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AnalisiSviluppo sostenibile, integrazione europea e ‘nazionalismo green’: così i verdi si sono affermati in Baviera, Belgio e Paesi Bassi, a spese dei socialdemocratici, ma anche dei sovranisti.

MACCHIE VERDI IN EUROPA

Ultimamente alcuni eventi elettorali hanno fatto pensare a un possibile “ritorno di fiamma” dei partiti verdi, molto in voga negli anni Novanta, ma andati poi declinando. I primi indizi li avevamo avuti il 4 dicembre di due anni fa, quando durante le elezioni presidenziali austriache il candidato dei Grünen Van Der Bellen si imponeva sull’ultranazionalista Hofer al ballottaggio. Ma se in una sfida tra due soli candidati un certo elettorato europeo ha saputo dimostrarsi unito contro lo spauracchio dell’estrema destra senza necessariamente ricorrere alla carta eco-europeista (vedi il fenomeno Macron in Francia), lo stesso non si può dire in altri contesti elettorali.
Nei Paesi Bassi le elezioni legislative del 2017 dovevano essere il trionfo dell’islamofobo Wilders: non lo sono state (13,1%, lontano dal 21,3 del Partito popolare), nonostante il crollo verticale dei socialdemocratici (il Partito del Lavoro ha chiuso al 5,7%, -19,1% rispetto alla precedente tornata), anche grazie all’exploit (9,1%, +6,8%) della GroenLinks di Jesse Klaver. Una dinamica simile si è poi registrata in Baviera lo scorso 15 ottobre: l’emorragia del Partito socialdemocratico (dal 21% al 9,7%) è stata fermata dall’avanzata dei Grünen di Katharina Schulze, secondo partito al 17,5% dietro alla CSU e ben al di sopra dei nazionalisti di AfD, che entrano sì per la prima volta nel Landtag, ma non sfondano (10,2%). Lo stesso giorno, in Belgio, le elezioni comunali mostravano numeri in linea con il verdetto bavarese: a Bruxelles e ad Anversa, prima e seconda città del Paese, gli ambientalisti di Ecolo/Groen si sono affermati al 17-18%. Inoltre i sondaggi in Germania da qualche tempo danno i verdi come secondo partito, dietro alla sola CDU-CSU e ben davanti alla SPD e ad AfD.
Vale dunque la pena di chiedersi: quella verde è un’onda anomala o potrebbe davvero rappresentare un’alternativa politica europea progressista, credibile ed esportabile (soprattutto alla luce della crisi dei partiti tradizionali) a partire dalle prossime elezioni europee di giugno 2019?

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Fig. 1 – Jesse Klaver, 32 anni, leader di GroenLinks (Sinistra Verde) dal 2015

I FATTORI DEL SUCCESSO

Perché i Verdi? Quali sono le caratteristiche comuni del loro successo? Innanzitutto all’interno dell’enorme calderone che è il Partito verde europeo, vanno distinti gli esponenti politici più o meno euroscettici da quelli eurofederalisti. Il Partido Ecologista portoghese, ad esempio, sostiene quella corrente ambientalista più in linea con la retorica no-global del Partido Comunista al quale è fortemente affiliato, dei sindacati e dei centri sociali. Una posizione in parte condivisa anche dalle forze verdi in Spagna (ICV) e in Svezia (MP). Nella maggior parte dei Paesi dell’Unione, tuttavia, i partiti ambientalisti lottano per l’ecosostenibilità dell’economia (ma attenzione, non per il mero rallentamento della stessa in nome del concetto ambiente) e sono anche dichiarati sostenitori del processo di integrazione politica europea: è all’interno di questo filone che vanno collocati i verdi di Belgio, Germania e Paesi Bassi.
In quest’ultimo gruppo, se si esclude l’enfasi sul tema dell’ecologia, dal punto di vista della politica economica e dei diritti civili è difficile distinguere l’ideologia di questi partiti da quella dei socialdemocratici tradizionali. Non deve dunque sorprendere che l’ascesa dei primi sia contemporanea alla crisi dei secondi: una dinamica riscontrabile in tutti i tre Paesi sopra considerati. Ma ci sono due fattori determinanti che hanno permesso ai verdi di attingere a un elettorato molto più ampio e variegato, fino ad arginare l’escalation delle forze sovraniste in alcuni Stati dell’Europa occidentale.
Prima di tutto i verdi sono sì europeisti e progressisti, ma al contempo lottano per la difesa della natura e del territorio intesi come patrimonio nazionale. Una caratteristica trasversale, che permette di intercettare anche una parte dell’elettorato anti-sistema: in Baviera, l’Unione-Cristiano Sociale (CSU), storico primo partito, è passato dal 47,7% del 2013 al 37,2% delle ultime elezioni, a causa anche dell’avanzata dei Grünen (il 15% dei cui voti attuali deriva da ex sostenitori CSU, fonte Infratest dimap), molto più che di quella dell’AfD. Secondo aspetto, e più importante, rispetto ai socialdemocratici (che pure sono sempre più in linea con le politiche ambientaliste) l’enfasi che i verdi pongono sulla questione identitaria è molto marcata. La Tabella 1 (fonte CHES) riassume questo trend: in Belgio, Paesi Bassi e Germania, all’interno dell’agenda politica dei partiti, la rilevanza della dicotomia libertà-autorità nel dibattito sul sistema dei valori della società viene stimata da un panel di esperti come più importante per gli ecologisti rispetto ai socialdemocratici.

