa dalla crisi; dall'altro i ministri delle finanze dell'eurozona hanno approvato il meccanismo di stabilizzazione dell'euro, basato su un fondo speciale che soccorrerà i paesi membri in caso di crisi; inoltre il cancelliere tedesco e il presidente francese hanno stabilito i criteri per la formazione del “governo economico” dell'Unione europea. A gestire tutte e tre le situazioni dal punto di vista politico, diplomatico e decisionale sono stati i governi di Francia e Germania, che hanno preferito scontrarsi e mediare tra di loro per trovare una posizione unica, invece che perdere tempo coinvolgendo la Commissione europea o gli altri paesi dell'eurozona. La Spagna, nella difficile situazione economica in cui si trova, non gode di alcun potere contrattuale nei confronti di Merkel e Sarkozy. L'Italia sembra aver delegato la rappresentanza della sua economia ai tecnici e in particolare a Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia e presidente del Financial Stability Board, e non pare intenzionata ad entrare nei rapporti di forza interni all'Europa con i suoi rappresentanti politici. Gli altri paesi dell'UE, troppo piccoli per contare, sono scarsamente rappresentati da una Commissione europea debole e da un presidente, Manuel Barroso, che è stato rieletto proprio perché considerato “morbido” nei confronti dei forti interessi nazionali interni all'Unione. LE …

  • 13 giugno

    Un ponte che divide

    Mitrovica, città situata nel nord del Kosovo, è stata paragonata da molti alla Berlino della Guerra Fredda o a Gerusalemme per la sua spaccatura interna. Concittadini ma appartenenti a due differenti etnie, gli abitanti di Mitrovica sono stati protagonisti di un escalation di sangue, in una guerra che li ha visti contrapposti dall’ultimo decennio del secolo scorso  e che non ha ancora avuto completamente fine. I TERRIBILI ’90 DEI BALCANI Per capire l’emblematicità del “caso Mitrovica” bisogna, però, fare un salto indietro cercando di comprendere la complessità della questione balcanica. I Balcani occidentali, ovvero i territori che nella seconda metà del secolo scorso corrispondevano alla Jugoslavia, sono stati storicamente terra di passaggio e di conquista, sin dal tempo dell’Impero Romano, passando per la dominazione ottomana, fino ad arrivare agli austro-ungarici, contribuendo a creare un bagaglio culturale, etnico e religioso estremamente ricco e composito, tenuto insieme da Tito durante l’esperienza jugoslava. La struttura multinazionale della Federazione non avrebbe, da sola, grande importanza per lo sviluppo della crisi degli anni Novanta, se la distribuzione etnica fosse coincisa con i confini territoriali delle repubbliche. I fatti, invece, ci dicono che solamente la Slovenia poteva dirsi etnicamente omogenea (90% di sloveni) e difatti fu la prima repubblica a dichiararsi unilateralmente indipendente nel 1991 dando vita a soli dieci giorni di guerra. Per completare questo quadro estremamente eterogeneo vanno aggiunti altri due fattori: in primis le differenze religiose che, coincidendo in gran parte con il fattore etnico, hanno influito fortemente sulla disgregazione dalla federazione jugoslava acuendo le differenze. In secondo luogo l’aspetto economico, in cui le repubbliche settentrionali erano di gran lunga più ricche e sviluppate del resto del paese, ma dove anche all’interno della stessa Serbia vi erano enormi differenze, con la provincia autonoma del Kosovo che si distingueva per essere la più povera. …

  • 11 giugno

    Si comincia!

    Il giorno tanto atteso è finalmente arrivato: prendono oggi il via i Mondiali di calcio, che per la prima volta si tengono in un Paese africano. Andiamo dunque a vedere la situazione politica ed economica del Sudafrica, prima potenza continentale caratterizzata da livelli di sviluppo per alcuni aspetti paragonabili alle nazioni occidentali ma per altri ancora ancorati ai Paesi del Terzo Mondo. PRONTI, VIA! – L'attesa è finita: da oggi prendono ufficialmente il via i Mondiali di calcio sudafricani. È la prima volta che il continente nero ospita una manifestazione sportiva così importante e per un mese tutti i riflettori del mondo saranno puntati su questa nazione, che vede nei Mondiali la simbolica occasione per il riscatto definitivo dal punto di vista politico e sociale. Se infatti la manifestazione si svolgerà nel modo migliore e al mondo verrà data l'immagine di un Paese socialmente maturato, nel quale la convivenza tra i bianchi “afrikaaners” e i neri è ormai un dato acquisito e le disuguaglianze vengono progressivamente ridotte, allora si potrà forse dire che la macchia dell'apartheid, abolito solamente all'inizio degli anni '90, sarà stata definitivamente lavata. NON E' TUTTO ORO – Dopo la “sparata” di ottimismo iniziale, è necessario però tornare con i piedi per terra. È chiaro che le autorità sudafricane cercheranno in questo mese di nascondere sotto al tappeto i problemi del Paese per mostrare all'esterno la migliore immagine possibile; tuttavia, le criticità che caratterizzano il Sudafrica sono ancora molte, nonostante gli enormi progressi in campo politico, sociale ed economico. Indubbiamente il Paese è la principale potenza continentale ed è dotata di un'economia che per diversi aspetti è assimilabile a quella degli Stati occidentali più avanzati: non a caso la Repubblica Sudafricana fa parte del G-20 ed è membro del forum informale IBSA (insieme a India e Brasile), …

