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Miscela Strategica – Golfo Persico o Arabico? Contraddizioni politiche e asimmetria in un’area geografica globalmente fondamentale. L’incremento delle spese militari e l’intervento dei maggiori soggetti politici porta a puntare l’attenzione verso un focolaio di instabilità.

UN DIFFICILE CONTESTO

Il Golfo Persico, o Arabico a seconda dei punti di vista geopolitici, vede al suo interno la presenza di numerosi Stati che contribuiscono a destabilizzare vaste aree geografiche, MENA compresa. Per ciascun attore geopolitico, primi tra tutti Arabia Saudita e Iran, la posizione geografica nel Golfo può favorire sia un’affermazione egemonica a largo spettro in un settore che interessa i Mari Rosso ed Arabico, i passaggi obbligati che, fino al Mediterraneo, permettono il transito di risorse gasiere e petrolifere, sia condizionare localmente i delicati equilibri regionali.
Il pivot to Asia obamiano, votato a uno sganciamento degli Stati Uniti dall’area, unito all’impossibilità di innescare un processo di stabilizzazione che ne mitigasse l’impatto, ha infranto il diaframma che separava Iran ed Arabia Saudita, ha facilitato l’accesso di un nuovo attore, la Cina, interessata alla tranquillità della rotta che congiunge Malacca con lo Stretto di Hormuz, e il ritorno di un altro, la Russia, vincolata a Tartus, suo fondamentale punto di appoggio nel Mediterraneo e porta di ingresso (via Siria) al Medio Oriente.
Accanto agli attori principali interagisce un sistema di satelliti. L’Iran lega a sé l’asse Beirut-Damasco-Baghdad con tutte le cointeressenze sciite del Golfo; l’Arabia Saudita porta invece gli appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), più la pragmatica intesa con Israele, assertore della dottrina dell’attacco preventivo e solidale nel contenimento dell’arco di influenza sciita che si estende ora fino alle soglie delle alture del Golan.

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Fig. 1 – La geografia dei luoghi aiuta a capire l’impatto delle caratteristiche morfologiche del territorio sulla politica

LA POLITICA DI POTENZA

L’Iran punta al contenimento di qualsiasi intervento esterno, portato sia dalle potenze d’area, sia da attori globali, come gli USA, dispiegando armi balistiche utili alla creazione di una costante instabilità. L’Arabia Saudita percepisce la postura strategica iraniana, e assume posizioni più assertive rispetto al passato, mirate a condurre il Paese verso la sua Vision 2030, il progetto di Mohammed Bin Salman che vuole l’Arabia proiettata verso il futuro con connotazioni diversificate rispetto all’attuale dipendenza dalla rendita petroliferaLa mancata realizzazione della Vision significherebbe un collasso saudita che favorirebbe un rafforzamento dell’influenza iraniana: il conflitto tra sciiti e sunniti, in ambito regionale conoscerebbe una nuova evoluzione, non priva di conseguenze. L’indebolimento dell’Arabia Saudita porterebbe a un rafforzamento iraniano specialmente nel Bahrein, ma provocherebbe, comunque, una forte instabilità dovuta al rischio ingenerato alla sicurezza delle vie marittime e commerciali, con uno scompenso sul mercato petrolifero, ancorché a vantaggio iraniano. Per questo i quadri economici di riferimento sono variabili: le pianificazioni strategiche devono fare i conti sia con le risorse finanziarie a disposizione, sia con i rischi connessi a una possibile escalation che veda un coinvolgimento del potere marittimo americano.
Per esempio, oggi la forza missilistica iraniana è destinata alla funzione di extrema ratio in caso di attacco, tenuto conto della scarsa operatività dell’Aeronautica, superata in numero e potenza dai sistemi d’arma dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati. In sintesi, la capacità di proiezione iraniana in termini convenzionali è limitata, e costringe la Repubblica Islamica a una postura che, per garantire profondità strategica, e alla luce del dissenso interno circa le spese belliche, obbliga al ricorso a Hezbollah – sempre più autonomo – sia in Libano che in Siria. I timori sauditi che la politica iraniana porti instabilità alla luce del sostegno fornito alle milizie sciite degli Houthi in Yemen, sono fondati. Ma se l’Iran piange, l’Arabia Saudita non può ridere. Il CCG, in orbita Saudita, non riesce a esprimere una linea di condotta politica uniforme, prova ne sia il caso Qatar. L’embargo ancora in atto non ha fiaccato l’Emirato, peraltro interessato alle vicende libiche e deciso nel non cedere ai diktat sauditi, ma ha anzi visto sia l’arrivo di aiuti da Iran e Turchia (valutato dall’Arabia Saudita come una minaccia strategica), sia decise e concrete iniziative volte a rinforzare gli stock di armamenti high tech, aspetto questo comune a EAU, Bahrein e Oman. La carenza di una strategia comune vanifica le iniziative intraprese che, seppur di valore, presentano una troppo diffusa frammentazione quando poste di fronte a una minaccia portata da un fronte organizzato quale quello iraniano. Per esempio la richiesta di asilo in Qatar del principe Al Sharqi, secondo figlio dell’Emiro di Fujairah, avvenimento senza precedenti nella storia del CCG, si presta bene a mostrare la frattura interna agli Emirati.

