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A meno di tre mesi dall’apertura della ventiquattresima Conferenza della Parti (COP24) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) prevista a Katowice in Polonia a inizio dicembre, sono ancora molti i punti in sospeso per arrivare a un’intesa che permetterà di rilanciare gli impegni presi a Parigi nel 2015 e di stabilire le regole per la realizzazione dell’Accordo.

VERSO LA COP24

Nonostante i numerosi incontri preparatori e i pre-negoziati che si sono tenuti negli ultimi mesi, i delegati hanno ancora molto lavoro per riuscire a fare della COP24 un evento storico nella la lotta contro i cambiamenti climatici e la protezione dell’ambiente, sulla scia della COP21 di Parigi. Proprio a causa dei nodi da sciogliere, duranti i pre-negoziati semestrali di Bonn a maggio si era scelto di organizzare delle sessioni straordinarie a settembre a Bangkok e nella capitale thailandese era stato deciso di allungare di un giorno l’incontro in Polonia. Le delegazioni, dunque, sembrano essere a caccia di tempo in più per siglare un nuovo patto all’altezza della sfida.

LA POSTA IN GIOCO IN POLONIA

Con l’Accordo di Parigi, 197 Stati si sono impegnati ad agire per mantenere l’aumento della temperatura media globale tra i livelli preindustriali (1850) e il 2100 ben al di sotto di 2 °C, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Formalizzando una visione comune della gravità e dell’urgenza del riscaldamento globale e della necessità di fronteggiarla in maniera congiunta, l’Accordo ha posto le basi e i principi di questa cooperazione universale: ogni Paese si è impegnato a ridurre le proprie emissioni di gas a effetto serra, a comunicare i propri obiettivi e i risultati raggiunti. Inoltre, i Paesi più sviluppati si sono incaricati di fornire i finanziamenti per sostenere la transizione dei Paesi in via di sviluppo. Le parole chiave dunque sono volontarismo, trasparenza e controllo, e cooperazione. Alla COP24, questi principi dovranno essere tradotti in regole di diritto internazionale che permetteranno di strutturare la realizzazione dell’Accordo. Gli Stati, infatti, si erano dati fino alla fine del 2018, per finalizzare regole chiare e solide. La posta in gioco in Polonia è dunque molto alta.

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Fig. 1 – Assemblea Generale delle Nazioni Unite, New York

LE LINEE GUIDA

Nonostante i progressi importanti raggiunti durante i pre-negoziati, alcuni elementi restano in sospeso. In particolare sono due le questioni chiave per la riaffermazione dello “spirito” dell’Accordo. La prima riguarda i metodi e le regole di rendicontazione sulle azioni intraprese e i livelli delle emissioni, e il grado di flessibilità sul reporting accordato ai Paesi in via di sviluppo. Secondo l’Accordo, ogni Stato dichiara liberamente la propria ambizione in termini di riduzione delle emissioni e di supporto, ma questi impegni devono poter essere monitorati dalle altre parti grazie a delle regole condivise. C’è dunque necessità di un equilibrio tra ciò che deve includere questi rapporti, la flessibilità accordata e i criteri che permettono a uno Stato di averne diritto, il tutto con il risultato di ridurre le emissioni di gas a effetto serra nette a livello globale. Come garantire attraverso elementi giuridicamente vincolanti l’adempimento di impegni nazionali volontari e la fiducia reciproca?

I FINANZIAMENTI

Il secondo elemento ancora in sospeso riguarda i finanziamenti alla transizione e le regole per contabilizzare i contributi ai Paesi in via di sviluppo. Sin dal 2010, i Paesi più sviluppati si sono impegnati a rendere disponibili congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, esteso al 2025 dopo l’Accordo di Parigi. Quest’obiettivo è lontano dall’essere raggiunto, con il Fondo Verde per il Clima (strumento chiave creato per canalizzare parte di questi fondi) al quale gli Stati si erano impegnati a contribuire per un totale di 10,3 miliardi e che ne ha per ora stanziati solo 3,5 a 74 progetti, e con le incertezze legate all’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo e la drastica riduzione dei loro finanziamenti.
Oltre all’urgenza di aumentare le risorse, degli standard comuni per dichiarare e calcolare questi contributi sono necessari per tutelare la trasparenza e garantire la prevedibilità e la continuità dei fondi. Elementi chiave questi ultimi per permettere ai Paesi in via di sviluppo di realizzare progetti ambiziosi e strutturali che permettano loro di continuare a crescere senza essere frenati dall’obbligo di contenere le emissioni e di rendere più resilienti le rispettive popolazioni. Dei migliori risultati nella riduzione delle emissioni e delle ambizioni climatiche più grandi non possono che passare per finanziamenti importanti e garantiti, e un sistema di criteri chiari e robusti per contabilizzare queste risorse.

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Fig. 2 – Manifestazione Rise for Climate, l’8 settembre a Londra

I CONTRIBUTI NAZIONALI VOLONTARI

Altra posta in gioco alla COP24 sono proprio le ambizioni degli Stati. In quest’occasione si arriverà alla conclusione di un processo di analisi e valutazione degli impegni presi e di elaborazione di possibili soluzioni che permettano di accelerare la transizione. Secondo numerose analisi, se i contributi nazionali volontari degli Stati rimangono invariati, il riscaldamento della temperatura nel 2100 sarà superiore a 3 °C. Durante la COP23 dello scorso anno, gli Stati hanno riconosciuto l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi di Parigi e hanno lanciato il Dialogo di Talanoa, un tavolo di lavoro volto proprio a rendere più rapida la revisione degli impegni. Grande attesa, dunque, per una revisione dei contributi volontari.

I RISULTATI DI BANGKOK E LE PROSSIME TAPPE

Ritrovatisi a Bangkok a inizio settembre, i delegati hanno scelto di entrare rapidamente nel vivo del soggetto, rinunciando a leggere le loro dichiarazioni ufficiali per cominciare subito le discussioni. Se da una parte questa sessione straordinaria e la decisione di allungare di un giorno l’incontro in Polonia hanno nuovamente sottolineato i ritardi e il lavoro che resta da fare, non si può negare l’impegno e la volontà collettiva di raggiungere un’intesa. Un nuovo documento che dovrebbe accelerarne la finalizzazione è atteso per metà ottobre. I principali gruppi di lavoro, infatti, hanno convenuto di riflettere su un testo che presenti i risultati raggiunti e includa delle proposizioni precise. Un aumento degli sforzi degli addetti ai lavori dunque, che sarà accompagnato da numerosi eventi internazionali, i quali, continuando a suonare l’allarme, potrebbero permettere di rafforzare le ambizioni dell’Accordo. Già a settembre, la mobilitazione “dal basso” si è fatta sentire, con manifestazioni organizzate in molte città al motto «Rise for Climate» l’8 settembre e con l’appuntamento del Global Climate Action Summit a San Francisco tra il 12 e il 14 settembre. Oltre a ribadire il distacco tra la politica climatica dell’Amministrazione Trump e il posizionamento di molti attori istituzionali e non istituzionali statunitensi, questo evento ospitato dal governatore della California Jerry Brown ha permesso di dare visibilità alle iniziative di rappresentanti locali, imprese e organizzazioni per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Lo stesso Brown in concomitanza con questo incontro ha annunciato il progetto di rendere l’economia dello Stato completamente “carbon neutral” entro il 2045. Facendo eco al Summit, si è tenuta a margine della 73esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Climate Week NYC, ulteriore occasione per continuare a fare delle questioni climatiche una priorità. I prossimi mesi verso Katowice saranno quindi intensi per le sorti dell’Accordo.

Valentina Origoni

 

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