  • 11 giugno

    Ungheria come la Grecia, anzi no

    Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia di una possibile bancarotta dello stato ungherese. La reazione dei mercati finanziari è stata drammatica, l’indice della Borsa di Budapest (BUX) è crollato e il fiorino ha perso il 4,8%  contro l’euro tra giovedì e venerdì della scorsa settimana. Data la massiccia presenza di istituti di credito occidentali nel paese, molte famiglie ungheresi hanno acceso negli scorsi anni mutui in euro, sterline e franchi svizzeri. Mutui che ora, per via della pesante svalutazione subita dal fiorino, saranno più difficili da ripagare. A creare questa situazione sono state le dichiarazioni di due esponenti del nuovo governo di centrodestra. Il vicepresidente del partito di governo Fidesz, Lajos Kósa, ha dichiarato venerdì che il paese è in condizione critica e che c’è solo una piccola possibilità di evitare l’insorgere di una situazione simile a quella della Grecia. Cercando di stemperare queste dichiarazioni il portavoce del primo ministro Viktor Orbán, Péter Szijjártó, ha affermato che sarebbe assurdo pensare che un commento fatto da un politico abbia tanta influenza da portare ad un crollo dell’indice di borsa o nel tasso di cambio, aggiungendo però che il paragone con la Grecia non era esagerato. Ma l'Ungheria è veramente sull'orlo del tracollo finanziario? Si tratta davvero di una nuova Grecia? In realtà no, anzi. Dall'autunno del 2008 l'Ungheria ha accesso ad una linea di credito del Fondo Monetario Internazionale, a condizione di un monitoraggio mensile. Monitoraggio che ha obbligato il precedente governo a tenere i conti pubblici in ordine negli ultimi due anni. Il nuovo governo aveva promesso tagli alle tasse durante la campagna elettorale, che non potranno essere effettuati per via della difficile situazione economica interna e internazionale. E così, per giustificarsi agli occhi degli elettori e buttare sul precedente governo la colpa del mancato abbassamento delle tasse, …

  • 10 giugno

    Svolta a destra (per un soffio)

    Tutt’altro che facile stabilire chi ha vinto le elezioni olandesi. I liberali hanno prevalso di un soffio sui laburisti. Clamorosa affermazione degli estremi xenofobi anti-islamici, che però difficilmente potranno entrare nel governo di coalizione. Ecco tutti gli scenari VITTORIA DI CHI? – A urne chiuse, e a scrutini ultimati, sembra spesso banale stabilire chi ha vinto. Non sempre però è così. Israele 2009 e Gran Bretagna 2010 sono stati esempi eclatanti. Anche l’Olanda oggi entra di diritto in questa casistica che vuole una fase di stallo dopo il voto, seguita da trattative serrate. Non è facile infatti dire chi ha vinto le elezioni politiche di ieri, indette dopo la crisi politica dello scorso febbraio. In particolare, c’è un partito che ha diverse ragioni concrete per sorridere, senza però grandi possibilità che questo eclatante risultato elettorale venga seguito da un ingresso nella maggioranza di governo.   100 ANNI DOPO, UN LIBERALE PREMIER – Andiamo con ordine, è facciamo un po’ di luce. Queste le sentenze emesse dalle urne: il testa a testa tra liberali e laburisti è stato vinto sul filo di lana dai primi. Il Partito Liberale (Vvd) del 43enne Mark Rutte (foto in alto), area centrodestra, ha infatti ottenuto 31 seggi, contro i 30 dei laburisti, principale partito di centrosinistra del Paese, su posizioni socialdemocratiche. Il programma del Vvd prevede un taglio di 20 miliardi di euro alla spesa pubblica nel corso della legislatura, la riduzione a zero del deficit pubblico entro il 2015, il dimezzamento del numero dei ministri e l’aumento dell’età pensionabile dagli attuali 65 ai 67 anni. I laburisti (Pvda), guidati da Jacob Cohen (62 anni) puntavano invece su di un investimento di 2 miliardi di euro nell’istruzione da qui al 2015, aumentando la pressione fiscale sui redditi alti e tagliando 10 miliardi di euro della …

maggio, 2010

  • 29 maggio

    Provateci ancora!

