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In 3 Sorsi – Le aberranti condizioni in cui versano i civili e il caso Khashoggi sembrano aver sbloccato l’impasse in Yemen. Le consultazioni tenutesi a Stoccolma lasciano ben sperare, ma l’equilibrio raggiunto con il cessate il fuoco è estremamente precario e le parti potrebbero tornare a scontrarsi da un momento all’altro.

1. LA GUERRA IN YEMEN: ATTORI COINVOLTI E CONSEGUENZE

Sull’onda lunga delle Primavere arabe, le tensioni interne in Yemen, tra gli Houthi (milizia sciita) e l’ex presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, sono degenerate in una guerra civile, nonché in uno dei più gravi disastri umanitari della storia, con migliaia di vittime tra i civili e 14 milioni di yemeniti a rischio di morire di fame. Dal 2015, inoltre, l’Arabia Saudita, su iniziativa dell’allora ministro della Difesa Mohammed Bin Salman, ha lanciato l’operazione “Decisive Storm al fine di sconfiggere gli Houthi, ritenuti un fantoccio nelle mani di Tehran. Alla devastante operazione militare saudita si sono aggiunti i numerosi raid aerei del presidente Obama prima, e di Donald Trump poi. Nonostante gli Stati Uniti avessero cominciato la cosiddetta “Guerra dei Droni” già nel 2009 con l’obiettivo di mettere in ginocchio il ramo di al-Qaeda in Yemen (AQAP), il numero di morti tra i civili, causati dai raid americani, ha continuato a crescere. Come gran parte delle guerre in Medio Oriente, il conflitto in Yemen si è presto trasformato in una guerra per procura che, nel caso yemenita, vede contrapposti Arabia Saudita e alcuni Paesi del Golfo (alleati con l’ex presidente Hadi) e l’Iran, il quale, malgrado continui a negare ogni suo coinvolgimento, sembra essere il sostenitore numero uno degli Houthi. Nonostante ciò, e abbastanza sorprendentemente, il 6 dicembre, le parti belligeranti si sono riunite a Stoccolma per dare inizio a un nuovo processo di pace che mira a stabilizzare la situazione in Yemen e soprattutto a evitare che le condizioni dei civili peggiorino.

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Fig. 1 – Edificio Distrutto da Raid Aereo Saudita

2. I FATTORI CHE HANNO PORTATO AI NEGOZIATI DI STOCCOLMA

Malgrado ci siano stati, in passato, altri tentativi per avviare un processo di pace con l’obiettivo di risolvere il conflitto in Yemen (l’ultimo dei quali a settembre, quando la delegazione degli Houthi non si è presentata a Ginevra), pare che le consultazioni avvenute in Svezia abbiano prodotto risultati più tangibili. Tra i motivi che hanno spinto ambo le parti a sedersi al tavolo delle negoziazioni, nonché la comunità internazionale a sostenere l’iniziativa ONU, vi sono sicuramente le devastanti condizioni in cui versa la popolazione yemenita. Come anticipato milioni di persone corrono il rischio di morire di fame e l’epidemia di colera che ha colpito il Paese è una delle peggiori nella storia. Ciò che però sembra essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso è il macabro omicidio del giornalista Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita a Istanbul lo scorso 2 ottobre, e la crisi diplomatica che ne è scaturita. Nonostante i numerosi sforzi profusi da parte del presidente Trump per cercare di scagionare Mohammed Bin Salman, tutti gli indizi (tra i quali un briefing della CIA) sembrano confermare che il Principe ereditario saudita abbia dato l’ordire di portare a termine l’omicidio. A seguito della morte di Khashoggi, gli Stati Uniti sono stati “costretti” a prendere provvedimenti contro i sauditi e a monitorare con più rigore le loro attività nella guerra in Yemen. Infatti le tempistiche con cui si sono svolte le consultazioni in Svezia sembrano tutt’altro che casuali, e le pressioni ricevute da Washington potrebbero aver giocato un ruolo chiave nel convincere Riyadh a scendere a compromessi.

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Fig. 2 – Da sinistra a destra: Khaled al-Yamani (ministro degli Esteri yemenita), Antonio Guterres (Segretario Generale ONU) e Mohammed Abdelsalam (Rappresentante Houthi)

3. L’ESITO DELLE CONSULTAZIONI E LE PROSPETTIVE DI UNA PACE DURATURA

Una delle questioni di maggiore urgenza trattate durante i negoziati tenutisi in Svezia dal 6 al 13 dicembre è stata sicuramente quella della città di Hodeida, sotto il controllo degli Houthi, ma da tempo assediata dalle forze degli Emirati, alleati dell’Arabia Saudita. Secondo le stime dell’ONU il porto di Hodeida funge da punto di accesso per il 70% degli aiuti umanitari destinati alla popolazione yemenita. A seguito delle consultazioni il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha dichiarato che le parti hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco che comprende l’intero governatorato di Hodeida, oltre a un mutuo ridispiegamento delle forze dalla città e dal porto. L’accordo raggiunto a Stoccolma prevede anche uno scambio di 15mila prigionieri e la fine dell’assedio della città di Taiz da parte degli Houthi, al fine di facilitare la distribuzione di aiuti umanitari ai suoi cittadini. Infine le consultazioni hanno portato le parti a concordare la riapertura dell’aeroporto della capitale Sanaa. Nonostante l’ottimismo trapelato al termine dei negoziati, martedì 18 dicembre 2018 Hodeida è stata teatro di nuovi scontri tra le forze governative e la milizia sciita. L’inviato ONU in Yemen, Martin Griffiths, ha cercato di stemperare la tensione affermando che episodi del genere erano prevedibili, ma ribadendo che le parti si trovano sulla giusta rotta. Il prossimo round di consultazioni avrà luogo alla fine di gennaio e, malgrado sia innegabile l’anelito di speranza emerso dopo Stoccolma, i fatti del 18 dicembre servono da monito circa l’instabilità della situazione in Yemen e la necessità di aggiudicarsi il consenso di tutti gli attori coinvolti al fine di avviare un processo di pace concreto.

Emanuele Mainetti

Foto in copertina: Sana’a, Yemen.| Foto: Claudio Pettazzi, Flickr

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Emanuele Mainetti

Nato ad Angera nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Lingue e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e un Master in Middle Eastern Studies al King’s College London. Durante i miei studi triennali ho maturato una profonda passione per il mondo arabo, la politica, la cultura e (ahimè) la lingua. Prima di cominciare il Master, ho trascorso cinque mesi in Giordania seguendo un corso intensivo di dialetto levantino e arabo standard. Sono particolarmente interessato alle dinamiche socio-politiche e alle relazioni internazionali nel Levante Arabo, con un occhio di riguardo per il Libano. Ho scritto la mia tesi magistrale sul processo di democratizzazione nel Libano post-Ta’if, per la quale ho condotto circa 20 interviste con membri della società civile libanese. Progetti per il futuro? Vorrei riuscire ad iscrivermi ad un corso di dottorato, Inshallah.