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Dopo mesi di attesa silenziosa, gli Usa "scendono in campo" in Honduras con una iniziativa diplomatica concreta in vista delle elezioni previste per la fine di novembre e risolvere una crisi che sta giungendo alle battute finali. Forse

ECCO GLI USA – Ad un mese dalle elezioni, Washington ha deciso incrementare i suoi sforzi nella soluzione della crisi politica hondureña e ha inviato una delegazione diplomatica a Tegucigalpa per trovare un accordo in vista delle elezioni del prossimo 29 novembre. Il sottosegretario per gli affari emisferici Thomas Shannon si è riunito con entrambi i contendenti alla presidenza dell’Honduras ripartendo dall’Accordo di San Josè che nel giugno scorso era stato proposto da Óscar Arias, presidente del Costarica. L’obiettivo dichiarato della negoziazione americana era arrivare ad un punto di incontro che permetta il libero svolgimento delle elezioni, in un paese segnato da profonda conflittualità, da serrate ai mezzi di comunicazione contrari all’opinione golpista e coi militari per le strade che da oltre un mese assediano e presidiano l’ ambasciata brasiliana in cui si è rifugiato Zelaya.  Ed ecco la soluzione. Nelle ultime ore è stato trovato un accordo tra le delegazioni di Zelaya e di Micheletti perchè il Congresso hondureño si pronunci sul ritorno al potere del primo e perchè le elezioni programmate per il 29 novembre ricevano legittimazione internazionale. Il primo punto dell'accordo accoglie la richiesta di Zelaya: in caso di voto positivo del Parlamento, tutti gli atti dell'Esecutivo presi dopo il 28 giugno 2009 (data del "golpe") saranno cancellati e il presidente legittimo tornerà in carica fino alla scadenza naturale del mandato (gennaio). Il secondo punto fa parte invece delle richieste di Micheletti, in quanto l'esito delle elezioni, che si potrebbero svolgere sotto un Governo "golpista", avrebbe potuto essere disconosciuto dalla comunità internazionale. Tuttavia non è stato fissato un termine entro cui il Congresso si pronunci e ciò si potrebbe inserire nella tattica dilatoria di Micheletti.  

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POPOLO SOVRANO? – Così teoricamente la palla dovrebbe tornare al volere del popolo, l’appiglio a cui si attaccava Zelaya per legittimare la sua presidenza e che serviva a Micheletti per dimostrare che non era un senatore ribelle. Tuttavia, come ampiamente denunciato da vari organismi di tutela dei diritti umani, mancano le condizioni per svolgere libere elezioni, che possano essere approvate della comunità internazionale. Solo nelle ultime settimane sono state represse manifestazioni, chiuse televisioni e radio ed è stato mantenuto in vigore il coprifuoco durante la notte.   

VINCITORI E VINTI – La repentina discesa in campo degli USA rappresenta nell'immediato un successo diplomatico da parte dell'amministrazione Obama. Dall'altro lato, la decisione presa rappresenta un forte smacco per il Venezuela, che non è riuscito a imporre la propria linea.  Quale sarà la posizione del presidente brasiliano Lula e degli altri premier dei paesi latinoamericani che non riconoscono il governo golpista di fronte a elezioni svolte in questo clima? Rischieranno di legittimarle in caso di vittoria della fazione di Zelaya o non riconosceranno la legittimità di qualunque presidente esca dalle urne? Di certo tutti i leader sudamericani gradiscono poco l’intervento statunitense. Per ora il Brasile, permettendo l’entrata nella capitale di Zelaya, aveva dettato la strada dell’accordo; nonostante ciò nemmeno l’intervento di Lula ha risolto la situazione d’impasse. La crisi, dunque, potrebbe ancora non essere risolta del tutto. Bisognerà infatti attendere il voto del Congresso e come questo si pronuncerà. Se Micheletti dovesse cercare di prendere ancora tempo, è probabile che la fazione di Zelaya sia ancora disposta a "dare battaglia". 

Andrea Cerami – Davide Tentori 30 ottobre 2009 redazione@ilcaffegeopolitico.it

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Attachè Economico. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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