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In 3 sorsi – La COP24 si è chiusa con l’approvazione delle regole di realizzazione dell’Accordo di Parigi. Se queste istruzioni per l’uso rappresentano un passo in avanti, non mancano le critiche riguardo alla debolezza della risposta politica globale. 

1. COP24, L’ACCORDO RAGGIUNTO

Nonostante il contesto geopolitico poco propizio e un sistema multilaterale che soffre del moltiplicarsi di tendenze nazionalistiche, i 196 Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC)  sono riusciti a tradurre in regole di diritto internazionale l’Accordo sul clima di Parigi. I nodi da sciogliere per raggiungere un tale traguardo erano numerosi, in un sistema di negoziati complicato basato sul consenso all’unanimità. Un processo lungo tre anni che, dopo l’accelerazione degli ultimi mesi con sessioni di lavoro straordinarie a Bangkok in settembre e alla pre-COP24 in ottobre, per poter essere finalizzato con successo a Katowice ha obbligato ad allungare i negoziati ancora di un giorno. Un segnale positivo, quindi, della volontà di andare avanti insieme nella lotta contro il riscaldamento globale, nonostante i tentativi di frenare i negoziati di alcuni Paesi. La finalizzazione delle regole rappresenta un successo per la presidenza polacca, per la quale questa era la principale priorità. Scegliendo di organizzare la COP in Slesia, una regione fortemente dipendente dall’industria estrattiva di carbone, la Polonia ha voluto mettere in primo piano anche la questione della dimensione sociale di un cambiamento di modello. Se la questione della “transizione giusta” è centrale e non può che consistere nell’integrare la giustizia sociale alla lotta contro i cambiamenti climatici, tali considerazioni non possono costituire un freno all’accelerazione di tale processo.

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Fig. 1 – Attivista brasiliana Sonia Guajajara durante una conferenza stampa sui diritti dei popoli indigeni

2. UN QUADRO NORMATIVO ALL’ALTEZZA?

Il “rulebook”, raccogliendo le regole che gli Stati dovranno seguire per rendere conto dei propri impegni e dei propri risultati climatici, preserva lo spirito originale dell’Accordo di Parigi instaurando un quadro comune a tutti i membri, che garantisce una certa trasparenza e allo stesso tempo una certa flessibilità per i Paesi in via di sviluppo. Poca chiarezza, però, resta sulla questione dei finanziamenti climatici e sulle regole per contabilizzarli: pur non stabilendo criteri comuni chiari, gli Stati si sono impegnati a fornire rapporti quantitativi e qualitativi che possano garantire la trasparenza e obbligarli a rispondere dei loro impegni. Per concludere la COP24 con un accordo, alcuni punti sono rimasti in sospeso e sono stati rimandati alla COP25 del 2019. Tra questi, il funzionamento del mercato delle quote di emissione di gas a effetto serra ed in particolare le regole di rendicontazione per evitare di contare due volte (per chi compra e chi vende) la riduzione, su cui il Brasile non ha ceduto fino all’ultimo.

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Fig. 2 – Alunni polacchi scioperano per il clima durante la COP24

3. COP24, GRIDO D’ALLARME VANO?

La vera assente a Katowice è, però, una risposta politica globale all’altezza dell’urgenza della crisi climatica. Nonostante il moltiplicarsi delle grida di allarme sull’accelerazione del riscaldamento e sulla necessità di fare di più e più velocemente, nella decisione finale i leader non si sono impegnati collettivamente in modo formale a rivedere entro il 2020 le proprie ambizioni di riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra, in linea con la soglia critica di 1,5°C. Come ribadito nel recente Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5°C  del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), se i contributi nazionali volontari degli Stati rimangono invariati, il riscaldamento della temperatura nel 2100 sarà superiore a 3°C.

Oltre a non prendere posizione, gli Stati non sono riusciti nemmeno a riconoscere ufficialmente le conclusioni di questo rapporto, nonostante sia stato approvato dai Governi membri dell’IPCC in ottobre. Stati Uniti, Russia, Kuwait e Arabia Saudita, importanti produttori di materie prime fossili, hanno infatti messo il loro veto a tale riconoscimento. Nella versione finale, si accoglie con favore che l’IPCC abbia prodotto il rapporto rispettando la data limite prevista e si invitano gli Stati a farne uso durante i prossimi negoziati. Un troppo debole riferimento, questo, alla base scientifica della crisi climatica, ma che rappresenta il compromesso necessario per far passare l’accordo all’unanimità.

Nonostante tale mancanza, segnali positivi e posizioni più progressiste e ambiziose sono da notare al di fuori della decisione ufficiale della COP24, quali le dichiarazioni della “Coalizione degli Ambiziosi, di cui fa parte anche l’Unione Europea, che si è impegnata a migliorare i propri piani climatici nazionali e ad aumentare le proprie azioni di breve e lungo termine. A ciò si aggiunge il forte impegno del Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres che, oltre a prendere la parola più volte durante i negoziati per facilitare il raggiungimento di un’intesa, ha annunciato l’organizzazione di un Summit sul Clima a settembre 2019. Tale appuntamento sarà dedicato unicamente alle ambizioni e avrà l’obiettivo di spingere gli Stati a fare di più e preparare al meglio il traguardo della COP25.

Valentina Origoni

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