Verdi Socialdemocratici
Belgio 5,6 (Ecolo/Green) 3,2 (PS)
Germania 7,7 (Die Grünen) 5,4 (SPD)
Paesi Bassi 6,2 (GroenLinks) 4,3 (PvdA)

Tabella 1 – L’importanza del dibattito libertà-autorità: differenze tra verdi e socialdemocratici in Belgio, Germania e Paesi Bassi (CHES, 2014). Su una scala da 1 a 10, 0 significa “nessuna importanza”, mentre 10 significa “grande importanza”

È soprattutto in questo aspetto che la “green wave” ha fatto centro, colmando una debolezza che i partiti socialdemocratici stanno pagando a caro prezzo e che viceversa ha permesso agli ambientalisti di competere con il populismo di estrema destra sul suo stesso campo di battaglia: le ultime elezioni in Germania, Belgio e Paesi Bassi mostrano che il “nazionalismo verde” può avere anche più appeal di quello “nero”.
La distribuzione geografica dei voti collezionati dai verdi merita un’ultima considerazione. Gli ecologisti volano soprattutto nelle grandi città, mentre faticano a far breccia nelle campagne. In Baviera, Die Grünen sono il principale partito a Monaco, a Norimberga e in tutti i primi otto centri abitati. Lo stesso vale per GroenLinks ad Amsterdam, mentre abbiamo già segnalato l’exploit di Ecolo/Green nelle maggiori città del Belgio. Il richiamo ambientalista è più elitario che popolare? O più semplicemente funziona meglio tra la popolazione urbana e maggiormente colpita dall’inquinamento? In ogni caso, per diventare a tutti gli effetti un partito di massa, i verdi dovranno cercare di conquistare proprio quei territori difesi dalla loro propaganda.

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Fig. 2 – Katharina Schulze, 33 anni, candidata dei Grünen, che hanno conquistato il 17,5% nelle ultime elezioni in Baviera

UN MODELLO ESPORTABILE IN ITALIA?

La domanda è lecita, soprattutto per quei Paesi in cui la socialdemocrazia è particolarmente in crisi, come il nostro. La tradizione politica ambientalista italiana è però frammentata e radicalmente diversa da quella olandese o tedesca. Se è vero che alle ultime elezioni la Federazione dei Verdi di Andrea Bonelli (0,6%) compariva in coalizione con il Partito democratico, storicamente si è sempre presentata all’interno della sinistra radicale. E oggi non c’è stata alcuna svolta in senso eurofederalista. È infatti il Movimento 5 Stelle, più del PD, ad aver assimilato la retorica ambientalista all’interno del proprio programma (dal referendum sulle trivellazioni alla Tav, fino al più recente stop agli inceneritori). I Verdi non sono mai andati oltre il 3,8% (Europee 1989), ma lì dove non è arrivata la politica ci è riuscita l’economia: l’Italia è tra i primi Paesi in Europa per la Green Economy, ovvero la produzione eco-sostenibile e le relative capacità di riciclo.
La risposta, dunque, è poco incoraggiante nell’immediato, ma affascinante nel medio periodo. Il modello ambientalista mitteleuropeo, se mai realizzabile in Italia, è chiamato a farsi strada in discontinuità con una tradizione politica modesta e oggi non attraente, ponendosi come naturale portavoce di un modello di sviluppo sostenibile e già ben radicato nel territorio. Finora, nessuno si è lanciato nell’impresa: una leadership competente, giovane e carismatica come quella di Klaver o Schulze non è nemmeno facile da trovare. Ma con il centrosinistra ai minimi storici lo spazio c’è. I Paesi Bassi e la Baviera, pur partendo da basi sociopolitiche ben più favorevoli, insegnano che i verdi lo possono sfruttare.

Francesco Gottardi

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