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In 3 sorsi Quello del 23 novembre a Karachi non è che l’ultimo degli attacchi perpetrati dalla Balochistan Liberation Army (BLA) nei confronti di attività cinesi in Pakistan. E sebbene Pechino insista nel perseguimento degli obiettivi, vengono messi in discussione i suoi metodi di intervento all’estero.

1. LA BALOCHISTAN LIBERATION ARMY ALL’ATTACCO

Gli assalti contro la presenza cinese in Belucistan sono una costante da quando Pechino ha avviato i suoi progetti di espansione nell’area occidentale del Pakistan. L’ultima di queste azioni è stata quella del 23 novembre. Un gruppo di tre armati, infatti, ha tentato di penetrare all’interno del consolato cinese di Karachi e ha lasciato sul terreno, durante gli scontri, due agenti pakistani e due civili, oltre agli stessi assalitori, che sono stati eliminati dalle altre forze dislocate a difesa dell’edificio. Questo attacco è stato rivendicato subito dopo dal gruppo armato Balochistan Liberation Army (BLA), ma già in passato il gruppo aveva preso di mira lavoratori e opere finanziate da Pechino. Pochi mesi fa un attentato suicida ha infatti colpito un gruppo di ingegneri cinesi che si stavano recando da un impianto minerario alla città di Dalbandin, nel Sudovest del Paese. Altri attacchi sono stati condotti al porto di Gwadar, dove sono morti 3 cinesi, e durante la costruzione di una diga a est della capitale Islamabad, con il rapimento di due ingegneri.

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Fig. 1 – Truppe pakistane presidiano l’area del consolato cinese di Karachi dopo l’attacco compiuto dalla Balochistan Liberation Army (BLA)

2. CPEC, SFRUTTAMENTO E RELIGIONE

La BLA ha sempre rivendicato i propri attacchi, facendosi portavoce degli interessi dei beluci. Secondo il gruppo, infatti, le operazioni congiunte sino-pakistane nel Belucistan sono volte allo sfruttamento delle risorse naturali, come petrolio, gas e minerali preziosi, senza un vero ritorno economico per la popolazione locale. Per il movimento separatista, quindi, si tratterebbe di una vera e propria colonizzazione. La Belt and Road Initiative (BRI), con la sua branca regionale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), rappresenta lo strumento con cui Pechino intenderebbe mettere le mani sulle ricchezze della regione e derubarla del suo futuro. Secondo i vertici BLA, Pakistan e Cina starebbero organizzando un piano strutturato per estromettere i locali da ogni possibile processo di sviluppo economico. Queste tesi sarebbero, a loro dire, rafforzate dall’utilizzo di manodopera proveniente direttamente da Cina o Punjab. Il movimento indipendentista, inoltre, è fortemente collegato ad altri gruppi armati in Afghanistan. Vista la volatilità del confine settentrionale pakistano, le connessioni con le diverse formazioni di integralisti sono forti. Gli attacchi dei guerriglieri della BLA nei confronti delle attività cinesi sono considerati anche un atto di ritorsione per il trattamento della popolazione uigura dello Xinjiang, di religione musulmana.

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Fig. 2 – Cantiere del porto di Gwadar, la chiave di volta del CPEC, fortificato e controllato dalle forze di sicurezza pakistane

3. PECHINO E IL FUTURO DEL CPEC

L’ultimo attentato preoccupa Pechino in quanto i cittadini cinesi sul territorio pakistano coinvolti per lo sviluppo del CPEC sono circa 20mila, ma sono destinati ad aumentare a più di 70mila proprio per via del gran numero di attività previste per il futuro. L’importanza strategica del progetto del corridoio economico con il Pakistan non è messa in discussione. L’ipotetica rotta commerciale che proprio dallo Xinjiang porta verso il porto di Gwadar è fonte di estremo interesse per la Cina, dal punto di vista sia economico che energetico. La rilevanza di questa rotta è infatti anche strategica per Cina e Pakistan. Con il CPEC Pechino si è costruita un punto avvantaggiato per raggiungere i mercati dell’Afghanistan e del resto dell’Asia Centrale, dove sono presenti altre problematiche legate a gruppi armati che potrebbero vedere la Repubblica popolare come una minaccia. La credibilità del principio di non interferenza cinese presso le popolazioni musulmane, infatti, potrebbe venir meno proprio a causa della repressione nello Xinjiang.

Alessio Baccinelli

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Alessio Baccinelli

Classe 1990 dalla provincia di Brescia, decido di affrontare un nuovo percorso di vita dopo un’esperienza di volontariato in Mozambico e una parentesi lavorativa post-diploma. Per questo decido di avvicinarmi al mondo accademico iscrivendomi alla facoltà di Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, appassionandomi da subito al mondo della politica estera. In facoltà riesco ad agganciarmi all’ormai fu progetto “Geopolitical Atlas” in cui mi specializzo nella produzione di analisi grafiche di scenari geopolitici. Grazie al percorso linguistico mi avvicino al mondo russo, senza dimenticare la passione per l’Africa e per i luoghi meno battuti. Trasferitomi a Copenhagen, decido di iniziare il master in International Development Studies and Global Studies presso la Roskilde University.