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Analisi In un’epoca in cui i problemi ambientali risuonano in maniera amplificata nel mondo globalizzato, la lunga battaglia per proteggere l’ecosistema del fiume Mekong, al centro degli interessi contrastanti di diverse grandi potenze, costituisce un banco di prova decisivo per il futuro del nostro pianeta.

LA GREAT MEKONG SUBREGION

Nel Sud-est asiatico la Cina ha posto in essere forme di cooperazione che vanno al di là dei limiti statuali, in quanto raccordano un’intera regione fisica, quella attraversata dal Mekong, che riveste una notevole importanza strategica, a fronte della forte asimmetria di capabilities tra i Paesi rivieraschi, destinatari privilegiati delle politiche che sostanziano il Beijing consensus. Questa subregione prende il nome dal suo fiume principale, chiamato “Fiume di Pietra”, “Acqua Turbolenta”, “Grande Acqua”, “Fiume del Dragone”, “Fiume Madre”, “Fiume dei Nove Draghi” e, infine, “Madre delle acque Khong”, dalla cui contrazione deriva il termine Mekong, utilizzato in Occidente.

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Fig. 1 – Il fiume Mekong presso Luang Prabang, nel Laos

GOVERNANCE AMBIENTALE

I Paesi attraversati dal fiume cooperarono dal 1957 in un framework di sviluppo, il Mekong River Committee, che, perso l’originario fine di collante economico in funzione anticomunista, si arenò dopo la guerra del Vietnam. Nel corso degli anni Novanta l’ONU e altre Organizzazioni internazionali avviarono politiche rivolte a una nuova gestione delle risorse naturali, finalizzate a promuovere uno sviluppo sostenibile e una governance partecipata. La lenta ma inesorabile globalizzazione delle problematiche ambientali stava infatti determinando la necessità di un approccio integrato multiscalare, partecipativo e inclusivo, al fine di elaborare politiche efficienti e efficaci per eliminare la povertà e proteggere il pianeta. In questo quadro si mosse il Congresso Internazionale dell’Acqua e dell’Ambiente di Dublino del 1992, durante il quale fu formulato il programma relativo alla gestione integrata delle risorse idriche (IWRM), supportata dalla Asian Development Bank (ADB), che coinvolgeva in questa progettualità tutti gli Stati che condividono il bacino del fiume Mekong (Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia, Vietnam e Cina). L’Integrated Water Resources Management è stato poi affiancato dalle Water Users Associations (WUAs, associazioni locali per l’utilizzo dell’acqua) e dalla Global Water Partnership, costituita da tecnici, policymakers e studiosi.

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Fig. 2 – Attività economiche sulla riva laotiana del Mekong

LA CONVENZIONE ONU

Lo scopo di questa gestione integrata dell’acqua era quello di creare Istituzioni comuni in grado di permettere la partecipazione e l’inclusione nei processi decisionali, con l’intento di valorizzare le risorse da un punto di vista economico. Un ulteriore tassello fu costituito dalla Convenzione ONU sulle vie d’acqua transfrontaliere del 1997, che sostenne la fondazione di Commissioni dell’acqua e consigli di bacini fluviali per provvedere in maniera più mirata alla tutela, alla gestione e allo sfruttamento sostenibile delle risorse della regione del Mekong. Fu avviato perciò un costante monitoraggio della qualità delle acque, condividendo informazioni e dati idro-meteorologici, per lottare contro la siccità e le inondazioni, per regolare il flusso fluviale, implementando le attività commerciali e i servizi con l’intento di mitigare gli impatti negativi della costruzione di dighe.

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Fig. 3 – Un incontro della Mekong River Commission (MRC) nel 2011

LA MEKONG RIVER COMMISSION

Queste attività furono istituzionalizzate con la creazione di una nuova struttura, la Mekong River Commission (MRC), un organismo intergovernativo che univa Laos, Cambogia, Thailandia e Vietnam e che godeva solo parzialmente del sostegno della Cina, il cui Governo, con quello birmano, è dialogue partner, anche per il marcato accento dato alla reciprocità attraverso meccanismi di consultazione preventiva. La procedura per la notifica e la consultazione preliminare (PNPCA) prevedeva infatti che ogni progetto idroelettrico fosse prima notificato a tutti e poi discusso tra i quattro Paesi interessati, che dovevano dare il proprio unanime consenso. Questo iter fu reso però vano dall’impossibilità di impedire che lo Stato costruttore procedesse comunque nei suoi intenti sia per l’assenza della Cina, nei cui confini il fiume nasce e procede per circa un quarto della sua lunghezza, sia per la mancata previsione di sanzioni a qualsivoglia comportamento omissivo.

