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AnalisiLe compagnie high-tech cinesi scommettono sull’Africa, in particolare sulla “Silicon Savannah” di Nairobi, per sviluppare strategie orientate a soddisfare i bisogni dei mercati emergenti. La Silicon Savannah è una storia di successo dell’azione congiunta cinese e locale ed il settore ITC offre l’occasione per giocare ad armi pari, anche se resta l’incognita della raccolta e gestione dei big data.

LA CINA TECNOLOGICA GUARDA ALL’AFRICA

Tra i circa 200 hub tecnologici nell’emergente mercato africano spicca il cluster di Nairobi, tanto da guadagnarsi l’epiteto di Silicon Savannah. Mentre la stessa Silicon Valley sembra perdere terreno rispetto alla concorrenza basata a Guangzhou e Shenzhen, dalla Cina giungono grandi volumi di capitale nel settore tech africano: è il dragone che diversifica il proprio portafoglio, e non sembra intenzionato a perpetrare la stessa narrativa della trappola del debito sulle infrastrutture. Questo fenomeno non riguarda soltanto il Kenya, ma l’intera area sub-sahariana del continente.

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Fig. 1 – Stretta di mano tra Xi Jinping e Uhuru Kenyatta al Belt and Road Forum di Pechino, 15 maggio 2017

Ad esempio, dopo aver realizzato molti progetti di infrastrutture ITC, Huawei ha recentemente annunciato l’apertura di un data center in Sudafrica, sulla scia di Google e Amazon. Jack Ma, il fondatore di Alibaba, ha espresso interesse verso il mercato africano, visitando il Ruanda e confezionando un deal che si focalizza principalmente su una rete di e-services in grado di facilitare l’interazione con il mercato cinese. Transsion, gigante cinese degli smartphone low-cost, si appresta invece a lanciare Boom Play, un nuovo servizio di streaming musicale, in joint venture con l’internet provider cinese Netease. Infine, un investimento dall’alto valore strategico e simbolico arriva da CloudWalk, startup cinese basata a Guangzhou che ha firmato un accordo con lo Zimbawe per installare software di riconoscimento facciale di nuova generazione, sull’onda della massiccia schedatura domestica attuata dal Governo cinese per l’implementazione del proprio controverso sistema di credito sociale.

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Fig. 2 – Un giovane di Johannesburg cammina di fronte ad una pubblicità del gruppo Vodacom che promuove M-pesa, il servizio di micropayment nato in Kenya nel 2007

