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In 3 Sorsi – A fine novembre si sono tenute le elezioni parlamentari e municipali in Bahrain, le seconde dopo le Primavere Arabe. La Monarchia costituzionale ha però assunto un atteggiamento rigido nei confronti delle opposizioni, prevenendo una piena democratizzazione del Paese.
1. BAHRAIN: UNA MONARCHIA COSTITUZIONALE CHE CONTA 
Con la fine dell’Impero Ottomano l’Emirato del Bahrain e passato sotto protettorato britannico fino alla piena indipendenza (1971), diventando poi una Monarchia costituzionale nel 2002, con la guida della dinastia Al Khalifa. Questa trasformazione si è compiuta con la promulgazione da parte del sovrano Hamad di una nuova Costituzione, che prevede un Parlamento bicamerale composto da una Camera Alta, a nomina regia, e una Camera Bassa, eletta dal popolo. Come molti Paesi della regione, il Bahrain ha attraversato una fase turbolenta nel 2011, quando migliaia di manifestanti scesero nella Piazza della Perla della capitale Manama invocando riforme socio-politiche ed economiche. Benché trasversale, la rivolta è stata dipinta come un movimento confessionale, in cui la maggioranza sciita del Paese (circa il 70%) appoggiata dall’Iran avrebbe cercato di ribaltare l’equilibrio di potere a proprio vantaggio. La Monarchia ha così assunto una posizione ambivalente: da un lato limitate concessioni democratiche, e, dall’altro, una repressione dura di ogni opposizione. A sostenere l’operato degli Al Khalifa è stata innanzitutto l’Arabia Saudita, che vede in Manama un prezioso alleato per almeno tre motivi. Da un punto di vista religioso, la Monarchia sunnita bahrainita previene l’espansione dell’influenza di Teheran su un Paese a maggioranza sciita. Economicamente, il Bahrain è stato in grado di attrarre investimenti importanti da Cina e India. Infine, in ambito di sicurezza, il Regno ospita un’importante base militare americana, prezioso alleato di Riyadh. In più il Bahrain è parte attiva nelle esercitazioni militari Arab Shield 1 a guida saudita. Embed from Getty Images Fig. 1 – Chiusura delle urne elettorali
2. PRESSIONI ESTERE E REPRESSIONE INTERNA
D’altra parte il Bahrein non può fare a meno della protezione e del supporto economico di Riyadh, come testimoniano i finanziamenti per 10 miliardi di dollari da parte di Arabia Saudita, Emirati e Kuwait e la co-gestione con i sauditi dei giacimenti petroliferi. Il Bahrain si trova dunque in una posizione delicata, stretto fra aspirazioni democratiche, sostenute dal principe ereditario Salman, e ingombranti pressioni straniere, in particolare a opera di Riyadh e Abu Dhabi. L’influenza delle altre Monarchie del Golfo si può apprezzare appieno prendendo in considerazione le dinamiche politiche interne nel post-Primavera Araba, fino alle recenti elezioni di novembre. La necessità di un Bahrain stabile ha infatti portato la Monarchia ad adottare una posizione forte contro ogni possibile opposizione. Il partito sciita Al Wefaq, avverso all’establishment sunnita, è stato infatti sciolto nel 2016 e il suo leader, Shaykh Ali Salman, condannato all’ergastolo per spionaggio a favore del Qatar. Altrettanto dura è stata la repressione verso i partiti socialisti o sostenitori del nazionalismo arabo, come Waad, bandito nel giugno 2017 per presunti legami con organizzazioni terroristiche, e l’Assemblea democratica nazionale, la branca locale del partito Ba’ath. Accanto ai partiti tradizionali, altri movimenti sono stati fortemente limitati dal regime, come Haq e Harakat Ahrar al-Bahrayn, che da sempre rifiutano la partecipazione politica, dal momento che non riconoscono la validità della Costituzione imposta nel 2002 dal re Hamad. Alla luce di ciò le elezioni parlamentari e municipali che si sono tenute in due turni, rispettivamente il 24 novembre e il 1° dicembre, si sono svolte in un clima di rigido controllo. Embed from Getty Images Fig. 2 – La candidata Zainab Abdulameer durante il voto
3. LE ELEZIONI DI FINE NOVEMBRE
Al voto erano chiamati circa 350mila cittadini aventi diritto per eleggere i 40 membri della Camera Bassa del Parlamento e 30 rappresentanti delle municipalità. Le consultazioni hanno fatto registrare al primo turno un tasso di partecipazione del 67% per il Consiglio dei Rappresentanti, con la scelta di nove parlamentari, e del 70% per le municipalità, con l’elezione di 7 membri − numeri che secondo le opposizioni si assesterebbero invece intorno al 30%. I posti vacanti sono stati assegnati al secondo turno, nel quale si sono confermate le voci contrastanti sulla partecipazione elettorale. I risultati, come ampiamente prevedibile, rafforzano la Monarchia, soprattutto per quanto concerne il Parlamento. Nella Camera Bassa, infatti, 34 seggi sono stati vinti da candidati indipendenti affiliati agli Al Khalifa. Tre parlamentari sono espressione di Al Salah, un partito di ispirazione salafita vicino alle posizioni di Riyadh. La versione locale dei Fratelli Musulmani, la Tribuna Islamica Nazionale, benché non espressamente avversa ai regnanti, ha patito le tensioni fra Manama e Doha, perdendo l’unico seggio ottenuto nel 2014. Solo tre sarebbero invece i seggi assegnati a quella parte dell’opposizione cui è stato concesso di partecipare alla tornata elettorale. Di questi, due sono stati assegnati alla Tribuna Progressista Democratica, erede del Fronte di Liberazione Nazionale e ispirata dal pensiero comunista di Al Thawadi. L’ultimo seggio è infine stato vinto dal partito nazionalista Assemblea dell’Unità Nazionale, che per la prima volta dalla sua fondazione nel 2011 ha ottenuto un posto nel Parlamento. Va però in conclusione segnalato come per la prima volta sei donne siano state elette: un primo importante passo per la piccola Monarchia del Golfo.

Francesco Teruggi

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Francesco Teruggi

Sono nato nel 1993 in un piccolo paese immerso nelle risaie novaresi. Terminato il Liceo Classico, mi sono trovato di fronte a un bivio: ingegneria fisica o filosofia? Ho così optato per psicologia. Mi sono dunque trasferito a Milano, dove ho frequentato sia la triennale sia la magistrale, a parte l’ultimo semestre in cui ho scritto la tesi in Olanda. Insieme a nicotina e caffè (geopolitici e non), mi sono avvicinato alle relazioni internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente. Mi sono così iscritto a un Master in Middle Eastern Studies per comprendere al meglio la regione. Sono particolarmente interessato alle narrazioni circa le dinamiche di potere e di desiderio che intercorrono fra attori non-statali e società civile (se vi sembra strano, ricordate che ho pur sempre fatto psicologia).