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Fig. 2 – Una riunione di alto livello del CCG

LA POSTURA NAVALE IRANIANA

In ambito navale l’Iran ha dovuto optare per posizioni difensive e asimmetriche: la strategia iraniana “del debole”, attagliata alla tradizione sciita, punta allo stallo e all’usura dell’avversario con mezzi non convenzionali, grazie a due distinte Forze Navali, l’IRIN tradizionale (ma obsoleta) con corvette e unità lanciamissili, e l’altra basata su mezzi sottili, la Marina delle Guardie Rivoluzionarie, votata alle azioni di guerriglia e alla interdizione grazie alla guerra di mine (di basso costo e di forte impatto), all’uso di missili anti-nave, sottomarini midget adatti ai bassi fondali (e che hanno sollecitato l’approvvigionamento di capacità antisom da parte opposta), un network di postazioni mobili costiere armate con missili antinave cinesi C-801/C-802 con una gittata di oltre 100 chilometri. Se l’IRIN è stata destinata alla realizzazione della minaccia dissuasiva di una fleet in being, la Marina Rivoluzionaria è stata destinata ad azioni hit and run volte a garantire capacità di anti access/area denial, con l’adozione di tattiche a sciame disperso, condotte da forze mobili e leggere in grado di sviluppare una significativa potenza di fuoco e in grado di attaccare da più punti per poi disperdersi rapidamente.
La mancanza di una valida strategia di sicurezza da parte del CCG favorisce la politica navale iraniana, propensa ad agevolare accordi bilaterali, come nel caso del Qatar, con cui condivide il giacimento di gas North Dome/South Pars. Lo stallo politico del CCG, è dunque aggravato dalle differenti posture che i Paesi mantengono con l’Iran, ma anche dalla mal tollerata primazia saudita, unitamente ai vari contenziosi territoriali che hanno spesso caratterizzato i rapporti all’interno del Congresso. Da questa prospettiva appaiono quindi abbastanza improbabili sia una politica securitaria, sia una strategia marittima comuni. Per quanto concerne la spesa militare dei singoli Paesi d’area, in aumento secondo i dati SIPRI, vi è da rimarcare come quest’ultima abbia superato quella iraniana, e vi è da sottolineare come ci sia stata una particolare cura nello sviluppo di pattugliatori costieri, di unità per il dragaggio e di capacità antimissile, con un’attenzione marcata alla difesa dei confini e un ipotizzabile ricorso alla US Navy in caso di allargamento del conflitto.

