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In 3 sorsi – Il caso di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso a Istanbul a inizio ottobre, è l’ennesimo capitolo della storia secolare che lega Turchia e Arabia Saudita. E oggi i rapporti fra i due campioni del mondo sunnita attraversano una nuova fase di incertezza.

1. UNA STORIA LUNGA TRE SECOLI

Il primo momento di confronto fra le due potenze regionali risale al XVIII secolo. Intorno al 1740, Muhammad ibn Abd al-Wahhab, un teologo arabo aderente alla rigida scuola hanbalita, rivisitò i fondamenti dell’Islam, predicando una purificazione delle dottrine deviate e auspicando un ritorno all’ortodossia fondata su un monoteismo assoluto. Il pensiero di Abd al-Wahhab trovò terreno fertile presso la corte di Ibn Saud, padre dell’attuale dinastia regnante saudita. L’indefettibile alleanza fra le due figure, siglata nel 1744, portò alla creazione dell’Emirato di Dir’iyya, meglio noto come Primo Stato Saudita. Clero wahhabita e dinastia saudita sfidarono allora il califfato, dapprima occupando Medina e La Mecca, i luoghi sacri per l’Islam, e in seguito contestando esplicitamente il potere ottomano, in quanto non pienamente islamico. Le tensioni sfociarono così nella guerra ottomano-saudita (1811-1818), che segnò la fine dell’Emirato. Nonostante ciò, i rapporti rimasero tesi, soprattutto durante il XIX secolo, quando l’Impero ottomano intraprese un percorso di modernizzazione, noto come Tanzimat, che mal si conciliava con gli ideali conservatori wahhabiti. In particolare, la Costituzione del 1876 limitò fortemente i poteri del sultano e istituì un parlamento bicamerale: una concezione del potere inaccettabile per la diade saudo-wahhabita, che troncò ogni rapporto con il mondo ottomano.
La nascita della secolarizzata Repubblica di Turchia nel 1922 e la fondazione dell’Arabia Saudita nel 1932 distanziarono ulteriormente i due Paesi, che mostrarono scarso interesse reciproco almeno fino agli anni Sessanta. È infatti in quel periodo che la Turchia entrò a far parte dell’Organizzazione degli Stati Islamici (1969) e allacciò relazioni diplomatiche con l’OPL (1975). Gli anni Ottanta e Novanta furono poi caratterizzati da un raffreddamento dei rapporti, a causa dell’instabilità interna turca. È però la prima decade degli anni Duemila a testimoniare un progressivo riavvicinamento fra re Abdullah e il neo-eletto presidente turco Erdogan, almeno fino alle Primavere arabe.

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Fig. 1 – Re Faysal, in carica dal 1964 al 1975, riavvicinò il Regno alla Turchia

2. LE PRIMAVERE ARABE: UNA SVOLTA

Con le rivoluzioni del 2011 sono però emerse evidenti crepe nelle relazioni fra Ankara e Riyadh, a livello politico e ideologico. In particolare sono tre gli elementi su cui Turchia e Arabia Saudita divergono. In primo luogo Erdogan si è mostrato, almeno a parole, fervente sostenitore di una visione politica dell’Islam, avversa ai regimi autoritari e attenta alla giustizia sociale, molto distante dalla visione quietista wahhabita. Il supporto di Ankara ai movimenti popolari prima e al Governo dei Fratelli Musulmani in Egitto poi non poteva infatti essere accolto positivamente da Riyadh, che ha identificato nella Fratellanza una minaccia politica all’ordine costituito, al punto da bollare il gruppo come un’organizzazione terroristica.
La seconda questione, strettamente connessa alla precedente, è relativa al ruolo del Qatar, isolato dal giugno 2017 per i presunti legami con i Fratelli Musulmani. La Turchia, fra i principali alleati del piccolo Emirato e in possesso di una base militare strategicamente rilevante, ha così risentito della vicinanza al Qatar fin dalle prime iniziative punitive saudo-emiratine del 2014.
A motivare il blocco verso il Qatar è stato inoltre il sospetto di una vicinanza fra Doha e Tehran, l’arci-nemico del Regno. Anche in questo caso, pur avendo assunto posizioni differenti in Siria, Erdogan e Rouhani hanno più volte partecipato a iniziative diplomatiche congiunte, provocando malcontento nei circoli del potere saudita.

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Fig. 2 – Proteste di manifestanti turchi a Ginevra contro il blocco del Qatar

3. QUALE FUTURO PER LE RELAZIONI TURCO-SAUDITE

I rapporti bilaterali, dopo una breve fase di distensione nel 2015, stanno però attraversando nuovamente un momento critico. Erdogan si è mostrato da subito risoluto nel voler risolvere l’affare Khashoggi, pur senza chiudere definitivamente con Riyadh. In primis il plenipotenziario Presidente sta cogliendo l’occasione per ridimensionare il ruolo di Mohammad bin Salman e far prevalere la propria visione di Islam. La Turchia ha inoltre messo pressioni a Washington. E così i primi risultati non si sono fatti attendere. Il blocco delle sanzioni sugli scambi commerciali con l’Iran e l’apertura a un possibile rimpatrio di Fethullah Gülen, il predicatore accusato di aver tramato contro il Governo turco, sono un segnale della crescente accondiscendenza degli Stati Uniti verso la Turchia.
Allo stesso tempo Ankara non ha interesse nel rompere totalmente con il Regno, che infatti rappresenta un grande investitore nel Paese e un asset imprescindibile in un momento di sofferenza economica e svalutazione monetaria. È dunque probabile che ancora una volta gli interessi economici e il pragmatismo politico prevalgano sulle differenze ideologiche e religiose.

Francesco Teruggi

Francesco Teruggi

Sono nato nel 1993 in un piccolo paese immerso nelle risaie novaresi. Terminato il Liceo Classico, mi sono trovato di fronte a un bivio: ingegneria fisica o filosofia? Ho così optato per psicologia. Mi sono dunque trasferito a Milano, dove ho frequentato sia la triennale sia la magistrale, a parte l’ultimo semestre in cui ho scritto la tesi in Olanda. Insieme a nicotina e caffè (geopolitici e non), mi sono avvicinato alle relazioni internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente. Mi sono così iscritto a un Master in Middle Eastern Studies per comprendere al meglio la regione. Sono particolarmente interessato alle narrazioni circa le dinamiche di potere e di desiderio che intercorrono fra attori non-statali e società civile (se vi sembra strano, ricordate che ho pur sempre fatto psicologia).