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Europa

maggio, 2011

  • 23 maggio

    Strauss Kahn’t

    L'arresto a New York di Dominique Strauss Kahn, ormai ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, apre diversi interrogativi sia per la politica internazionale che per quella interna francese. “DSK” era infatti intenzionato a partecipare alle elezioni presidenziali che si svolgeranno nel 2012, come principale rivale di Nicolas Sarkozy. Quali sono ora le prospettive per Parigi e il futuro del FMI? CARRIERA FINITA – Qualunque sia l'esito del processo nel quale è imputato, Dominique Strauss-Kahn, direttore generale dimissionario del Fondo Monetario Internazionale (la principale istituzione economico-finanziaria internazionale insieme alla Banca Mondiale), è ormai al capolinea della sua carriera politica. L'accusa di violenza sessuale che gli è stata rivolta, e della quale si sarebbe macchiato in un albergo di New York, così come la pubblica umiliazione davanti ai media di tutto il mondo, che lo hanno mostrato ammanettato in un'aula di tribunale, sono state infatti abbastanza per far cadere l'economista francese dall'altare alla polvere in meno di ventiquattr'ore. Le porte del FMI, così come quelle dell'Eliseo, si sono ormai chiuse irrimediabilmente. Strauss Kahn era infatti intenzionato a partecipare alle elezioni presidenziali francesi, in programma l'anno prossimo, come candidato del Partito Socialista e quindi principale rivale di Nicolas Sarkozy.   SARKO-SI'? – E' probabile che dopo questo terribile autogol commesso da “DSK” (questo l'acronimo con cui viene chiamato in Francia), le chances di Sarkozy di ottenere un secondo mandato riprendano quota. Non c'è dubbio che Strauss-Kahn rappresentasse un avversario scomodo per il Presidente in carica, e molti transalpini credono che l'ex direttore del Fondo Monetario sia caduto vittima di un complotto. Non è questa tuttavia la sede per discutere di simili ipotesi, così' come delle vicende giudiziarie di Strauss-Kahn. Si possono invece tracciare alcuni scenari per il futuro della politica interna francese. DSK era in testa nei sondaggi, sia per quanto riguarda …

  • 19 maggio

    Riformare l’ONU? L’Italia è in prima linea

    Lo scorso 16 Maggio la Farnesina, sede del Ministero degli Esteri, ha ospitato un grande convegno al quale hanno partecipato 120  paesi membri delle Nazioni Unite con l’obiettivo di fare un altro passo in avanti rispetto alla proposta alternativa a quella mossa, nel febbraio 2009, dal cosiddetto G-4 (Giappone, Germania, India e Brasile) che vorrebbe l’allargamento dei seggi permanenti, all’interno del Consiglio di Sicurezza, proprio a favore di questi paesi. In questo contesto, l’Italia continua a giocare un ruolo importante che, storicamente la vede leader di quei paesi che sono stati (e restano) fortemente contrari alla proposta. UN ORGANO OBSOLETO – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite viene spesso considerato come un’istituzione ormai poco rappresentativa e scarsamente efficiente sotto il profilo della “gestione” della sicurezza internazionale. L’unico ampliamento di questo apparato risale al 1963, quando i seggi non-permanenti furono portati da 6 a 10. Da allora, non solo molti paesi in via di sviluppo sono diventati grandi economie (India, Brasile, ecc.) ma hanno cominciato a rivestire un ruolo politico di primo piano. Inoltre, dagli anni ’90, con la fine della Guerra Fredda (che non permetteva un corretto funzionamento del sistema ONU a causa di ovvii problemi di carattere politico e militare) il CdS ha visto un rilancio della sua importanza nella gestione di differenti conflitti (Cambogia, Iraq, Angola, Libia, ecc.). L’attuale tendenza alla multi-polarizzazione del sistema internazionale rende sempre più urgente quindi una riforma strutturale di tale organo. Le proposte avanzate in questa direzione sono state spesso oggetto di aspri conflitti (tra gli Stati membri) in sede diplomatica e si sono gradualmente arenate a vantaggio di uno status quo  che  sembra tutt’ora apparentemente immodificabile. Ne sono esempi i vari summit tenutisi tra il 2003 e il 2008 (sotto la spinta dell’allora Segretario Generale Kofi Annan), nei quali nessun modello …