    La nazionale portoghese si presenta ai Mondiali dopo essere arrivata quasi in fondo nel 2006 con tanta voglia di vincere, pur non rientrando nel gruppo ristretto delle favorite. Una voglia di riscatto che coinvolge tutto il Paese iberico, afflitto in modo più grave dalla crisi economica rispetto agli altri Stati europei. C'è infatti il rischio che Lisbona possa diventare la nuova Atene. IL PAESE Dopo Atene, Lisbona? Il presagio, diffuso dai mass media nelle ultime settimane, non è forieri di buone notizie per il Portogallo, che potrebbe risentire della crisi finanziaria in maniera decisamente più grave rispetto agli altri membri dell'Unione Europea. I bond (ovvero, i titoli del debito pubblico) portoghesi, hanno infatti subito ad aprile un declassamento del rating da parte dell'agenzia Standard & Poor's, facendo suonare più di un campanello d'allarme sulla tenuta finanziaria della nazione lusitana. La situazione, al giorno d'oggi, è abbastanza grave: il Portogallo è infatti giudicato il Paese più a rischio di “crack” nella zona euro, secondo solamente alla Grecia, per la quale è stato però varato un ingente piano di salvataggio. La nazione iberica, del resto, si trascina una situazione strutturale di fragilità economica che non è stata cancellata neppure dagli ultimi anni di crescita sostenuta, agevolata dalla terziarizzazione delle attività produttive e dai benefici ottenuti dall'Unione Europea (di cui è membro dal 1986 ed è stata uno dei principali riceventi di finanziamenti previsti dai Fondi Strutturali per lo sviluppo delle regioni più arretrate). Il debito pubblico, che non è alto come quello di altri Paesi come l'Italia (ben al di sopra del 100% del PIL da anni, ma tendenzialmente costante), è tornato ad alzarsi in modo preoccupante soprattutto a causa dell'incremento del rapporto deficit/PIL, che nel 2009 si è impennato superando il 9%. I dubbi sulla solvibilità finanziaria del Portogallo, che ha …

  • 13 maggio

    (Dis)integrazione commerciale?

    La prossima settimana a Madrid si svolge il VI Summit Unione Europea – America Latina. L’UE potrebbe siglare con il Mercosur un accordo di associazione volto a creare la più grande area di libero scambio del mondo. Tuttavia rimangono numerosi problemi, dovuti soprattutto all’atteggiamento protezionistico adottato negli ultimi anni dall’Argentina. Se l’integrazione sudamericana appare in crisi, difficilmente i due blocchi commerciali potranno giungere nel breve periodo ad un accordo efficiente. LA “CUMBRE” SI AVVICINA – Negli ultimi anni sono fioriti numerosi progetti di integrazione regionale in America Latina, volti a creare aree di stretta cooperazione sui temi più diversi, dal commercio alla difesa passando per l’energia. Il più noto di questi esperimenti è il Mercosur (Mercado Común del Sur), nato nel 1991 dall’iniziativa di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay finalizzata a seguire, almeno nelle intenzioni, il percorso compiuto dall’Unione Europea. Facciamo un salto avanti di vent’anni e arriviamo ai giorni nostri: la prossima settimana (il 18 maggio) si terrà a Madrid la VI “Cumbre” (vertice) tra Unione Europea e America Latina, due anni dopo l’ultimo summit che si era tenuto nella capitale peruviana Lima (vedi foto in alto). A latere della sessione plenaria, con tutti i Paesi dell’area latinoamericana (ad eccezione dell’Honduras, nei confronti del quale la maggior parte degli Stati hanno posto il veto non avendo riconosciuto l’esito delle elezioni dello scorso novembre in seguito al golpe contro Manuel Zelaya), si svolgerà il 19 un importante incontro tra UE e Mercosur. Sul tappeto, la possibilità di firmare un importantissimo accordo di associazione commerciale, che porterebbe alla creazione della più grande area di libero scambio al mondo. I VANTAGGI – Settecento milioni di cittadini – e quindi potenziali consumatori – per una cifra potenziale di cento miliardi di dollari: questo sarebbe il valore dello scambio commerciale annuale a cui si …

