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In 3 sorsi – Negli ultimi mesi si è spesso parlato del trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio in riferimento all’Amministrazione Trump e alle presunte violazioni perpetrate dalla Russia. Vediamone i tratti essenziali e le ripercussioni a esso connesse, anche rispetto agli alleati europei della NATO

1. RITORNO AGLI ANNI OTTANTA?

«Porremo fine all’intesa che Mosca viola da anni»: in questi termini il presidente statunitense Trump si espresse lo scorso ottobre in riferimento al trattato Intermediate range Nuclear Forces (INF), importante accordo sul controllo degli armamenti, risalente alla Guerra fredda. Fu siglato alla fine degli anni Ottanta dall’allora presidente statunitense Ronald Reagan e dal suo omologo russo Mikhail Gorbacev. L’obiettivo principale era quello di porre al bando i missili nucleari basati a terra di gittata intermedia – tra i 3.000 e i 5.500 chilometri. La firma di tale agreement segnò una fase di distensione tra le due superpotenze. Esso portò inoltre alla distruzione di circa 2.692 vettori nel complesso. Il forte peso simbolico che lo contraddistingue è senz’altro da annoverare, anche se va ricordato che le due superpotenze mantennero un notevole potenziale in armamenti nucleari. In aggiunta, lo stesso presidente USA Reagan lo designò come «il primo trattato per eliminare, non solo limitare, le armi nucleari». Dopo più di trenta anni, ora la possibilità di un ritiro dall’accordo da parte degli Stati Uniti è divenuta concreta.  

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Fig. 1 – Mikail Gorbacev e Ronald Reagan il 14 ottobre 1986

2. GLI SVILUPPI ODIERNI

L’Amministrazione Trump intende uscire dall’INF poiché ritiene che la Russia lo abbia più volte violato tramite lo sviluppo di un nuovo missile da crociera, in ripresa di quanto già affermato dall’ex presidente Obama, il quale però decise di non mettere in discussione l’accordo. A partire dal 2013 i funzionari statunitensi dichiararono che il trattato rimaneva nella sfera di interesse per la sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati. L’obiettivo primario era fare in modo che anche la Russia continuasse a rispettarlo.
Trump e il segretario alla Difesa James Mattis di recente hanno affermato che l’inosservanza dell’accordo «increases the risk to our allies and poses a threat to U.S. forces and interests». Le consultazioni più recenti con gli alleati europei si sono svolte durante il meeting NATO tenutosi fra il 3 e il 5 dicembre. Da tale incontro è emerso che i Ministri degli Esteri dei Paesi membri concordano nel tenere sotto controllo i missili russi. Inoltre, hanno espresso il proprio impegno nel preservare un effettivo monitoraggio sugli armamenti come elemento chiave della loro sicurezza. Per sottolineare l’importanza del trattato, citiamo un articolo tratto dal Washington Post il quale sostiene che: «Abandoning the INF Treaty would be a step toward a new arms race, undermining strategic stability and increasing the threat of miscalculation or technical failure leading to an immensely destructive war».

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Fig. 2 – Ministri degli Esteri Nato durante il meeting del 3-5 dicembre

3. LA SICUREZZA EURO-ATLANTICA E LA CINA NEI PENSIERI DI TRUMP

In base al quadro finora percorso, uno dei punti cruciali da evidenziare risiede nella percepita minaccia alla sicurezza degli USA e dei suoi alleati europei. La presunta violazione del trattato citato, di cui gli Stati Uniti accusano Mosca, sembrerebbe essere parte di un comportamento inteso a indebolire l’intera architettura di sicurezza euro-atlantica, ragionamento da considerare qualora vi fossero prove in merito. La NATO ha richiamato la Russia perché rispetti pienamente il trattato, ma si è detta aperta al dialogo con Mosca. Di recente il segretario di Stato USA Mike Pompeo ha dichiarato di concedere 60 giorni affinché Mosca dimostri di continuare a conformarsi al trattato, altrimenti gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo. Diversi analisti ritengono che uscire dall’INF sarebbe un errore: secondo la loro opinione la Russia avrebbe poi “campo libero” al fine di sviluppare la sua strategia senza alcun limite. Inoltre gli USA non avrebbero a disposizione missili da dispiegare in maniera rapida. Anche se li avessero, si porrebbe la questione di dove posizionarli – qualora collocati in territorio statunitense, infatti, sarebbero praticamente inutili. La decisione ultima degli USA di ritirarsi dall’accordo, in realtà, è probabilmente legata al programma missilistico cinese. Pechino non è infatti parte del trattato INF. Ciò che più preoccupa gli Stati Uniti è lo sviluppo e lo schieramento di missili a raggio intermedio, possibilmente armabili con testate nucleari, nei teatri del Mar Cinese Meridionale e Orientale. Ciò metterebbe a rischio la supremazia navale statunitense nell’area. L’arsenale cinese costituisce fonte di preoccupazione per il Comando USA del Pacifico (US Pacific Command), dato che Pechino ha già sviluppato un arsenale balistico e missili da crociera in grado di colpire strutture statunitensi nella regione, come ad esempio la base aerea Kadena in Giappone. Di conseguenza, è presumibile che la competizione strategica in quest’ambito possa avviarsi.

Marta Annalisa Savino

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Marta Annalisa Savino

Mi chiamo Marta e sono nata nel ’94. La mia passione per l’inglese, lo spagnolo e il francese, la cultura nonché l’attualità mi hanno portato a diplomarmi in lingue, iscrivermi all’Università degli Studi di Milano e, infine, a diventare dottoressa magistrale in “Relazioni internazionali”. Mi piace molto leggere, viaggiare, conoscere ed analizzare le varie e complesse dinamiche internazionali. Scrivo su “il caffè geopolitico” per passione, sia in ambito di politica estera che nella stesura di articoli inerenti a quest’ultima. Non mi resta che dirvi…Buona degustazione!!