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AnalisiDopo numerosi rinvii a causa di problemi legati alla sicurezza e al sistema elettorale, il 20 e 21 ottobre si è finalmente votato in Afghanistan per il rinnovo del Parlamento, in un clima segnato da incertezze politiche, accuse di brogli e violenze. Ma le elezioni appaiono inutili senza un accordo con i talebani e i clan tribali.

ALLE URNE TRA TERRORISMO E CORRUZIONE

Da circa tre anni in Afghanistan si era deciso di tenere le elezioni per il Parlamento, ma le numerose dispute politiche e i problemi legati alla registrazione degli elettori avevano bloccato a lungo l’operazione. Alla fine i cittadini afghani (8,8 milioni quelli registrati) sono stati comunque chiamati alle urne per eleggere i 250 membri del Parlamento in vista delle successive elezioni presidenziali del 2019. Dei 250 seggi disponibili, 68 sono riservati alle donne, 10 ai nomadi kuchi e 1 da condividere tra le minoranze dei sikh e degli hindu. Ma i candidati a tali seggi erano almeno 2500, di cui 417 donne. Il voto non è stato analogo in tutto il paese, poiché i sistemi di riconoscimento biometrico non erano disponibili in tutti i seggi. Il loro utilizzo, inoltre, è stato contestato da diversi politici afghani che hanno sollevato preoccupazioni sulla loro affidabilità e sulla possibilità che questi dispositivi potessero minare la legittimità delle elezioni. Nelle precedenti tornate elettorali, infatti, le voci sulla fallibilità dell’inchiostro usato per contrassegnare le dita degli elettori hanno portato a un aumento delle accuse di brogli. Accuse di corruzione e brogli riguardano anche il numero di persone aventi diritto registrate, poichè in alcune province è risultato superiore al numero effettivo di persone realemente residenti. Numerose accuse sono state fatte anche al sistema di voto, poiché ogni cittadino afghano ha la possibilità di votare presso qualsiasi seggio elettorale del paese, con il rischio che lo stesso potesse votare più volte nello stesso giorno in luoghi diversi, alterando i risultati del voto. La corruzione è stata, per tutta la campagna elettorale, tra le più grandi preoccupazioni di queste elezioni parlamentari. Frodi, interferenze e coercizione, molteplici nella tornata elettorale appena conclusa, sono uno strumento largamente in uso nel paese da quando sono state introdotte le elezioni democratiche nel sistema politico afghano. Per convincere i cittadini a non votare o a farlo per un candidato vicino a gruppi talebani, signori della guerra e capi tribali, questi ultimi hanno ricorso spesso all’espediente dell’attentato terroristico o degli assassini mirati di familiari.

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Fig. 1 – Manifesti elettorali di candidati al Parlamento a Kabul.

IL NODO DEI TALEBANI

La problematica legata alla sicurezza è sempre più incombente in Afghanistan, soprattutto nei periodi elettorali, da quando, quattro anni fa, la NATO ha lasciato all’esercito e polizia afghani la responsabilità della sicurezza. Da allora i talebani hanno costantemente riconquistato terreno. A causa del clima di incertezza e delle problematiche legate alla sicurezza interna, il governo di Kabul si è visto quindi costretto a ridurre il numero dei seggi da 7366 a 5100 e a dispiegare in tutto il paese quasi 55 000 uomini delle forze di sicurezza afghane. I talebani hanno, nel periodo pre-elettorale, lanciato numerosi appelli ai cittadini afghani, esortandoli a boicottare le elezioni parlamentari, poiché, a loro avviso, le votazioni sono soltanto un’imposizione delle potenze straniere intervenute in Afghanistan e antitetiche sia all’Islam che alla cultura afghana. Già prima di sabato, i talebani avevano colpito con diversi attentati, uccidendo nove candidati al parlamento. Candidati, raduni elettorali e alti funzionari della sicurezza sono stati presi di mira in attacchi mortali anche da parte di estremisti dello Stato Islamico con attacchi suicidi e sparatorie. Sempre a causa degli attentati le votazioni nella provincia di Kandahar, nel Sud dell’Afghanistan, sono state posticipate di una settimana in seguito all’assassinio del capo della polizia afghana provinciale, il generale Abdul Raziq, una delle figure politiche più potenti del Paese e fermo oppositore dei talebani, considerato un eroe da molti afghani ma responsabile di torture, esecuzioni sommarie e abusi. La Shura talebana di Quetta aveva già deciso di trasformare le elezioni di sabato 20 ottobre in un’occasione per dimostrare la debolezza del governo di Kabul e la forza crescente del gruppo islamista. Così è stato, poiché i talebani hanno colpito con attentati e violenze in 193 seggi elettorali in tutto il paese, causando la morte di 67 persone tra civili e forze di sicurezza e il ferimento di oltre 120. Il caos provocato dalle difficoltà organizzative e dagli attentati dei talebani ha spinto il governo a prolungare le attività elettorali anche a domenica 21 ottobre. I risultati preliminari dovrebbero essere comunicati il 10 novembre. Qualunque sia, in ogni caso, il risultato delle elezioni parlamentari, appare chiaro che il futuro del paese dipende più che dalle scelte dei futuri deputati, dalla volontà degli attori internazionali che si confrontano in Afghanistan e da un eventuale compromesso con i talebani e i maggiori clan tribali.