  • 4 maggio

    Se Downing Street si affaccia sul mondo…

    Si avvicina il momento delle elezioni in Gran Bretagna. Quella che in passato era sempre una sfida a due tra Conservatori e Laburisti, quest’anno potrebbe avere un esito meno scontato per il crescente successo di Nick Clegg, candidato del Partito Liberaldemocratico, importante terza forza partitica in UK ma da sempre penalizzata dal sistema elettorale maggioritario. Che visione hanno i tre candidati della politica estera britannica? TRA PASSATO E FUTURO – Mai pienamente inseritosi nell’Europa comunitaria, il Regno Unito ha sempre goduto dell’appoggio quasi incondizionato degli Stati Uniti. Al momento però sembra essere lontano sia da Washington che da Bruxelles, per motivazioni differenti. Sul versante dell’Atlantico il sostegno sembra erodersi parallelamente all’interesse degli Stati Uniti per le questioni europee. Interessati più alla regione asiatica che al Vecchio Continente, alla Casa Bianca preferiscono dialogare direttamente e vis-a-vis con i maggiori leader europei piuttosto che utilizzare la sponda britannica per far giungere al resto del continente critiche o considerazioni sui vari temi internazionali. Sul versante europeo, Londra sembra essere ancora relegata ai margini dell’Unione e l’impatto della crisi sull’economia del paese ha fortemente ridimensionato il ruolo del paese anche in ambito economico. Quello che sembra essere un segnale, che molto lascia riflettere, è l’atteggiamento particolarmente remissivo dei tre candidati ad occupare il 10 di Downing Street, che non sono stati capaci, nel secondo confronto diretto davanti agli elettori, di tratteggiare quelle che saranno le linee guida per la politica estera britannica nel prossimo futuro. Nessuna prospettiva convincente, tanto meno indicazioni chiare su quello che dovrebbe essere il ruolo di un paese sempre più ai margini della politica internazionale. POCHE IDEE E CONFUSE – Il candidato meno convincente sui temi di politica estera è stato Nick Clegg, il nuovo “golden boy” della politica britannica e inaspettata sorpresa degli ultimi incontri televisivi. Profondamente filoeuropeista e …

aprile, 2010

  • 30 aprile

    Il riavvicinamento russo-polacco dopo la seconda Katyn

    Si apre una nuova era nei rapporti russo-polacchi? Dopo la strage di tre settimane fa, che ha decapitato i vertici politici della Polonia, Mosca e Varsavia sembrano essere più vicine. Motivazioni geopolitiche e ispirate dal realismo sono alla base di tali manovre diplomatiche. Da "Lo Spazio della Politica" Cracovia, 18 Aprile 2010. Atterra l’aereo del presidente russo Dimitri Medvedev, unico leader di un grande paese ad aver partecipato ai funerali di Stato del presidente polacco Lech Kaczynski e la moglie Maria. Medvedev è stato l’unico ad aver sfidato la nube di cenere vulcanica proveniente dall’Islanda, raggiungendo il luogo della cerimonia malgrado la chiusura dello spazio aereo polacco. Inizialmente, avrebbero dovuto partecipare ai funerali le delegazioni provenienti da 69 paesi e gli ambasciatori di altri 29, ma molti – compreso il presidente americano Barack Obama – sono stati costretti a rinunciare, rendendo ancora più forte e carica di simbolismo, la presenza del presidente della Federazione Russa. Durante la funzione per Kaczyinski, Medvedev (nella foto in basso) ha scelto un atteggiamento molto compassato; ha voluto rispettosamente evitare un intervento commemorativo, è apparso visibilmente turbato e addolorato per il triste destino toccato all’ex-presidente polacco. Questo atteggiamento è stato ripreso dai media polacchi ed è stato recepito da gran parte della popolazione come un sincero gesto di vicinanza, volto alla riappacificazione di due popoli che per lungo tempo sono stati in contrapposizione. Nella diplomazia i simboli contano e contano molto. Katyn è stata la metafora centrale nei rapporti fra i due paesi slavi. La strage di Katyn da parte dei servizi russi fu ammessa dall’Unione Sovietica solo da Gorbacev e finora gran parte dei politici russi – pur ammettendo le responsabilità sovietiche – hanno rinunciato a scusarsi. . . Come mai, ancora oggi, la quasi totalità dell’elite russa non riesce a scusarsi per i …