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In 3 sorsi – La conferenza di Palermo sulla Libia è stata un momento importante (ma non decisivo) in vista della futura stabilizzazione del Paese. Italia e Francia, i due principali attori europei interessati, si sono confrontati partendo da posizioni assai distanti.

1. IL REBUS LIBICO ALLA VIGILIA DI PALERMO

La Libia come entità statuale unitaria è una creazione recente, essendo sorta solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale. In seguito alla caduta di Gheddafi nel 2011, il Paese è scivolato nel caos e in una situazione di guerra civile “soft” tra due Governi rivali. La conferenza indetta a Palermo il 12 novembre dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte è stata quindi presentata come un’occasione preziosa per intensificare il dialogo tra le due parti e per discutere dei tempi e dei modi delle future elezioni generali libiche, che dovrebbero tenersi nel 2019. L’Italia appoggia ormai da tempo il Governo di Tripoli, presieduto da Fayez al-Sarraj, che è anche l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. In questa posizione ha un certo peso il fatto che i principali interessi italiani (in particolare quelli energetici dell’ENI) si concentrino in Tripolitania. La Francia, invece, ha il fulcro dei propri interessi in Cirenaica, dove la maggiore compagnia energetica transalpina, la Total, possiede rilevanti diritti sugli idrocarburi. Per questo motivo Hollande prima e Macron poi hanno sostenuto il generale Khalifa Belqasim Haftar, la figura di riferimento del Governo di Tobruk.

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Fig. 1 – La foto dei partecipanti alla Conferenza di Palermo

2. ROMA E PARIGI DI FRONTE ALLO SCACCHIERE LIBICO

Gli interessi italiani e francesi in Libia appaiono quindi divergenti e Palermo, tra le altre cose, era anche l’occasione anche per un chiarimento a livello ufficiale tra i due Paesi europei maggiormente interessati alla vicenda libica. Parigi sembra aver dato importanza alla conferenza, delegando il proprio ministro degli Esteri Jean-Yver Le Drian a presiedere ai lavori (gli altri Paesi europei intervenuti hanno inviato solo rappresentanti diplomatici o sottosegretari). Bisogna inoltre sottolineare che Macron aveva già organizzato un incontro simile a Parigi nel maggio scorso. Tuttavia il Paese transalpino ha poco interesse nel fissare elezioni generali volte a dar vita a un Governo unitario con sede a Tripoli. Gli interessi commerciali presenti in Cirenaica, infatti, sembrano sufficientemente protetti dal generale Haftar, appoggiato anche dal vicino Egitto. Nuove elezioni generali porterebbero con ogni probabilità a un ridimensionamento dello stesso Haftar e del suo Esercito nazionale libico, con conseguente aumento di potere del Governo di Tripoli. Per questa ragione è assai probabile che Macron non abbia visto di cattivo occhio il nuovo aumento di violenza dello scorso settembre, dopo la fragile tregua raggiunta in conseguenza degli accordi di Skhirat, siglati in Marocco nel 2015. Inoltre, lo stesso Haftar, dopo aver a più riprese sostenuto che non si sarebbe recato personalmente in Sicilia per divergenze con alcuni dei partecipanti (da lui considerati vicini ai Fratelli Musulmani), ha deciso infine di presentarsi, seppur non nella sessione plenaria della conferenza. L’interesse principale di Roma è, invece, quello di creare maggiore stabilità in Libia. Ciò si denota anche dalla lista dei partecipanti, che vanno dal rappresentante dell’Onu in Libia Ghassan Salamè, ai Presidenti algerino e tunisino Onu Ouyahia e Beji Caid Essebsi, i cui Paesi stanno subendo notevoli ripercussioni in termini di infiltrazioni militari provenienti dalla Libia attraverso i confini comuni. Con una maggiore stabilizzazione del Paese, l’Italia conta di ottenere due risultati principali: la definitiva messa in sicurezza dei propri interessi in Tripolitania e il ridimensionamento dei numerosi gruppi militari, che si finanziano in gran parte attraverso i flussi migratori verso il nostro Paese. Nonostante nel corso dell’ultimo anno, infatti, gli sbarchi siano diminuiti considerevolmente, Roma rimane consapevole che, almeno finché le formazioni di guerriglieri non verranno smantellate in modo definitivo, il traffico di persone nel Mediterraneo centro-orientale continuerà.

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Fig. 2 – Conte e Haftar a Palermo

3. L’ESITO DELLA CONFERENZA: UN MOMENTO DECISIVO?

La stretta di mano tra Haftar e al-Sarraj, sotto lo sguardo compiaciuto di Conte, è l’immagine più emblematica (e, da un punto di vista italiano, preziosa) della conferenza di Palermo. Tuttavia gli eventuali risultati reali degli incontri degli ultimi giorni nel capoluogo siciliano si potranno apprezzare solo a distanza di mesi, in conseguenza delle elezioni che, secondo quanto trapelato, dovrebbero essere indette nella primavera del 2019. Nonostante infatti l’incontro tra Haftar e al-Sarraj sia stato mediaticamente importante, le decisioni concrete scaturite dalla conferenza sono state assai scarse. L’assenza di figure di primo piano come Donald Trump e Vladimir Putin (Washington e Mosca non ritengono la Libia un teatro di primario interesse), e, soprattutto, la protesta formale e il ritiro della Turchia, hanno diminuito la portata dell’incontro. I primi avvenimenti post conferenza non sono assolutamente incoraggianti, come dimostrato anche dalle violenze scoppiate nel porto di Misurata a bordo della nave Nivin. A dispetto dello sforzo da parte dell’Italia affinché quella siciliana fosse un’occasione per un decisivo passo in avanti, il rischio che la Conferenza di Palermo porti a un nulla di fatto è concreto.

Michele Cenci