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In 3 sorsi – I recenti scontri tra Israele e Hamas lasciavano presagire un’azione massiccia delle forze israeliane contro Gaza. Il premier Netanyahu è riuscito, nel giro di pochi giorni, a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco con Hamas e a evitare le elezioni anticipate.
1. NUOVI SCONTRI TRA HAMAS E ISRAELE 
Domenica 11 novembre, nella località di Khan Yunis, a Gaza, un’unità delle forze speciali dell’esercito israeliano (IDF) è stata intercettata de un gruppo armato i cui membri appartenevano ad Hamas e al Movimento per il Jihad Islamico in Palestina. Gli scontri avvenuti a sud della Striscia di Gaza hanno causato la morte di 7 miliziani palestinesi e di un ufficiale dell’IDF. Tra le vittime del blitz condotto dalle forze speciali israeliane c’era Nour Baraka, numero due delle Brigate Izz ed-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas. Secondo le stime del Governo israeliano, il giorno seguente il sistema di difesa noto come Iron Dome (Cupola di Ferro) ha intercettato più di 300 missili o razzi provenienti da Gaza. Malgrado l’efficienza del sistema antimissile israeliano, due razzi sono riusciti a colpire un palazzo e un pullman nel Sud del Paese, con l’uccisione di un civile. Israele ha risposto con una serie di raid aerei che hanno causato la morte di 5 palestinesi e distrutto la sede della stazione televisiva di Hamas. Il livello di tensione raggiunto nell’arco di due giorni, nonché il cospicuo numero di vittime, sembrava destinato a degenerare, e gli occhi del mondo erano puntati su Gaza, temendo che si potesse assistere all’ennesima carneficina, soprattutto considerando che nel 2014, durante l’operazione israeliana “Margine di protezione” si erano registrate oltre 2mila vittime civili palestinesi. Embed from Getty Images Fig. 1 – Esplosione a Gaza durante i bombardamenti israeliani
2. NETANYAHU: IL CESSATE IL FUOCO E LO SPETTRO DELLE ELEZIONI ANTICIPATE
Il primo ministro Benjamin “Bibi” Netanyahu, a causa della gravità degli eventi, ha così deciso di interrompere la permanenza a Parigi in vista del Forum per la pace e di fare ritorno in Israele appena due giorni dopo essere atterrato nella capitale francese. Malgrado le pressioni subite da parte di alcuni membri del suo Governo, primo fra tutti il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, al fine di adottare una strategia più aggressiva nei confronti di Hamas, Netanyahu ha deciso di rispettare i termini del cessate il fuoco raggiunto grazie alla mediazione egiziana, che ha evitato una possibile escalation. In polemica con la tregua tra Israele e Hamas, però, il 14 novembre Lieberman ha annunciato le proprie dimissioni, dichiarando che il cessate il fuoco era una capitolazione al terrorismo e aggiungendo che il partito Israel Beitenu avrebbe smesso di sostenere l’esecutivo di Netanyahu. La decisione di Lieberman, il cui gruppo occupa cinque seggi nella Knesset, ha ulteriormente indebolito la coalizione del premier Netanyahu, che ora ha una maggioranza di un solo seggio (61 su 120). Dopo le dimissioni Lieberman aveva chiesto di procedere con le elezioni anticipate e lo stesso concetto era stato reiterato dal partito Habayit Hayehudi del ministro dell’Educazione Naftali Bennett, il quale aveva promesso di privare del sostegno Netanyahu e la sua coalizione di Governo se non gli fosse stato assegnato il dicastero della Difesa. Embed from Getty Images Fig. 2 – Naftali Bennett e Avigdor Lieberman
3. NIENTE ELEZIONI ANTICIPATE, MA NOVEMBRE 2019 NETANYAHU PROVERÀ A ENTRARE NELLA STORIA
Dopo che Bibi aveva deciso di non accettare la proposta di Bennett, facendosi lui stesso carico del ministero della Difesa, le elezioni anticipate sembravano alle porte. Il premier israeliano aveva fatto appello al buon senso degli alleati, dichiarando che non sarebbe stato opportuno far cadere il Governo in un momento caratterizzato da così tante tensioni a livello regionale contro la sicurezza di Israele, lasciando molti esperti a speculare circa eventuali nuove azioni da parte del Governo nei confronti di Hamas ed Hezbollah. Per l’ennesima volta, tuttavia, Netanyahu si è dimostrato un politico estremamente abile ed è così riuscito a convincere Naftali Bennett a ritornare sui suoi passi, a sostenere il Governo e a rispettare la data prestabilita per le elezioni. Netanyahu, probabilmente, avrebbe potuto anche accettare delle elezioni anticipate, soprattutto perché, fatta eccezione per Bennett, la scena politica israeliana, e men che meno la sinistra, non è in grado di offrire un’alternativa valida. Inoltre il premier, con una vittoria conseguita tramite elezioni anticipate, avrebbe potuto schivare o quanto meno minimizzare le accuse per corruzione rivoltegli di recente. Ora però, se Netanyahu vorrà entrare nella storia di Israele come il Primo Ministro più “longevo” di sempre, dovrà aspettare fino a novembre 2019, ma senza un ministro della Difesa su cui scaricare le colpe per eventuali minacce alla sicurezza del Paese e con lo spettro di un’accusa per frode, la strada verso il successo potrebbe dimostrarsi inaspettatamente tortuosa.

Emanuele Mainetti

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Emanuele Mainetti

Nato ad Angera nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Lingue e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e un Master in Middle Eastern Studies al King’s College London. Durante i miei studi triennali ho maturato una profonda passione per il mondo arabo, la politica, la cultura e (ahimè) la lingua. Prima di cominciare il Master, ho trascorso cinque mesi in Giordania seguendo un corso intensivo di dialetto levantino e arabo standard. Sono particolarmente interessato alle dinamiche socio-politiche e alle relazioni internazionali nel Levante Arabo, con un occhio di riguardo per il Libano. Ho scritto la mia tesi magistrale sul processo di democratizzazione nel Libano post-Ta’if, per la quale ho condotto circa 20 interviste con membri della società civile libanese. Progetti per il futuro? Vorrei riuscire ad iscrivermi ad un corso di dottorato, Inshallah.