  • 11 maggio

    ‘Doccia scozzese’ per i Lib-Dem

    Crollo di consensi per i Liberaldemocratici britannici che perdono sia le elezioni amministrative sia il referendum sul cambio del sistema elettorale. Nel frattempo, in Scozia, si consuma la vittoria dei nazionalisti che ora minacciano un referendum per l’indipendenza da Londra. BIPOLARSIMO RAFFORZATO – Il supergiovedì elettorale che nel Regno Unito ha accorpato elezioni amministrative locali e referendum per l’abbandono del maggioritario secco ha sentenziato una dura battuta d’arresto per i Liberaldemocratici e una altrettanto pesante sconfitta personale per il loro leader, il vice primo ministro in carica Nick Clegg. Il dato puramente numerico relativo alla tornata amministrativa evidenzia una debàcle della forza di governo liberale a vantaggio dei due partiti che rappresentano al meglio la tendenza bipolare della politica britannica: conservatori e laburisti. Il partito di David Cameron esce indenne dal voto; una lieve flessione del 2% è fisiologica e non inciderà in alcun modo sulla tenuta al governo dei tories. Cameron dunque, almeno per il momento, può dormire sogni tranquilli avendo superato senza troppe difficoltà uno scoglio tipico del principio d’alternanza britannico: nel Regno Unito infatti, il più delle volte avviene che la prima chiamata alle urne successiva alle elezioni politiche tenda a sfiduciare il partito di governo a favore della forza d’opposizione. Sei i Conservatori si mantengono stabili nella loro posizione privilegiata i laburisti, guidati dal giovane Ed Miliband, possono ben sperare dopo il voto delle amministrative di maggio. Ad un anno esatto dalla pesante batosta elettorale targata Gordon Brown sono più che evidenti alcuni segnali di ripresa: la sconfitta del 2010 infatti, più che un normale passaggio di consegne ha rappresentato un vero e proprio anno zero per il Labour Party. Terminata l’era Blair-Brown, il partito ha dovuto rinnovarsi non solo nella leadership ma soprattutto nei contenuti politici. In questo senso è sicuramente da sottolineare l’operato di …

  • 2 maggio

    Una poltrona per due

    I rapporti tra i due massimi esponenti della politica russa sembrerebbero esser giunti quasi al capolinea tanto da paventare un potenziale scontro elettorale tra i due leader per chi dovrà governare il paese dal 2012. Chi avrà la meglio tra lo “zar” Vladimir Putin e il suo (ex) alter-ego Dimitri Medvedev? GENESI  – Correva l’anno 2000 quando Vladimir Putin, ex agente segreto sovietico, subentrò a Boris Eltsin come Presidente della Federazione Russa. Riconfermato dopo quattro anni per il secondo mandato, Putin dovette far fronte all’impossibilità di ripresentarsi per la terza tornata elettorale presidenziale consecutiva, individuando un potenziale alter ego, un delfino che potesse subentrare degnamente a scadenza del mandato nel 2008. La scelta cadde su Dimitri Medvedev: già noto per aver presieduto il consiglio di amministrazione Gazprom, il maggiore estrattore al mondo di gas naturale. Fu così nominato prima capo dello staff presidenziale e poi vice Primo ministro nel 2005. La consacrazione politica avvenne però nel 2008 quando, forte della sponsorizzazione di Putin, Medvedev divenne Presidente della Russia. La sua nomina però fu vincolata a quella di Putin come Primo ministro, rafforzando in tal modo un duopolio che all’epoca sembrava realmente inattaccabile. PRIME CREPE – Invertiti i ruoli, probabilmente più per una necessità legata ai vincoli costituzionali russi che per scelta vera e propria, pareva dunque che il destino di Medvedev fosse legato ad un ruolo da comprimario impostogli dallo “zar” Putin. Tale aspettativa però è stata disattesa già dopo il primo anno di presidenza: tra i due infatti è iniziata una lenta ma letale guerra di logoramento verbale che ha evidenziato, il più delle volte, un notevole grado di incompatibilità tra le parti. In diverse occasioni, infatti, soprattutto nelle dichiarazioni rilasciate ai media, i due hanno mostrato differenti linee di pensiero, contraddicendosi spesso, più o meno volutamente. SCONTRO SULLE …

