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Analisi – Negli ultimi anni il subcontinente indiano, oltre a essere base di partenza di centinaia di foreign fighters, è divenuto terreno fertile per l’espansione dei principali gruppi del terrorismo islamista.

LA NUOVA FRONTIERA DEL TERRORISMO

Nel subcontinente indiano, da anni, molti musulmani sono insofferenti alle politiche dei rispettivi Governi centrali, tendenza che ha contribuito all’espansione dei principali gruppi jihadisti nella regione. Il 3 settembre 2014 Ayman al-Zawahiri annunciò la nascita di una nuova branca dell’organizzazione: al-Qāʿida in the Indian Subcontinent (AQIS) il cui scopo principale era diffondere il Jihād in tutta l’area, specialmente in Pakistan, India e Bangladesh. A giugno 2017, AQIS pubblicò un “Codice di condotta per i mujaheddin nel subcontinente”, ove il gruppo indicava gli obiettivi nell’area. Dal 2015, soprattutto da Bangladesh e Maldive, sono partiti centinaia di uomini che si sono uniti allo Stato Islamico (IS) in Medio Oriente. Nel subcontinente molti gruppi si sono, inoltre, avvicinati o affiliati all’IS, che tramite propaganda online, video tutorial, sermoni audio, riviste elettroniche sta tentando di espandersi nell’Asia meridionale.

IL JIHĀD IN INDIA

Il terrorismo in India è un fenomeno molto complesso. Nel “Codice di condotta” AQIS precisava i propri obiettivi in India, cioè colpire polizia, organizzazioni indù e personale militare. Nel testo si criticavano le politiche oppressive dello Stato indiano nei confronti dei musulmani del Kashmir, l’alleanza dell’India con gli USA e lo scontro idrico con il Bangladesh, inteso come tentativo di sottomissione dei musulmani bengalesi. I musulmani indiani che hanno deciso di intraprendere la strada del Jihād si sono di solito indirizzati verso l’insurrezione del Kashmir, con l’obiettivo di creare uno Stato Islamico retto dalla Shari’a. Tra i principali gruppi operanti in India e nel Jammu e Kashmir, che hanno ricevuto, probabilmente, il sostegno del Governo pakistano e dell’ISI, vi sono Hizb-il-Mujahideen (HM), Jaish-e-Mohammad (JeM) e gli Indian Mujaheddin (IM). L’IS, invece, ha dichiarato più volte l’intenzione di espandere la propria presenza in India, cercando di approfittarsi della povertà e della disuguaglianza nell’istruzione e in ambito lavorativo della componente musulmana. Lo Stato Islamico ha tentato anche di infiltrarsi nella complessità politica del Kashmir, creando la Wilayat Islamic State Jammu e Kashmir (ISJK). La propaganda jihadista però non è riuscita al momento ad attecchire in India per diversi motivi. Negli ultimi tre anni l’intelligence indiana ha estinto sul nascere i focolai di aspiranti estremisti con iniziative di deradicalizzazione. L’Esercito indiano, invece, conduce regolarmente operazioni antiterrorismo nel Jammu e Kashmir. Nell’ambito del controterrorismo, l’India è membro fondatore del Global Counterterrorism Forum (GCTF) e del Gruppo di azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio (GAFI) per il contrasto del finanziamento al terrorismo.

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Fig. 1 – Un commando indiano dell’unità antiterrorismo OCTOPUS durante un’esercitazione 

TERRORISMO IN PAKISTAN

Diverso il caso del Pakistan, i cui Governi fin dall’inizio degli anni Ottanta, soprattutto attraverso i servizi segreti (ISI), hanno spesso sostenuto gruppi islamisti e jihadisti per contrastare l’India, contro la minoranza sciita o per destabilizzare l’Afghanistan. Nessun Governo ha osteggiato l’espandersi di queste formazioni, la cui proliferazione è divenuta una minaccia alla sicurezza interna. Tra i gruppi più attivi vi sono Lashkar-e Taiba (LeT) e Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Gli obiettivi di LeT prevedono l’esportazione del Jihād in tutta l’Asia meridionale, in Russia e Cina. Il TTP è un’organizzazione ombrello composta da 13 distinte fazioni talebane pakistane, la cui base operativa è nell’Area tribale ad amministrazione federale (FATA). AQIS, invece, ha stretto un rapporto simbiotico con diversi gruppi pakistani, come Harakat-ul-Muhajideen, Harakat-ul-Jihad-al-Islami, Lashkar-e-Jhangvi e militanti talebani pakistani in rotta con il TTP. Lo Stato Islamico si è impiantato nelle zone montagnose fra Pakistan e Afghanistan nel 2015 e ha iniziato a colpire in particolare le minoranze sciite. I gruppi jihadisti di Jundallah, di Tehreek-e-Khilafat Pakistan (TKP), di Jamaatul Ahrar e militanti fuoriusciti dal TTP dell’area ribale di Orakzai, hanno deciso di giurare fedeltà al Califfo, attratti dalla possibilità di pagamenti più elevati. Il Pakistan è terreno fertile per l’IS nel reclutamento di foreign fighters. I funzionari dell’intelligence pakistana hanno riferito che almeno 650 pakistani hanno combattuto in Siria, Iraq, Yemen o sono stati arruolati dall’ISK (Islamic State Khorasan). L’attività di organizzazioni islamiste nei centri rurali e nelle aree più instabili, maggiormente colpite da disoccupazione e disuguaglianza sociale, ha condotto a una crescente radicalizzazione all’interno di carceri, campus universitari e in diverse aree del Punjab e del Belucistan. Gli sforzi del controterrorismo pakistano, che inizialmente miravano solo a contenere e controllare i gruppi jihadisti, si sono trasformati in un vero e proprio intervento militare contro di essi, sia nelle zone tribali, con l’operazione militare Zarb-e-Azb nel Waziristan, sia in altre aree del Paese con l’operazione militare Radd-ul-Fasaad.

