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In 3 sorsi – Un’Algeria in preda alla crisi economica e sociale si avvicina alle elezioni presidenziali del 2019, dove un’opposizione frammentata non offre alternative credibili all’ottuagenario Abdelaziz Bouteflika. Le tensioni tra Rabat e Algeri rimangono un ostacolo all’integrazione regionale.

1. UN’ECONOMIA IN CRISI, SPINA NEL FIANCO DEL POTERE

Un’Algeria barcollante si avvicina alle elezioni presidenziali del prossimo anno. La crisi ha colpito duramente l’economia del Paese nordafricano, le cui esportazioni derivano in larghissima misura da un settore degli idrocarburi infiacchito dall’andamento del prezzo del greggio. La drastica diminuzione delle rendite da esportazione di idrocarburi (secondo il rapporto annuale della Banca d’Algeria, dai 63 miliardi di dollari del 2013 ai 33 del 2017) non ha tardato a gravare sui bilanci statali, costringendo il Governo a intraprendere impopolari misure di riduzione della spesa pubblica (per esempio contingentando le importazioni) e aumento degli introiti erariali. L’economia algerina si è confermata poco resiliente di fronte agli shock petroliferi ed eccessivamente sensibile alle sorti dell’oro nero. Benché oggetto di proclami finora inattesi, la ristrutturazione del sistema si scontra contro scogli legislativi e – soprattutto – contro gli interessi delle élite locali: apertura agli investimenti stranieri e incentivi all’iniziativa privata porterebbero sì una boccata d’aria all’asfittica imprenditoria algerina, ma al contempo richiederebbero un passo indietro da parte degli oligarchi che tirano le fila di settori chiave quali la Difesa e l’onnipresente industria estrattiva. Iniziative come l’innalzamento dell’IVA o quello dell’età pensionabile non hanno invece goduto del favore della cittadinanza, spingendola in strada a protestare. Oggetto delle richieste popolari sono lavoro e giustizia, non la caduta del regime: il fantasma dei neri anni Novanta della guerra civile e gli esiti perlopiù disastrosi delle vicine Primavere arabe rendono poco attraente la prospettiva della caduta di un sistema di potere per il quale non si intravede un’alternativa percorribile.

Fig. 1 – Murale ritraente il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika | Foto: Thierry Ehrmann, Flickr, CC BY 2.0

2. L’ASSENZA DI ALTERNATIVE, SALVEZZA DEL REGIME

Nato nel 1937, al potere dal 1999, in sedia a rotelle dal 2013: ecco tre date chiave per inquadrare la guida dell’Algeria, il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika. È considerato un capo di Stato palesemente incapace di esercitare le proprie funzioni e per questo facilmente manipolabile dai veri decisori a capo del Paese, ossia i vertici dell’Esercito popolare nazionale (Armée nationale populaire – ANP). Erede degli indipendentisti contro la Francia colonizzatrice, vincitore sugli islamisti nella guerra civile, garante della sicurezza patria contro le minacce jihadiste circostanti, l’ANP dispone di credenziali grazie alle quali la sua legittimità agli occhi degli algerini non è ancora completamente erosa, godendo anzi di una certa popolarità. Costituisce un blocco di potere ulteriormente rafforzato dal partito di maggioranza al Governo, il Fronte di liberazione nazionale (Front de libération nationale – FLN), inserito in un sistema di apparente multipartitismo in cui la seconda formazione per importanza è il Raggruppamento Nazionale Democratico (Rassemblement National Democratique – RND), una creazione dello stesso Bouteflika al fine di trasmettere l’illusione di un qualche pluralismo.
A garantire la perpetuazione del sistema è una sorta di horror vacui istituzionale le cui radici affondano in un’opposizione frammentata e priva di un leader carismatico (da ciò deriva anche la disaffezione degli algerini nei confronti delle urne: l’affluenza alle legislative dello scorso maggio è stata del 35%). In tal senso preme la possibilità – ancora avvolta dal dubbio – di una candidatura di Bouteflika alle elezioni presidenziali previste nell’aprile 2019. Elezioni per il cui posticipo si è espresso recentemente un partito d’opposizione, il Movimento della società per la pace (Mouvement de la société pour la paix – MSP). Al netto dell’impraticabilità ai sensi della Costituzione, una proroga sic et simpliciter, tuttavia, non farebbe che prolungare l’agonia di un potere in cerca di un successore da investire.

Fig. 2 – Manifestazione a sostegno del Fronte Polisario | Foto: Western Sahara, Flickr, CC BY-SA 2.0

3. MAROCCO-ALGERIA: LA TENSIONE CORRE SUL FILO

La paralisi interna si riflette su una postura internazionale dell’Algeria oltremodo restia all’azione. Paradigma di quest’atteggiamento è la non-reazione all’invito al dialogo lanciato dal re del Marocco Muhammad VI in occasione dell’anniversario della Marcia verde del 6 novembre 1975: Algeri ha liquidato l’apertura di Rabat come un «non-evento» privo di interesse. La più che ventennale chiusura delle frontiere tra i due Paesi riflette relazioni bilaterali caratterizzate da tensioni cominciate subito dopo l’indipendenza marocchina per la definizione dei confini e concentratesi negli ultimi decenni sul Sahara Occidentale.
Benché l’Algeria si ostini a definirsi come «Paese vicino» e non parte attiva nel dossier sui territori dichiarati dal Marocco come proprie «Province del Sud», il suo sostegno al Fronte Polisario è un dato di fatto difficile da negare. Sia per Rabat che per Algeri si tratta di detenere il controllo sulle importanti risorse di un territorio che ospita fosfati, coste pescose e giacimenti petroliferi nell’Atlantico. Che si tratti di controllo territoriale diretto (marocchino) o sostegno (algerino) a un tanto ipotetico quanto debole Stato saharawi, poco probabile è un cambio di posizione da parte degli attori in gioco. Dimostrazione ne sia il nulla di fatto con cui si sono conclusi i recenti colloqui di Ginevra sul tema.
Per conoscere i destini dell’Algeria e della sua diplomazia, bisognerà attendere l’anno nuovo e con esso il responso delle urne.

Alessandro Balduzzi

Foto in copertina: Verso il confine algerino | Foto: Pixabay

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