aprile, 2011

  • 9 aprile

    La strategia mediterranea della UE

    I recenti avvenimenti geopolitici che hanno interessato i Paesi nordafricani hanno riproposto i grandi  temi legati alla costruzione di nuovi rapporti Europa-Mediterraneo: la promozione delle riforme e dei diritti dell’uomo,  il dialogo fra culture diverse e l’immigrazione. Recentemente l’UE ha varato un Partenariato per rilanciare la cooperazione con l’altra sponda del mare. Questa volta alle intenzioni seguiranno davvero i fatti? L’UE PIANIFICA – Lo scorso 8 marzo la Commissione Europea e l’Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza hanno presentato una comunicazione relativa a un “Partenariato per la democrazia e la prosperità condivisa” con i paesi del Mediterraneo meridionale. Questo per cercare di dare una soluzione ai problemi emergenti della regione. Gli obiettivi prioritari che ne stanno alla base si fondano su tre pilastri fondamentali: a) sostegno mirato alla trasformazione democratica e allo sviluppo istituzionale, con particolare attenzione ai diritti umani, alle riforme costituzionali e giudiziarie e alla lotta contro la corruzione; b) stretta collaborazione con le persone, insistendo in particolare sul sostegno alla società civile, e maggiori possibilità di contatti tra i giovani; c) la crescita economica mediante lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro, il sostegno alle piccole e medie imprese, il miglioramento del sistema di istruzione e misure improntate allo sviluppo delle regioni più povere. Con tali strumenti l’Unione vuole seguire un’impostazione basata su incentivi e differenziata a seconda dei paesi secondo il principio "more for more": in altre parole, verranno stanziati aiuti più consistenti a quei Paesi che  si dimostreranno più virtuosi e avanzeranno più rapidamente sulla via delle riforme politiche ed economiche. L'obiettivo è instaurare un dialogo più intenso finalizzato ad instaurare una più stretta cooperazione nel quadro della politica estera e comune (PESC). IMMIGRAZIONI E COMMERCIO – In secondo luogo rimane di fondamentale importanza il controllo dei …

  • 6 aprile

    Retirada. Così parlò Zapatero

    A poco meno di un anno dalle elezioni politiche spagnole, Josè Luis Zapatero rende pubblica la volontà di non candidarsi per un ipotetico terzo mandato, aprendo così la strada verso le primarie del Psoe, fondamentali per l’individuazione del candidato socialista che correrà per la Moncloa nel 2012. Facciamo il punto sulla situazione, e ipotizziamo possibili scenari futuri PASSO INDIETRO – Uscire di scena prevedendo il tramonto di un’era, avvalendosi di quell’onestà intellettuale necessaria per riconoscere l’inevitabile conclusione di un percorso politico fatto di alti e bassi. E’ così che, con un anno di anticipo rispetto alla naturale scadenza della seconda legislatura, Josè Luis Zapatero ha annunciato alla Spagna l’intenzione di non candidarsi alle prossime elezioni politiche del 2012. Una scelta questa, secondo fonti vicine al Primo ministro, dettata dalla ferma volontà di non spingersi oltre i due mandati. Per altri, invece, la rinuncia del leader socialista rappresenta la via di fuga per sottrarsi ad una potenziale, più volte preannunciata, disfatta elettorale. LA CRISI ECONOMICA – La decisione di Zapatero va senza dubbio contestualizzata in un momento di grandi difficoltà per il Psoe, dovute in parte alla politica di tagli resa indispensabile dal collasso finanziario degli ultimi due anni. La linfa vitale che contraddistingueva l’operato della prima legislatura socialista pare, infatti, essersi definitivamente esaurita sotto i colpi di una crisi dei mercati internazionali che non ha lasciato scampo alla giovane e fragile economia iberica. Il crollo dell’edilizia e delle banche, motori trainanti nella crescita del Pil spagnolo durante i primi anni di stampo zapateriano, ha fatto salire la Spagna sull’ottovolante finanziario, con una rapida ascesa seguita da un improvviso e drastico trend negativo difficile da arrestare. SOCIALISMO “CIUDADANO” – Gli esordi di Zapatero al timone della Spagna sono stati caratterizzati da alcune discusse ma importanti scelte in materia di politica estera …

marzo, 2011

  • 24 marzo

    A cavallo del confine: tra Europa ed Eurasia

    Il confine dell'Europa si è progressivamente ampliato verso est, arrivando a lambire lo spazio un tempo occupato dall'Unione Sovietica. I cambiamenti storici e le diverse influenze provenienti da est e da ovest rendono il limes europeo e, soprattutto, i Paesi che vi si affacciano, un delicato punto di incontro tra la storia e l'attualità. In questo Focus vi proponiamo un viaggio in Romania e Moldavia: due Paesi con grandi affinità che si guardano dai due lati di un confine che ne determina, oggi, l'evoluzione Questo speciale è stato realizzato nell’ambito della collaborazione tra Il Caffè Geopolitico ed il VIS (www.volint.it), ONG che si occupa di cooperazione allo sviluppo. In relazione alle attività degli amici del VIS in Romania e Moldavia, Il Caffè ha elaborato questo Focus a fini didattici ed operativi: delle schede brevi, snelle, idonee a formare una base di conoscenze sull'area ed a fornire uno strumento per l'approfondimento. Il Focus, di cui abbiamo già pubblicato alcune parti, comprende: A cavallo del confine: tra Europa ed Eurasia Romania I rapporti tra Italia e Romania La Romania e la sicurezza del Mar Nero Moldavia Moldavia e Transnistria, il confine tra due mondi GUAM: la cooperazione tra poveri Temi trasversali La Black Sea Economic Cooperation (BSEC) Il documento completo è visualizzabile sulla nostra pagina di Scribd   La redazione redazione@ilcaffegeopolitico.net

