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In 3 sorsi – Numerose organizzazioni umanitarie denunciano le drammatiche condizioni delle carceri libiche. Un grido di dolore al quale però molti Governi europei continuano a restare indifferenti

1. LE CARCERI LIBICHE TRA OMISSIONI DI STATO E INTERESSI TRIBALI

I Detention Centers possono essere suddivisi in due categorie: da un lato quelli legali, che sono controllati dall’esercito e dal DCIM (Directorate for Combatting illigal Migration) del Governo libico, dall’altro quelli clandestini, che sono controllati dalle milizie e dai trafficanti. Ma quanti sono i Detention Centers in Libia? Le Autorità governative hanno sempre rifiutato di fornire i numeri ufficiali. Tuttavia, sulla base dei dati raccolti dall’ONU, si pensa che in Libia vi siano all’incirca venti “carceri statali”. Sconosciuto resta invece il numero dei centri di detenzione clandestina, dov’è rinchiusa la maggior parte degli stranieri arrestati illegalmente dai trafficanti di esseri umani. Quel che è certo è che all’interno delle prigioni le condizioni detentive alle quale sono sottoposti i reclusi restano terribili. La debolezza del Governo, unita alla frammentazione delle Istituzioni nazionali, garantisce inoltre una totale impunità ai responsabili di tali crimini. A ciò si deve anche aggiungere la parcellizzazione del potere politico in Libia, che rende il controllo del territorio ancora più complesso. In effetti in alcune regioni del Paese, come ad esempio nel Fezzan, si concentrano non solo i conflitti politici tra Serraj, Haftar e le tribù locali (su tutti i tuareg e i tebou), ma anche gli interessi relativi al traffico illegale di esseri umani. In questa remota regione di frontiera la gestione delle carceri rientra dunque nella più ampia partita che ha come vero obbiettivo il controllo politico e militare del Sud.

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Fig. 1 – Migranti africani ammassati in un Detention Center nel Nord della Libia

2. IL RUOLO DELLE NAZIONI UNITE E DELLE ONG

Esiste davvero una distinzione netta tra prigioni statali e clandestine? Sembra difficile dare una risposta precisa a questa domanda, dato che la debolezza delle Istituzioni libiche rende del tutto aleatori i concetti di “legalità” e “illegalità” . A Zuara, per esempio, quello che è stato identificato come il principale carcere clandestino della città si trova praticamente a pochi metri da quello gestito dal Governo di Sarraj. Qui alcuni prigionieri hanno riferito di essere stati trasferiti più volte dal primo al secondo e viceversa. A Zawiya, invece, il Dentetion Center statale che dovrebbe essere gestito dal DCIM è di fatto sotto il controllo della Brigata Al-Nasr. Ma questi non sono casi isolati. Di certo, in alcune carceri statali è consentito l’accesso agli operatori delle Nazione Unite e alle ONG, che offrono assistenza ai detenuti che presentano particolari necessità mediche e psicologiche. In quelle illegali, invece, ogni accesso esterno è tassativamente vietato. Tuttavia è sbagliato pensare che nelle carceri legali le condizioni di prigionia siano migliori rispetto a quelle dei centri clandestini. Ne è un esempio il carcere di Ben Walid, a sud di Tripoli. L’ONU, infatti, lo descrive come uno dei peggiori del Paese, come dimostrato dal fatto che nell’ospedale locale si registrano almeno 30 morti al giorno riconducibili anche alle violenze perpetrate nel Detention Center. Tra i detenuti vi sono donne incinte e minori non accompagnati. Ma anche rifugiati e richiedenti asilo registrati dall’UNHCR.

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Fig. 2 – L’interno del carcere di Zawiya

3. TRA ABUSI , VIOLENZA DI GENERE E INDIFFERENZA

I rapporti stilati dall’UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya), hanno confermato che le più esposte alle violazioni e ai soprusi restano ovviamente le donne. Nel carcere di Matiga, ad esempio, vi è una popolazione mista, fatta di prigioniere libiche e straniere. Tuttavia è molto complesso riuscire a stabilire l’esatto numero delle recluse, proprio a causa della scarsa collaborazione delle Autorità governative. Tra le straniere, UNSMIL ha dato per certa la presenza di donne subsahariane e tunisine, ma persino di una detenuta russa. In molti casi le prigioniere non hanno un interprete e non beneficiano nemmeno di un sostegno psicologico. Recentemente sono stati attestati anche diversi casi di HIV e numerosi tentativi di suicidio. Nel 2017 l’ONU ha inoltre riferito l’assalto al carcere da parte di un gruppo armato che ha abusato di alcune prigioniere dopo averle deportate in un’altra struttura clandestina. Altrettanto drammatica è la situazione nel carcere di Judaidah. Qui vi sono circa 15 donne provenienti da Nigeria, Ciad, Niger ed Etiopia. In questa prigione non sono ammesse visite esterne e solo in alcuni casi sono forniti i prodotti igienici. Questo destino è purtroppo condiviso da tanti stranieri che hanno cercato – senza successo – di raggiungere l’Europa. Infatti, dei circa 13.200 migranti intercettati in mare nel 2018 e riportati a riva dalla Guardia Costiera libica, tra i 4mila e i 6mila sono finiti nei Detention Centers gestiti dal Governo. Molti altri (la maggioranza), sono invece finiti nelle prigioni clandestine gestite da trafficanti e milizie locali. I Governi europei che hanno respinto troppo frettolosamente centinaia di disperati verso la Libia sono, per forze di cose, complici di queste efferatezze. E, forse, il drammatico vissuto di queste persone resterà per sempre come monito alla coscienza di chi ha preso tali scelte.  

Alessandro Paglialunga

Alessandro Paglialunga

Nato in una serena notte di dicembre sotto il glorioso segno del Sagittario, trascorro una felice adolescenza tra vigneti, uliveti e scampagnate in barca con gli amici. Poi, desideroso di approfondire la mia passione per i “mediterranei”, mi laureo in Lingue e Civiltà Orientali, studio l’arabo, mi godo il sole della Costa Azzurra e mi specializzo in Relazioni Internazionali e Protezioni dei Diritti Umani presso la SIOI, la Società italiana per l’Organizzazione Internazionale.  Oggi lavoro come cooperante e mi occupo di migrazioni e diritti umani, con un occhio di riguardo sul mondo arabo e l’Africa francofona.
Schiavo dei viaggi e nostalgico dei tempi perduti, cerco la mia pace nella profondità degli abissi marini, non disdegnando l’aroma di un sigaro, qualche bel libro, e ovviamente… una  tazza di buon caffè.