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Le interviste del Caffè – Qual è il ruolo di Baku nel Caucaso post-sovietico? E a che punto sono i rapporti italo-azeri, soprattutto alla luce del discusso progetto TAP nel Mezzogiorno? Ne abbiamo parlato con Domenico Letizia, Presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (IREPI) e autore di un recente volume sul “Paese del fuoco”.

L’Azerbaigian è un Paese di cui si parla molto poco in Italia, soprattutto sui media generalisti. Cosa l’ha spinta a interessarsi delle sue vicende politiche e del suo ruolo nel Caucaso?

Grazie al progetto del gasdotto Trans-Adriatic Pipeline (TAP) aumenta il numero di italiani che iniziano ad approfondire il Paese Azerbaigian. Accanto a tale elemento di carattere infrastrutturale c’è lo sport, la Formula 1 a Baku e lo spettacolo delle strade della capitale. Ho conosciuto l’Azerbaigian analizzando con master universitari il fenomeno del multiculturalismo. Il Paese a maggioranza musulmana ha saputo costruire un rapporto di grande armonia con le minoranze ebraiche e cristiana e nella stessa comunità musulmana gli sciiti, maggioritari, convivono con una forte minoranza sunnita. Senza contare che in Azerbaigian, a differenza di altri Paesi islamici, ci sono personalità importanti della cultura e della politica che si dichiarano non credenti. Il multiculturalismo è vigoroso nella Repubblica azera perché in Azerbaigian convivono etnie e culture diverse. Ciò che risulta particolarmente importante è la conoscenza del modello di tolleranza religiosa e laicità che l’Azerbaigian oggi rappresenta, anche attraverso la creazione di dibattiti pubblici internazionali su tematiche legate al dialogo tra civiltà e confronti su tematiche generali tra i rappresentati delle diverse confessioni religiose, momenti internazionali importanti come il “Forum sul Dialogo interculturale”. L’Azerbaigian è divenuto nel tempo sinonimo di accettazione e tolleranza, di rispetto reciproco tra individui che abbracciano fedi diverse. Simbolo di un simile atteggiamento è il rapporto che lega, politicamente, socialmente ed economicamente il Paese a Israele. L’Azerbaigian è uno dei pochi Paesi musulmani che mantiene relazioni sia economiche che religiose con Israele. In Azerbaigian gli ebrei sono accettati come parte integrante del tessuto sociale, mentre in molti Paesi islamici essi sono collocati su un gradino più basso degli infedeli, insieme ai cristiani e agli atei. In Azerbaigian sono presenti numerose sinagoghe, cinque delle quali sono situate nella capitale Baku e numerose sono le scuole ebraiche. Nel corso degli ultimi anni, Azerbaigian e Israele hanno coltivato un proficuo rapporto dagli indiscutibili vantaggi per entrambi. Da un lato gli accordi militari siglati tra i due Paesi per l’acquisto di armamenti e tecnologia per la sicurezza e la difesa, del valore di circa cinque miliardi di dollari, hanno dotato l’Azerbaigian di una migliore tecnologia e Israele di un alleato al confine settentrionale con l’Iran. Ho potuto visionare durante alcune mie missioni a Baku la forza di tale rapporto e l’interesse delle Istituzioni di Israele per la perla del Caucaso.

Fig. 1 – Domenico Letizia (al centro) durante un incontro con il rappresentante istituzionale della regione azera di Guba / Foto: AZERTAC – Agenzia di Stampa dell’Azerbaigian (per gentile concessione di Domenico Letizia)

Buona parte della storia azera post-indipendenza è dominata dal conflitto con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh. A che punto è la contesa tra i due Paesi su tale territorio? E quali sono le prospettive per una risoluzione pacifica della vicenda?

Innanzitutto bisogna chiarire che quello tra Armenia e Azerbaigian è un conflitto territoriale, non di natura etnica o religiosa. Come ben descritto dall’autore della postfazione al mio volume, nonché editore, Antonio Stango, Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani, nel caso del conflitto del Nagorno-Karabakh, con una situazione sul campo “congelata” dal 1994 (ma con gravi episodi di violazioni del cessate il fuoco, anche negli ultimi anni), la speranza che un giorno si possa giungere a una valutazione condivisa da parte di Armenia e Azerbaigian è oggi quasi inconsistente. Tuttavia, occorre non abbandonare i tentativi di favorire un processo di pacificazione, che non potrà che basarsi sull’analisi obiettiva dei dati di fatto e sul rispetto del diritto internazionale. I dati di fatto includono, tra l’altro, il genocidio di Khojali del 1992, al quale sono dedicati diversi degli articoli raccolti nel volume, le cui responsabilità dovrebbero essere sottoposte a una corte internazionale, senza dimenticare la tragedia dell’occupazione da parte armena non soltanto del Nagorno-Karabakh, ma anche di sette distretti azerbaigiani adiacenti, cosa che ha fra le sue conseguenze il dislocamento di centinaia di migliaia di azeri.