  • 20 marzo

    Lo spettro russo nei paesi baltici

    Recentemente uno scandalo ha colpito il capo dell’opposizione estone, accusato di aver ricevuto finanziamenti da una ONG russa e di subire oltremodo l’influenza di Mosca. L’opinione pubblica baltica è da sempre molto attenta alle mosse russe e i tentativi di resistere all’influenza di Mosca devono scontrarsi con la dipendenza energetica che lega le tre repubbliche al colosso energetico russo IL CASO ESTONE – Il leader dell’opposizione e sindaco di Tallinn, Edgar Savisaar (foto) è stato accusato di aver ricevuto finanziamenti da una organizzazione non governativa russa legata alla persona di Vladimir Yakunin, uno degli uomini più potenti al Cremlino, per la costruzione di una chiesa russo-ortodossa e di essere per questo un “agente di influenza” di Mosca nella politica estone. Questo fatto, in qualche modo percepito come uno scandalo, ha probabilmente influenzato anche l’esito delle elezioni parlamentari estoni del 7 marzo scorso, nelle quali il partito di Savisaar – prima della consultazione valutato come partito di maggioranza all’interno del centro sinistra – ha registrato un calo rispetto alle precedenti elezioni e un aumento netto dei voti a favore dell’altro partito di sinistra, il partito socialdemocratico. Savisaar ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha affermato che le vere motivazioni dello scandalo fossero politiche, proprio dovute all’imminenza delle elezioni. Infatti, l’opinione pubblica estone, e baltica più in generale, è molto suscettibile e timorosa rispetto a qualsiasi influenza russa nella regione, e sussiste una sorta di paura collettiva rispetto ad un ritorno russo nell’area sotto qualsivoglia forma. INFLUENZA ECONOMICA E INFLUSSO DI CAPITALI – Che la Russia desideri mantenere la presa sui paesi dello spazio post sovietico è innegabile. Occorre però fare subito una distinzione su modalità e intensità. Infatti, mentre Ucraina, Bielorussia, Caucaso e Asia Centrale hanno mantenuto legami molto stretti con la Russia e ne subiscono una forte influenza, i paesi Baltici …

febbraio, 2011

  • 2 febbraio

    TiRiot: sulle strade di Tirana

    In queste ultime settimane stiamo assistendo ad una fase di trasformazione radicale della situazione politica del Mediterraneo. Venti di rivolta sembrano spazzare le coste del Mare Nostrum: noi spettatori occidentali abbiamo assistito alla rapida caduta del governo di Ben Ali in Tunisia e stiamo seguendo con interesse e apprensione quello che accade in Egitto. Ancora più vicino al nostro tranquillo stivale, anche l’Albania è in subbuglio. Ve ne portiamo testimonianza con delle immagini da Tirana COSA ATTENDERSI – È ancora presto per esprimere valutazioni sugli eventuali esiti delle più o meno violente manifestazioni di questi giorni nel paese delle aquile e tracciare paralleli con le dimensioni del cambiamento avvenuto in Tunisia e di quello che lascia presagire la situazione nelle strade del Cairo, Suez, Alessandria, ma sembra di sentire che una certa voglia di cambiamento, sempre meno contenibile, accomuni i manifestanti nelle strade del Nord Africa e quelli dei Balcani. Senza insistere oltre sulle affinità delle proteste (vedi il nostro Editoriale “Tunisizzazione” ed effetto domino: il significato delle parole), la situazione albanese ha specifiche caratteristiche e registi politici ben precisi. La situazione politica a Tirana è in stallo dalle ultime elezioni del 28 Giugno 2009, vinte con uno scarto minimo dalla coalizione di Sali Berisha sul principale partito d’opposizione, il Partito Socialista guidato da Edi Rama, carismatico sindaco di Tirana. Dall’estate di due anni fa il dibattito politico è stato monopolizzato dallo scontro tra le due figure politiche intorno alla validità delle elezioni, comunque giudicate nei limiti della legalità dagli osservatori internazionali. Da allora i socialisti di Rama hanno scelto di boicottare i lavori di parlamento e mobilitare la popolazione in una serie di manifestazioni di proteste.  LA CRISI – La situazione è precipitata il 21 Gennaio di quest’anno, quando nel corso di una giornata di mobilitazione popolare, la polizia …

dicembre, 2010

  • 16 dicembre

    Libia, porta d’Europa

    Facciamo chiarezza sul delicato tema dell’immigrazione proveniente dalla Libia. Negoziati e aiuti economici sono le carte messe sul tavolo dall’Unione Europea per fermare i clandestini. Le parti hanno da poco siglato un accordo non vincolante, anche se Gheddafi, come sempre, gioca al rialzo. Ecco tutte le questioni in gioco, dai diritti umani alle esorbitanti richieste economiche libiche