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In 3 sorsiNei primi mesi del 2017 Kim Jong-un era il nemico pubblico numero uno dell’Amministrazione Trump e il rischio di una guerra nucleare appariva concreto. Oggi però le cose sembrano diverse rispetto ad allora.

1. DALLE MINACCE ALLA DISTENSIONE

Poche settimane fa Kim Jong-un posava sul monte Paektu insieme al presidente sudcoreano Moon Jae-in, parlando di riappacificazione tra le due Coree e di denuclearizzazione della Penisola. Appena tre mesi prima, sempre Kim Jong-un incontrava il presidente statunitense Donald Trump a Singapore per un summit amichevole e promettente, dopo numerose settimane caratterizzate da insulti e minacce di ogni tipo da parte di entrambi i leader.
Diversi eventi hanno caratterizzato questa svolta inaspettata e sembrano rilevare un significativo cambio di rotta della politica estera nordcoreana.

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Fig. 1 – Kim Jong-un e Moon Jae-in sul monte Paektu

2. UN NUOVO CORSO DELLA POLITICA NORDCOREANA?

Tra questi eventi, rivestono particolare importanza le celebrazioni dello scorso 9 settembre per il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, che si sono svolte con modalità assai differenti rispetto al passato.
In tale data, ogni anno, la Corea del Nord celebra pomposamente la fondazione del Paese e onora la memoria del Presidente Eterno Kim Il-sung. Tradizionalmente l’evento festivo è caratterizzato da una grande parata militare che si svolge nel cuore della capitale Pyongyang. I festeggiamenti del 9 settembre sono infatti sempre stati utilizzati dal regime dei Kim per mostrare al mondo l’imponenza del proprio apparato bellico missilistico e convenzionale. In passato la data in oggetto ha costituito anche la ragione per il lancio di nuovi missili balistici nel Mar del Giappone.
Tuttavia quest’anno, durante la consueta sfilata di soldati e artiglieria pesante, il regime ha evitato di esporre i missili balistici intercontinentali di recente costruzione, che sono stati alla base delle ultime sanzioni ONU contro Pyongyang. Inoltre, una buona parte della festa nazionale è stata dedicata a illustrare nuovi progetti di sviluppo economico e sociale.
Se si considera che fino a oggi gli esponenti della famiglia Kim hanno sempre usato le celebrazioni per esaltare le proprie capacità militari, ignorando ogni altro aspetto della vita del Paese, il cambio di rotta rispetto al passato non potrebbe essere più evidente.
La dirigenza nordcoreana vuole probabilmente comunicare un’immagine meno bellicosa, rafforzando le promesse fatte a Washington e Seul di una nuova stagione di pace contrassegnata dalla denuclearizzazione. Quasi a conferma di queste impressioni, Kim Yong-Nam, capo del Parlamento, ha tenuto un discorso pacifico e incentrato esclusivamente sugli obiettivi economici del Paese.

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Fig. 2 – Kim Jong-un e Donald Trump durante il summit di Singapore

3. I POSSIBILI SCENARI FUTURI 

I maggiori esperti di politica internazionale sono divisi sull’apparente cambio di politica estera della Corea del Nord. Alcuni ritengono che il regime nordcoreano, ormai raggiunta l’agognata deterrenza nucleare, voglia seriamente collaborare con la Corea del Sud e gli Stati Uniti per una distensione duratura, così da ottenere la rimozione delle sanzioni che impoveriscono la sua economia e aumentano il malcontento tra la popolazione. Altri, invece, sottolineano l’assenza di progressi significativi nel processo di denuclearizzazione del Paese, vera condicio sine qua non posta da Trump per poter iniziare ad allargare le maglie delle sanzioni.
Alla luce degli eventi più recenti, non è semplice predire quale sarà il futuro delle relazioni tra i maggiori attori coinvolti nella crisi nordcoreana. Indubbiamente, sarà necessario che ai proclami di tutte le parti seguano delle aperture concrete e delle azioni che dimostrino un reale intento distensivo.
La Corea del Nord vuole cambiare il proprio volto davanti al mondo, per quanto essa resti una dittatura autocratica priva delle fondamentali libertà politiche e civili. Ciò malgrado, non può che salutarsi positivamente questa nuova ventata di aspirazioni pacifiste in quella che è la penisola più militarizzata del mondo.

Manuel D’Elia

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Manuel D'Elia

Leccese, classe 1990. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi Roma Tre con tesi in diritto internazionale sul principio di autodeterminazione dei popoli, ho conseguito un Master in Studi Diplomatici presso la SIOI di Roma e frequentato la Scuola di Alta Formazione Politica della Fondazione Magna Carta. Appassionato di storia fin dall’infanzia, negli ultimi anni ho sviluppato un profondo interesse verso le relazioni internazionali e la geopolitica. Scrivo principalmente di Asia e Medio Oriente, con un occhio di riguardo alla politica estera dei maggiori attori internazionali del momento: Stati Uniti, Russia e Cina.