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In 3 sorsi – A poche settimane dalla COP24, viene lanciato un allarme sulle drammatiche conseguenze dell’aumento della temperatura. 

1. RISCALDAMENTO, LA REFERENZA SCIENTIFICA

Il documento più atteso in preparazione alla COP24, il Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5 °C è stato approvato lo scorso 6 ottobre dai 195 Stati membri del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). È frutto del lavoro di 91 autori di 44 nazionalità. Analizzando le conseguenze dell’aumento della temperatura, si arriva a conclusioni allarmanti: i rischi sono molto più alti se l’aumento sarà di 2 °C invece che di 1,5 °C. Secondo l’IPCC, se il riscaldamento continua al ritmo attuale, il fatidico +1,5 °C sarà raggiunto tra il 2030 e il 2052. Oltre a costituire un riferimento scientifico di grande importanza in vista della COP24 di dicembre, questo rapporto influenzerà le riflessioni attualmente in corso in seno all’Unione Europea sulla strategia di riduzione delle emissioni di gas serra.
Ci si attende un aumento della temperatura media nella maggior parte delle regioni terrestri e oceaniche, ed episodi meteorologici più violenti (caldo estremo, forti precipitazioni e siccità): lo scenario a +2 °C è molto più preoccupante rispetto a quello a +1,5 °C.  Ecco alcune cifre chiave del rapporto. L’innalzamento del livello del mare nel 2100 sarà di 10 centimetri inferiore nello scenario +1,5 °C rispetto a quello +2 °C, riducendo di diversi milioni il numero di persone fortemente impattate (fino a 10 milioni, in base ai dati sulla popolazione del 2010, e se non si realizzano misure di adattamento). Le conseguenze sulla biodiversità e gli ecosistemi terrestri saranno almeno due volte più gravi nello scenario +2 °C: il 18% degli insetti, il 16% delle piante, l’8% dei vertebrati perderanno metà della loro estensione geografica, rispetto a al 6% degli insetti, all’8% delle piante e al 4% dei vertebrati se l’aumento della temperatura sarà limitato a 1,5 °C. Anche la temperatura degli oceani e gli ecosistemi marini, e il loro ruolo per gli esseri umani, subiranno conseguenze molto diverse. Se nello scenario +1,5 °C si prevede un’estate senza ghiaccio nell’Oceano Artico ogni secolo, questa probabilità potrebbe aumentare a un’estate ogni dieci anni nello scenario +2 °C. Più la temperatura aumenta, quindi, più gravi sono le conseguenze sui sistemi ecologici e sulle condizioni di vita della popolazione, in modo esponenziale.

Fig. 1 – Hoesung Lee, Presidente dell’IPCC durante la COP23

2. RISCALDAMENTO E POLITICA  

Per l’IPCC, limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, rispetto a 2 °C, potrebbe ridurre di diverse centinaia di milioni entro il 2050 il numero di persone esposte a rischi climatici e alla povertà. Più si riuscirà a frenare quest’aumento e a stabilizzarlo al di sotto di 1,5 °C, più facilmente si potranno realizzare le misure di adattamento necessarie affinché l’impatto sulla popolazione, e sui soggetti più vulnerabili, sia meno drammatico. Nonostante queste conclusioni, nel rapporto si afferma che, scientificamente parlando, è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Per farlo è necessario varare delle misure ambiziose che permettano di modificare profondamente i sistemi su cui si basano le nostre società e i settori che emettono gas serra: energia, industria, trasporti, edilizia e agricoltura. Queste misure dovranno permettere di ridurre in modo rapido e drastico le emissioni di anidride carbonica: entro il 2030 si dovrà ottenere una riduzione del 45% rispetto ai livelli del 2010. E raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Nel rapporto, l’IPCC descrive diversi scenari e strategie di mitigazione per raggiungere tale obiettivo. Oltre all’ambizione e alla rapidità, c’è anche la questione dei costi: lo scenario +1,5 °C dovrebbe costare in media annualmente 2.400 miliardi di dollari (2010) tra il 2016 e il 2035, cifra che corrisponde a 2,5% del PIL mondiale. La transizione, quindi, dipenderà anche dalla misure che gli Stati realizzeranno per incitare e sostenere gli investimenti privati. Se a livello di drasticità e scala riforme simili non sono mai state realizzate, secondo l’IPCC esistono precedenti di analoghe transizioni sistemiche realizzate molto rapidamente.

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Fig. 2 – Centrale a lignite, Polonia

3. LA VOLONTÀ POLITICA COLLETTIVA

La responsabilità passa nelle mani di chi ha il potere e la responsabilità di varare tali misure. Secondo il rapporto i contributi nazionali volontari definiti dagli Stati fino al 2030 nell’ambito dell’Accordo di Parigi non permetteranno di restare sotto la soglia di +1,5 °C, ma porteranno la temperatura a +3 °C nel 2100. Nemmeno misure eccezionali dopo il 2030 potranno più cambiare la traiettoria. Secondo l’analisi dell’IPCC, quindi, non ci si può aspettare di rispettare il limite di 1,5 °C se le emissioni di gas a effetto serra non cominciano a diminuire già prima del 2030. L’allerta per le delegazioni che si riuniscono in Polonia per la COP24 a inizio dicembre non poteva essere più chiara e netta. Sarà questa l’occasione di capire se la volontà politica collettiva sarà all’altezza di tale sfida.
Anche l’Unione Europea è chiamata in causa a fare di più e più velocemente. La Commissione Europea sta attualmente lavorando su una strategia di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2050 (la Mid-century zero emission strategy), che dovrebbe essere pubblicata a fine mese, subito prima dell’apertura delle COP24. Gli impegni presi finora non sono sufficienti, se analizzati in base alle conclusioni dell’IPCC: secondo l’attuale strategia climatica, l’obiettivo dell’UE è una riduzione delle emissioni dell’80% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050, con tappe intermedie a -40% entro il 2030 e -60% entro il 2040. Per rimanere sotto la soglia di +1,5 °C, l’obiettivo entro il 2050 dovrà essere la neutralità carbonica.
Da questo documento ci si aspetta un’analisi dei possibili percorsi e approcci per rispettare gli obiettivi, tenendo in considerazione le sfide tecniche, scientifiche e sociali. Tutto ciò in un processo di discussione e di negoziazione tra Stati membri caratterizzati da sistemi economici e mix energetici molto diversi. Nonostante tali limiti, questo esercizio dovrebbe permettere di sviluppare una posizione comune sulla lotta contro il riscaldamento globale. Ci si chiede se l’Unione sceglierà di rappresentare un motore oppure un freno alla volontà politica collettiva globale, e il suo ruolo rispetto al disimpegno degli Stati Uniti.

Valentina Origoni

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