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Fig. 2 – Funzionari della sicurezza pakistana esaminano il sito di un’esplosione in un’area del mercato di Peshawar, 5 gennaio 2019

IL RESTO DEL SUBCONTINENTE

Nel resto del subcontinente indiano la situazione è molto più diversificata. Il Nepal affronta principalmente problematiche relative a terroristi transfrontalieri. Il Bhutan non ha problematiche legate al terrorismo, ma il Governo reale ha comunque intrapreso iniziative di controterrorismo. Le Maldive sono invece divenute una delle principali aree di reclutamento jihadista da parte dello Stato Islamico. La capitale Male è una delle città più sovraffollate al mondo, con un elevato tasso di povertà dovuto anche al fatto che gran parte degli introiti generati dal turismo sono incamerati da pochi imprenditori locali e internazionali. Dall’inizio della guerra siriana circa 200 maldiviani sono partiti per unirsi agli eserciti dell’IS. Nello Sri Lanka il controterrorismo è incentrato in particolare sul monitoraggio dei social network, poiché molti cittadini si sono radicalizzati tramite la propaganda online. La radicalizzazione nello Sri Lanka è connessa principalmente alle violenze e alle diseguaglianze subite dai musulmani, soprattutto tamil, e dalle minoranze etniche. Tra i gruppi jihadisti più attivi nel Paese vi sono i salafiti dello Sri Lanka Thawheed Jamaat (SLTJ).

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Fig. 3 – Alcuni membri del Rapid Action Battalion (RAB), unità di élite antiterrorismo della polizia del Bangladesh 

Il caso sicuramente più preoccupante è quello del Bangladesh, dove l’Islam è religione di Stato. Lo scopo aggregante delle organizzazioni islamiste in Bangladesh è stabilire uno Stato retto dalla legge islamica. AQIS e lo Stato Islamico hanno scelto quindi il Paese come area strategica per l’espansione del Jihād in tutta l’Asia. Negli ultimi anni i jihadisti hanno costruito una rete di radicalizzazione all’interno di madrase, ospedali e centri di formazione. AQIS ha saputo infiltrarsi nel Paese alleandosi con diversi gruppi jihadisti locali come Ansar al-Islam, Harkat-ul Jihad Islami (HJI), Jamaat-ul Mujahideen Bangladesh (JMB) e Ansarullah Bangla Team (ABT). Per ciò che concerne l’IS, esso è presente formalmente in Bangladesh da novembre 2015. Le cellule di giovani jihadisti legati al Califfato sono molto decentralizzate, non gerarchiche e comunicano tramite le app di messaggistica. Solo circa 40 bengalesi sono partiti per unirsi all’IS in Medio Oriente, poiché la maggior parte dei gruppi jihadisti bengalesi ha obiettivi nazionali. Nel maggio 2017, su richiesta dell’intelligence, il Rapid Action Battalion (RAB) ha condotto numerosi raid in tutta la regione di Dacca e arrestato numerosi affiliati all’IS. In ambito di controterrorismo, il Governo bengalese ha aumentato la cooperazione con l’India e gli Stati Uniti. In materia di contrasto al finanziamento del terrorismo, il Paese è membro dell’Asia/Pacific Group on Money Laundering (APG) e della Financial Action Task Force (FATF).

Daniele Garofalo

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Daniele Garofalo

Sono nato a Salerno nel 1988. La storia, la geografia, la politica e i viaggi, sono da sempre le mie grandi passioni. Dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Scienza Storiche presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi in Storia delle Dottrine Politiche nel 2016,  mi specializzo nel 2017 in Geopolitica e Relazioni Internazionali con il corso di formazione del “Centro Studi Geopolitica.info” di Roma, patrocinato dal  CEMAS, la Società Geografica Italiana e il Link Lab della Link Campus University.  Sono ricercatore e analista indipendente di Geopolitica, Relazioni Internazionali e storia contemporanea. Collaboro con il “Centro Studi Geopolitica.info”, il Quotidiano online indipendente di Geopolitica e Politica estera “Notizie Geopolitiche.net” e da maggio 2018 collaboro con il Desk Asia del Caffè Geopolitico. Da gennaio 2019 per il Caffè Geopolitico mi occupo della rubrica miscela dark “Gli Occhi nel Jihad”. Ho collaborato con l’ASRIE, l’“Association of Studies, Research and Internationalization in Eurasia and Africa” alla rivista digitale Geopolitical Report Vol.3/2018 “Geopolitics of Eurasia: international relations, security issues, and economic projects”, con un analisi dal titolo “Belucistan, tensioni e guerre in una regione strategica”, al Geopolitical Report Vol. 4/2018 “Mediterranean Sea: Current Trends and Challenges” con un’analisi dal titolo “La questione Tuareg” e al Geopolitical Report Vol. 1/2019 “Belt and Road Initiative: Security Issues, Investment Opportunities and Geopolitics”, dal titolo “La Nuova Via della Seta e l’espansione nel Corno d’Africa”. Mi occupo principalmente della ricerca, studio e analisi dell’area mediorientale e nordafricana, dell’Asia Centromeridionale e del terrorismo islamista.