IL DUELLO USA-CINA

Nello stesso periodo l’Amministrazione di Barack Obama avviava la Lower Mekong Initiative per rafforzare le relazioni tra Stati Uniti e Paesi rivieraschi, con l’obiettivo di sostenere le trasformazioni istituzionali e politiche, funzionali all’agenda neo-liberale del Washington Consensus. Le risorse idriche subirono una forma di decentralizzazione, liberalizzazione e privatizzazione che comportò l’introduzione di forme di mercato che sovente non tenevano conto dei contesti socio-economici delle realtà locali. Il Governo di Pechino, ideatore del Beijing Consensus, creava nel 2016, in risposta alle iniziative dell’Amministrazione Obama, il Lancang-Mekong Cooperation Mechanism (LMCM), uno specifico programma finalizzato a realizzare un dialogo più efficace ed efficiente tra gli Stati della regione, soprattutto in relazione ai risvolti dell’acquacoltura, un’attività che coinvolge circa 40 milioni di persone. Questo framework di cooperazione non è però ancora sufficiente per approdare a una politica effettivamente comune, per cui gli Stati continuano a procedere autonomamente. Questi obiettivi sono stati riproposti e approfonditi durante il summitOur River of Peace and Sustainable Development”, svoltosi a Phnom Penh, in Cambogia, nel gennaio 2018.

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Fig. 4 – Bandiera rossa sul Mekong? Sia il Governo cinese che quello americano sono interessati alle modalità di utilizzo delle risorse che gravitano intorno al grande fiume

LA RICONCETTUALIZZAZIONE DELL’ACQUA

Le organizzazioni internazionali con mission ecologiche si sono trovate impreparate al momento di affrontare le problematiche socio-economiche derivate dal water grabbing, ovvero le disuguaglianze nell’accesso all’acqua. Il water grabbing e il land grabbing si configurano infatti come due processi strettamente connessi che riguardano l’accaparramento dei beni in un contesto di neoliberalizzazione dei processi economici globali.  La costruzione delle grandi dighe sul Mekong, che hanno comportato deviazioni fluviali e importanti problematiche socio-ambientali, ha contribuito notevolmente alla riconcettualizzazione dell’acqua come elemento socio-naturale contraddistinto da una natura socio-culturale, politica e simbolica. Il flusso idrico, le infrastrutture idrauliche, i canali, le dighe, le relazioni tra i diversi attori coinvolti rappresentano le tessere di quel mosaico che viene definito dagli specialisti il Waterscape, il paesaggio che non solo racconta di un territorio segnato da fiumi, ma rappresenta anche uno scenario più complesso, in cui intervengono dinamiche che nel Sud-est asiatico assumono peculiarità proprie sia per la diversità culturale che per la frammentazione etnico-politica di questa regione millenaria.

PROSPETTIVE A LUNGO TERMINE

Nel Sud-est asiatico si sta assistendo però, negli ultimi anni, a una trasposizione di problemi ecologici, ambientali, sociali ed economici che, alimentati da una trasformazione tecnologica eccezionale e da prospettive di sviluppo impensabili fino a qualche anno fa, possono mettere ancora più a repentaglio la sopravvivenza dell’intero ecosistema regionale. Queste contraddizioni rivelano un altro aspetto della profonda asimmetria tra il potere politico ed economico degli Stati coinvolti, che consente ai Paesi più ricchi, in primis alla Cina, ma anche al Giappone, interventi che producono benefici unilaterali, danneggiando i Paesi confinanti con una politica definita beggar-thy-neighbor (o politica del rubamazzo). Il bacino del Mekong ben si presta all’esemplificazione di queste politiche, in una cornice regionale in cui le azioni poste in essere da ciascuno possono pesantemente impattare su un altro, causando, ad esempio, inquinamento transfrontaliero e riflessi sulla biodiversità, fino a produrre gravi conseguenze per la stessa sopravvivenza delle popolazioni locali.
In questi luoghi così lontani ma così pregnanti si giocherà la vera sfida del mondo globalizzato, che potrà sopravvivere se riuscirà a superare questi squilibri e incamminarsi verso approdi partecipativi in cui bisogni, diritti, narrazioni e sogni possano traghettare verso un reale progresso per tutti, che per ora è ancora una chimera.

Elisabetta Esposito Martino

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Elisabetta Esposito Martino

Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!