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In 3 sorsi – Dopo più di un anno di trattative, USA, Canada e Messico hanno trovato un accordo per il NAFTA 2.0. Washington si è mossa da protagonista nei negoziati e ha ottenuto alcuni vantaggi tangibili, anche se non mancano i punti di domanda.

1. IL NAFTA 2.0, VANTAGGI PER LE MIDTERM?

Il primo ottobre Stati Uniti, Canada e Messico hanno trovato l’accordo per un nuovo trattato commerciale che riforma il NAFTA, il cosiddetto USMCA. Le trattative sono state lunghe e ardue, com’è inevitabile quando si parla di accordi commerciali che coinvolgono così tanti ambiti e interessi. In breve, l’USMCA rende più strette le regole d’origine riguardanti le auto, per incentivare l’uso di componenti nordamericani. Inoltre, i salari del settore dovranno essere almeno di 16 dollari l’ora, al fine di rendere meno conveniente per le imprese delocalizzare in Messico. Viene poi facilitata l’imposizione di misure protezionistiche per ragioni di sicurezza nazionale (proprio su questa base gli USA avevano imposto i dazi recenti). Altre disposizioni modernizzano le regole riguardanti la proprietà intellettuale e il commercio digitale, temi significativi per Washington. In aggiunta, il Canada dovrà ridurre le misure di sostegno (sussidi e dazi) al suo settore caseario, aprendosi dunque maggiormente all’importazione di prodotti dal suo vicino meridionale.
Il nuovo accordo contiene alcuni chiari miglioramenti per gli Stati Uniti, dato che l’Amministrazione Trump ha ottenuto modifiche su punti da sempre considerati sensibili, e sui quali è riuscita a focalizzare i negoziati. Non a caso sembra che i funzionari statunitensi lo considerino già come un modello per patti commerciali futuri. Un maggiore accesso al mercato canadese per i prodotti caseari statunitensi significa per il Presidente accontentare quell’elettorato rurale che lo ha sempre supportato. Le nuove disposizioni riguardanti l’industria dell’auto gli permettono di dare forza alla retorica di tutela del made in USA e dei posti di lavoro nazionali. La Grain Belt e la Rust Belt sono elettorati preziosi per Trump, tanto più perché appena colpiti dai dazi cinesi nelle schermaglie della guerra commerciale. Naturalmente, l’Amministrazione contava di ottenere risultati tangibili anche in vista delle imminenti midterm, sia per risollevare la popolarità del Partito Repubblicano, sia per mettere l’accordo al riparo dai probabili cambi di maggioranza al Congresso. Tuttavia la firma avverrà solo dopo le elezioni, anche per la contrarietà di Canada e Messico a firmare mentre i dazi statunitensi sono in vigore − soprattutto, poi, il Campidoglio non voterà per la ratifica prima del 2019.
Ad ogni modo, i vantaggi del nuovo accordo si possono anche dedurre dal modo in cui le trattative si sono svolte, con gli USA che hanno agito da protagonisti e hanno fatto valere il loro peso determinante, in quanto mercato fondamentale sia per le importazioni che per le esportazioni per Messico e Canada. Tra i momenti chiave dei negoziati ci sono stati i famosi dazi su acciaio e alluminio, che avevano proprio il fine di forzare i due partner a scendere a compromessi, e il G7 in Quebec, con le tensioni fra Trump e Trudeau. Il 27 agosto, USA e Messico avevano trovato un accordo preliminare che già conteneva alcune delle disposizioni chiave che sono ora nell’USMCA. Il Canada rimaneva dunque isolato ed è poi rientrato nei negoziati in una posizione di debolezza, sotto l’ulteriore minaccia di Trump di tariffe sulle auto canadesi in caso di mancato accordo.

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Fig. 1 – Il presidente Trump annuncia il trovato accordo per l’USMCA

2. QUALI CRITICITÀ?

I punti critici però non mancano. Per i produttori di auto le nuove regolamentazioni rischiano di tradursi in maggiori costi e minore competitività. L’Economist afferma appunto che i vantaggi sui prodotti caseari rischiano di essere ben minori rispetto agli svantaggi che l’industria automobilistica potrebbe subire: 11 miliardi di dollari spesi dai canadesi nei prodotti caseari rispetto ai 498 spesi dagli statunitensi in auto, nel 2017. Inoltre, lo sforzo negoziale è giudicato come non necessario, dato che il TPP, che Washington aveva abbandonato, era vantaggioso sul piano dell’industria digitale e dei servizi finanziari (settori rilevanti per gli USA), senza essere svantaggioso per il settore delle auto.
Sicuramente il lato positivo è che, ora che un accordo è stato blindato, il clima economico beneficerà della fine delle incertezze, sebbene queste fossero state sollevate da Washington stessa. Un’altra critica è più sul piano diplomatico: l’atteggiamento pressante che l’Amministrazione ha tenuto può indurre i tradizionali partner commerciali, non solo nordamericani, ma anche europei, a guardare agli USA con ancora più sospetto. Si ha insomma poco da guadagnare, nel lungo periodo, a intimorire gli alleati. Del resto, come abbiamo visto, proprio nel momento decisivo Trump è riuscito direzionare le trattative secondo il suo approccio preferito, ovvero quello bilaterale, in quanto consente agli USA di far valere ancora di più il loro peso.

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Fig. 2 – L’industria dell’auto è stato uno dei settori chiave per le rinegoziazioni del NAFTA

3. LA PARTITA MAGGIORE: LA CINA

Ciò che è soprattutto interessante del nuovo NAFTA è l’articolo 32.10, secondo cui ogni contraente deve notificare agli altri se sta attuando negoziati commerciali con uno Stato che non è economia di mercato e deve rivelare i contenuti di tali negoziati. Il riferimento è sostanzialmente alla Cina e impone di fatto un aut-aut a Canada o Messico: o USA o Cina. Washington avrebbe peraltro il diritto di uscire dall’USMCA nel caso in cui i due partner stringessero un accordo commerciale con Pechino. Washington riesce dunque ad avvicinare a sé ancora di più i due Paesi. Ma soprattutto, per l’Amministrazione Trump la partita del commercio nordamericano è inserita in una partita globale che vede nella Cina l’avversario principale. Tanto più se si considera che gli USA stanno già lavorando con UE e Giappone per definire una posizione comune riguardo Pechino.
Il nuovo patto irrobustisce quindi la posizione di Washington anche nell’ottica della guerra commerciale con Pechino, ma indurre la Cina a sospendere le sue pratiche commerciali irregolari o indebolire la sua posizione commerciale rimane una questione aperta

Antonio Pilati