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Fig. 3 – Barchini dell’IRGCN in evoluzione nelle acque iraniane

LA POSIZIONE STATUNITENSE

La strategia iraniana tesa a frammentare il fronte del CCG contribuisce a rendere difficoltoso, per gli USA, l’effettivo controllo del Golfo Persico e di quello di Oman, e il contrasto di concrete azioni balistiche di ritorsione verso i Paesi che ospitano basi americane (V Flotta a Manama in Bahrein, aerea ad Al Udeid in Qatar, sistemi antibalistici THAAD e Patriot PAC-3 schierati in Arabia Saudita, EAU e Kuwait, radar in banda X AN-TPY-2 in Qatar). Ma è sugli Stretti di Hormuz e di Bab el Mandeb, vie marittime d’importanza fondamentale per l’economia mondiale, che si gioca la partita più importante: tentativi di chiusura, operativamente possibile, e di attacco, come avvenuto in giugno da parte Houthi a danno di due petroliere saudite, costringerebbero gli statunitensi sia all’intervento, sia a fronteggiare la minaccia portata da sistemi missilistici a breve raggio (SRBM) e a gittata intermedia (MRBM), gli Shahab ed i Sajil a combustibile solido, capaci di colpire i Paesi del Golfo. È dunque importante per gli Stati Uniti tarare l’effettivo potenziale navale iraniano in funzione delle tattiche impiegabili, unitamente alle capacità di reazione delle Marine locali, oggetto di forti ammodernamenti e potenziamenti.
Se il Qatar sta rinforzando la sua capacità bellica al fine di  migliorare la sicurezza interna grazie alle 17 motovedette commissionate ai cantieri navali turchi Ares, alla rete di sorveglianza basata sui radar Kronos forniti dall’italiana Selex, alla realizzazione di un apparato di intercettazione delle comunicazioni, senza contare i 22 elicotteri NH90, gli EAU non sono stati da meno, tanto da riuscire a guadagnarsi da parte americana l’appellativo di piccola Sparta. Gli avvenimenti bellici in corso in Yemen ne hanno certificato il possesso di validi equipaggiamenti, ma soprattutto l’acquisizione di preparazione e visione strategica invece carenti da parte saudita, tanto da rendere le forze emiratine come le più affidabili in chiave pro-occidentale, anche in funzione dell’immissione in servizio di nuove Unità Navali. Data la posizione strategica di Abu Dhabi all’ingresso del Golfo Persico, lo sceicco Bin Zayed, militarmente preparato nel Regno Unito, ha intessuto un network che racchiude il Grande Medio Oriente, con al centro la base aerea USA di Al Dhafra, da cui partono i C17 e i C130 con i rifornimenti per le truppe in Afghanistan, ha inquadrato il conflitto yemenita in un ambito più esteso che prevede il controllo delle vie marittime tra Asia ed Europa, ha aperto una base in Somaliland, punto strategico del Corno d’Africa, e ha fornito supporto elicotteristico al maresciallo Haftar in Libia.

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Fig. 4 – Cacciatorpediniere (DDG) classe Arleight Burke in ingresso a Manama

CONCLUSIONI

Il mare, come sempre, tiene banco: interessi economici e proiezioni di potenza rendono l’area quanto mai instabile, e il riarmo, in particolare quello navale, dà la percezione dell’importanza attribuita alle dinamiche regionali. L’acquisizione da parte di più Paesi di mezzi che permettano sia il controllo del traffico mercantile, sia il contrasto ad azioni navali che sfruttino tattiche asimmetriche, si affianca alla mancanza di coesione e di una linea strategica unitaria tra gli Stati, con possibili sviluppi geopolitici da non trascurare.
La mancata finalizzazione del JCPOA, se da un lato potrebbe indurre a chiudere per rappresaglia Hormuz, dall’altro causerebbe un danno allo stesso Iran, mai così bisognoso di tenere aperte le vie marittime. L’Arabia Saudita, convinta della necessità di una potenza esterna che funga da deterrente per l’Iran, è riuscita a rispostare, sia pure parzialmente, l’interesse americano, alla luce sia della sua ricerca di nuove alleanze tattiche, in particolare verso la Russia, sia della rival politik del Qatar, necessario, ma troppo vicino a quell’Islam politico avversato dagli USA, e ondivago nel trattare l’acquisto del sistema russo S400, aspirando nel contempo a unirsi alla NATO. Navi dunque come sistemi d’arma, ma anche quali mezzi utili sia a dissuadere dall’intraprendere iniziative espansionistiche, sia per cementare alleanze quanto mai necessarie in un’area politicamente così contraddittoria.

Gino Lanzara