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Fig. 2 – Manifestazione a Baku contro l’occupazione armena del Nagorno-Karabakh, 29 settembre 2018

Come giudica lo stato attuale dei rapporti tra Italia e Azerbaijan? E cosa potrebbe fare di più il Governo italiano per rafforzare le relazioni diplomatiche e commerciali con Baku?

C’è da complimentarsi, innanzitutto, con l’ambasciatore della Repubblica di Azerbaigian in Italia Mammad Ahmadzada per l’ottimo lavoro diplomatico, per la scoperta delle peculiarità del territorio italiano e il tentativo di unire tale patrimonio a una visione globale di legame con il Caucaso. L’Italia – come ricordano articoli e interviste ad alcuni degli ambasciatori dei due Paesi presenti nel volume – è fra i principali partner dell’Azerbaigian sia nell’interscambio commerciale che nello sviluppo di infrastrutture. Baku guarda all’Italia con molto interesse per molteplici ragioni. Il nostro Paese è infatti una “vetrina culturale” di rilievo mondiale. Un legame che si va sempre più intensificando, visto che l’Azerbaigian non è solo un grande produttore di gas e petrolio, ma anche uno snodo strategico della Via della Seta 2.0. Molto del progresso dell’Azerbaigian lo si deve al leader storico del Paese Heydar Aliyev e alle politiche contemporanee del presidente Ilham Aliyev. Come ho avuto già modo di sottolineare, è molto importante il progetto della Trans-Adriatic Pipeline, che dovrebbe veicolare nel prossimo futuro il gas dei giacimenti azeri sino alla Puglia, e che sta facendo incrementare notevolmente anche i rapporti tra Italia e Albania, grazie alle politiche di diversificazione energetica proposte da Edi Rama. Un progetto strategico non solo per rifornire di energia il nostro sistema industriale e che potrebbe rappresentare una grande occasione di rilancio per il Mezzogiorno. Ulteriori rapporti da incrementare sono quelli culturali, concentrando l’attenzione sul dialogo multiculturale, la promozione di eventi internazionali e umanitari e la promozione della cultura italiana in Azerbaigian e di quella azerbaigiana in Italia. Ricordo anche il gemellaggio tra Napoli e Baku, che risale ai tempi dell’Unione Sovietica, e che ha reso celebre Napoli e il Meridione italiano nel Paese del fuoco.

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Fig. 3 – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella insieme al collega azero Ilham Aliyev durante la sua recente visita a Baku, 18 luglio 2018

La Russia è tornata prepotentemente alla ribalta internazionale dopo l’annessione della Crimea nel marzo 2014. Come ha reagito l’Azerbaigian a tale evento? E come sono gli attuali rapporti di Baku con il suo grande vicino settentrionale?

L’Azerbaigian ha ottimi rapporti con tutti i Paesi, tranne che con l’Armenia. Lo Stato del Caucaso intrattiene rapporti diplomatici sia con la Russia che con l’Ucraina. Ricordo il GUAM, l’Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico. La carta del GUAM fu firmata durante un vertice a Jalta nel 2001 da Georgia, Ucraina, Azerbaigian, Moldova più l’Uzbekistan, che in seguito ne uscirà. In accordo con l’allora presidente dell’Ucraina Viktor Juščenko la carta fissava gli obiettivi per la cooperazione, come la promozione dei valori democratici, assicurando uno sviluppo stabile, accrescendo la sicurezza internazionale e regionale e aumentando l’integrazione europea. Riguardo alla domanda specifica non conosco la posizione dell’Azerbaigian sul conflitto tra Russia e Ucraina. Riguardo al conflitto in Ucraina, approfitto della domanda per sviscerare alcune idee: voglio ribadire che nonostante la mancanza di informazione, la situazione continua a essere estremamente delicata. Sulla Crimea, e non solo, è calata una cappa di autoritarismo e rassegnazione, pilastro del potere sovietico del secolo scorso che la Russia di Putin sta nuovamente imponendo ai suoi cittadini. Una strategia basata su propaganda, menzogne e negazione della realtà. Allo stesso modo, il nuovo potere russo della Crimea spera di piegare la penisola al proprio dominio attraverso l’uso di mezzi repressivi evidenti e una campagna di annientamento dei media indipendenti. Come già denunciato da numerose organizzazioni non governative, tra le quali la Federazione Italiana Diritti Umani e l’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (IREPI), continua la repressione nei confronti della comunità Tatara in Crimea. L’Alto Commissariato delle Nazione Unite ha più volte richiamato l’attenzione mondiale su tutti gli abusi perpetrati in Crimea, muovendo pesanti accuse contro la Russia. L’area, sotto occupazione russa, è diventata una zona di “gravi e molteplici” violazioni dei diritti umani. La Russia continua con una politica autoritaria, l’Azerbaigian apre alle convenzioni internazionali e al dialogo tra civiltà. Uno sguardo alla realtà completamente differente.

Simone Pelizza

Il libro “Uno sguardo dell’Italia sull’Azerbaigian” (Antonio Stango Editore) è disponibile su Amazon o può essere richiesto direttamente alla casa editrice. Per maggiori informazioni si consiglia di consultare il sito di Domenico Letizia.

 

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