IL CASO NAIROBI

L’investimento cinese nel tech africano è dunque ad ampissimo spettro e si estende ben oltre gli esempi citati. La Silicon Savannah di Nairobi propone ottimi esempi sia di classici investimenti top-down dei giganti cinesi, che di un fiorente panorama di innovazione domestica: uno spaccato ideale per comprendere come un’Africa giovane e piena di potenziale interagisce con il mercato cinese, già consolidato e in via di maturazione. Nairobi è oggi interamente coperta da 4G (con Huawei contractor prominente delle torri telefoniche) e il 3G è stato offerto in passato a un prezzo relativamente basso, permettendo un facile accesso a internet, spesso su hardware low-cost introdotto dai cinesi. Dal pionieristico approccio a internet Nairobi si è fatta embrione del tech africano, epicentro di un’esplosione di piattaforme per mettere in contatto tecnologia e investitori. Di queste, ben quattro tra i più grandi accelerator africani hanno sede a Nairobi (88Mph, Savannah Fund, Sinopsis Group e The Growth Hub), assieme a due dei più importanti incubator (iLab Africa e mLab). Il modello è la Silicon Valley, con qualche attenzione in più da parte delle Istituzioni: strutture intere sono dedicate a spazi di co-working spesso supportati dal Governo locale, direttamente o tramite policy che favoriscono l’inserimento di piccole imprese e nuovi cervelli. La lungimiranza del Governo kenyota va notata, perché, proprio tramite un uso attento delle politiche pubbliche, è stato in grado di creare un ambiente fiscale e infrastrutturale favorevole sia all’investimento, che alla sopravvivenza di micro-compagnie a caccia della killer app. Un prodotto kenyota esemplare è il servizio di micro-payment M-Pesa, piattaforma p2p lanciata da Safaricom nel 2007. Il successo di M-Pesa è dovuto a un design su misura per il mercato locale, tenendo conto delle abitudini di pagamento e remunerazione di molti africani, secondo cui la finestra temporale di riferimento non è più mensile, ma giornaliera. In pratica, M-Pesa è un servizio che nasce localizzato ed esemplifica tipologia e target delle tecnologie sviluppate in Kenya negli ultimi 15 anni: from Africa-to Africa per natura e design, con il potenziale di attecchire anche in alcuni mercati asiatici con particolari esigenze e caratteristiche.
Nairobi traghetta dunque l’Africa nella quarta rivoluzione industriale, destinata a scardinare i canoni correnti dell’industria manifatturiera e ad apportare cambiamenti epocali nei settori più disparati (dalla finanza all’agricoltura) con lo sviluppo di tecnologie altamente disruptive quali i big data, l’internet delle cose, il blockchain, la stampa 3D e l’intelligenza artificiale (IA). Nei prossimi decenni Pechino mira a conquistare una posizione di leadership assoluta nello sviluppo delle nuove tecnologie, soprattutto della IA. Non è quindi raro che il Governo cinese spinga compagnie private verso il mercato africano attraverso strumenti di policy e finanziamento, approfittando di un mercato emergente molto attivo e ricettivo, che propone trend rurali e urbani per molti versi simili a quelli applicabili al mercato cinese. Così, oltre a colmare il gap infrastrutturale, Pechino sostiene la narrativa per cui l’Africa ha cessato di essere una aid-driven economy e si appresta a maturare in un mercato strategico caratterizzato da una convergenza d’interessi tra investitori cinesi, Governi locali e compagnie locali. Con una minore avversità al rischio rispetto ai colleghi occidentali, i cinesi si gettano nella Silicon Savannah consci di un rischio finanziario maggiore, ma anche di un alto potenziale di guadagno, sia in termini di vendite che di innovazione mirata a risolvere specifici problemi africani di natura potenzialmente simile a quelli cinesi.

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Fig. 3 – Bandiere cinesi sventolano accanto alla statua di Jomo Kenyatta, primo Presidente del Kenya, durante l’expo “China Homelife” di Nairobi

IL PROBLEMA DEL DATA HARVESTING

Senza dubbio, la Cina ha contribuito molto allo sviluppo del settore ICT africano, dalle infrastrutture per la copertura telefonica e telematica fino ai cavi sottomarini facenti capo a Djibouti e al porto kenyota di Mombasa, dalla formazione di tecnici africani in Cina fino all’esportazione di hardware low-cost. L’altra faccia della medaglia è invece quella del data harvesting, che spiega la distribuzione di hardware e software con bassi margini di guadagno: i dati africani sono essenziali perché le compagnie cinesi possano perseguire un dominio dei futuri mercati dell’IA. La monetizzazione dei dati degli utenti è già nota con Facebook, Google e Amazon, tuttavia, nel caso di compagnie cinesi come Tencent o Alibaba la nebbia normativa è ancora più fitta. Se per alcuni il palese torto di Facebook nel caso Cambridge Analytica resta una magra consolazione, il sistema cinese offre ancora meno trasparenza sul possesso dei dati raccolti e il loro utilizzo. Il problema è prima di tutto di carattere normativo e va ricondotto soprattutto alla differenza concettuale di “privacy” nella visione cinese della società, basata su valori confuciani che ammettono un’ingerenza maggiore dell’autorità. Ancora una volta il Kenya offre un ottimo esempio, in quanto una delle poche realtà africane dove è in corso una discussione in merito alle data collection policies che coinvolge privati ed istituzioni, soprattutto a seguito dell’adozione della GDPR da parte della UE. Tuttavia le Istituzioni nazionali si muovono in un vasto ecosistema di attori e pressioni dove l’interesse cinese è forte: in quest’ottica è doveroso considerare che la divisione tra pubblico e privato in Cina è perlopiù formale, come evidenzia la presenza trasversale di iscritti al Partito Comunista in quasi ogni ruolo di autentica responsabilità. Nel settore ITC c’è l’occasione per giocare su un level playing field, a patto di non indisporre Pechino, che vanta importanti strumenti di leverage politica ed economica, tra cui, in Kenya, ingenti crediti sul porto di Mombasa e la linea ferroviaria SGR.

Federico Zamparelli

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Federico Zamparelli

Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.