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Fig. 2 – Forze di sicurezza afghane dopo un attentato all’abitazione di un candidato nella provincia di Helmand, 17 ottobre 2018

A CHI CONVIENE LA PACE?

Per risolvere gran parte dei problemi del Paese, appare fondamentale la risoluzione del problema talebano. Il Governo di Kabul, a tratti paralizzato e diviso, fatica a imporre la propria autorità su gran parte del paese. Circa i due terzi è infatti in mano ai talebani, agli uomini dello Stato Islamico e a clan tribali e signori della guerra. Essi hanno vita facile nelle aree rurali e nelle regioni montagnose ove l’autorità governativa è in pratica assente. Per facilitare il raggiungimento di un compromesso con le Shure talebane meno estremiste, gli USA hanno ucciso con attacchi droni mirati alcuni dei leader talebani più intransigenti. Le maggiori speranze di accordo da parte USA e delle autorità afghane sono riposte nel figlio del mullah Omar, il mullah Iaqoub, e nel leader talebano Haibatullah Akhundzada, più inclini a una pacificazione del Paese. Ma il processo negoziale di Kabul, sponsorizzato dagli USA e sostenuto dalla Cina, procede a rilento a causa d’intromissioni di attori esterni e delle divisioni interne al movimento talebano. L’Iran, ad esempio, finanzia alcune Shure talebane per ostacolare gli interessi USA nel paese. La Russia finanzia i talebani per intaccare l’unilateralismo americano. India e Pakistan a loro volta finanziano i talebani per propri interessi geostrategici e militari. Infine, molte Shure talebane sono in disaccordo tra loro. Solo le Shureche fanno riferimento ad Akhundzada sono propense a un accordo tra le parti; quelle più integraliste, invece, che fanno riferimento al clan Haqqani, il più potente clan tribale afghano, intendono proseguire la lotta finché le forze di occupazione straniere non lasceranno l’Afghanistan. Esse temono inoltre che la pace metta fine agli enormi guadagni economici ottenuti dalle diverse attività illecite da loro condotte, traffico di oppio in primis. In tale contesto prospera anche la violenza dello Stato Islamico del Khorasan che è in costante crescita grazie ai molti reduci jihadisti fuggiti dai fronti siriani e iracheni. L’Afghanistan, in questi anni,non è riuscito a costruire un’economia alternativa alla guerra e alla droga, anche a causa degli interessi di contrastanti di diversi attori internazionali attratti dalle risorse minerarie e dalla posizione geostrategica del Paese. In questo contesto, nonostante il sostegno politico e diplomatico internazionale alle elezioni parlamentari, si corre il rischio di non riuscire a stabilizzare il paese e aprire la strada a una definitiva e pacifica transizione verso la democrazia. La speranza per un futuro di pace passa perciò inevitabilmente da un accordo con i talebani e con i clan tribali, sostenuto da tutti gli attori coinvolti nella crisi afghana.

                                                                                                  Daniele Garofalo

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Daniele Garofalo

Sono nato a Salerno nel 1988. La storia, la geografia, la politica e i viaggi, sono da sempre le mie grandi passioni. Dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Scienza Storiche presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi in Storia delle Dottrine Politiche nel 2016,  mi specializzo nel 2017 in Geopolitica e Relazioni Internazionali con il corso di formazione del “Centro Studi Geopolitica.info” di Roma, patrocinato dal  CEMAS, la Società Geografica Italiana e il Link Lab della Link Campus University.  Sono ricercatore e analista indipendente di Geopolitica, Relazioni Internazionali e storia contemporanea. Collaboro con il “Centro Studi Geopolitica.info”, il Quotidiano online indipendente di Geopolitica e Politica estera “Notizie Geopolitiche.net” e da maggio 2018 collaboro con il Desk Asia del Caffè Geopolitico. Da gennaio 2019 per il Caffè Geopolitico mi occupo della rubrica miscela dark “Gli Occhi nel Jihad”. Ho collaborato con l’ASRIE, l’“Association of Studies, Research and Internationalization in Eurasia and Africa” alla rivista digitale Geopolitical Report Vol.3 “Geopolitics of Eurasia: international relations, security issues, and economic projects”, con un analisi dal titolo “Belucistan, tensioni e guerre in una regione strategica” e al Geopolitical Report Vol. 4 “Mediterranean Sea: Current Trends and Challenges” con un’analisi dal titolo “La questione Tuareg”. Mi occupo principalmente della ricerca, studio e analisi dell’area mediorientale e nordafricana, dell’Asia Centromeridionale e del terrorismo islamista.