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L’Afghanistan è un paese che, dal punto di vista della storia politico-militare, può essere definito a ragione peggio di un incubo. L’impero inglese e quello russo tentarono alternativamente di conquistarlo praticamente per tutto l’800, senza mai riuscirci. Oggi la NATO e gli Stati Uniti devono ripensare alle proprie strategie per evitare che la storia si ripeta.

 

INCUBO RICORRENTE – Nel Grande Gioco morirono intrepidi esploratori e alcuni tra i migliori soldati da entrambe le parti, eppure, per tutti e due gli Imperi, Afghanistan fu sinonimo di un terreno impossibile da conoscere fino in fondo, insidioso per buona parte dell’anno e popolato da guerrieri tra i più brutali ed indomabili. Dopo meno di un secolo dai tentativi imperiali di annessione furono i comunisti sovietici a tentare una nuova invasione: armi migliori, una schiacciante superiorità tecnologica e numerica, un successo che sembrava essere a portata di mano. I russi avevano fatto i conti con tutto, fuorché con gli afghani. Guerrieri talmente coraggiosi e pronti ad immolarsi contro l’invasore che iniziarono la lotta contro i potenti elicotteri Hind dell’esercito sovietico armati solo di fucili che erano in dotazione agli eserciti che combatterono la Prima Guerra Mondiale. Pronti a combattere fino all’ultimo uomo per la jihaad, gli afghani, che furono poi supportati logisticamente e tatticamente dagli Stati Uniti del presidente Reagan e del deputato Democratico Charlie Wilson, si dimostrarono ancora una volta un popolo di soldati indomiti.

 

LA STORIA PASSA DA QUI – Dall’Afghanistan passerà ancora una volta la storia, perché la vittoria a Kabul è il primo obiettivo che la NATO dovrà darsi, secondo il gruppo di esperti riuniti e guidati dall’ex Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright, per poter poi avviare quel processo di rinnovamento che sembra essere sempre più necessario a sessant’anni dalla firma del Patto Atlantico. L’Alleanza dovrà probabilmente essere ripensata in vista di un futuro che appare popolato da troppe incognite. Quello che sarà uno dei possibili percorsi è stato presentato a Bruxelles dalla Albright, che, come detto, ha riunito un gruppo di esperti per tentare di tracciare alcune linee guida, da sottoporre ai premier che dovranno mettere a punto il prossimo concetto strategico, che verrà presentato con buone probabilità al prossimo vertice di Lisbona. Novità fondamentale riguarda la possibile apertura alla Russia, che secondo la Albright dovrà essere qualcosa di più di un partner privilegiato dell’Alleanza Atlantica nei prossimi anni. Ci si aspettava da tempo una proposta di questo tipo, lascia un po’ basiti il fatto che a mettere in agenda la discussione sulla possibilità di legare la Russia alla NATO sia un’ex Segretario di Stato statunitense.

 

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VERSO NUOVI SCENARI – In concreto NATO e Russia potrebbero quindi trovarsi a collaborare per neutralizzare la minaccia iraniana, al contempo l’Alleanza dovrebbe inoltre continuare a proteggere i firmatari del Patto Atlantico dai nuovi nemici sullo scacchiere internazionale. Cercare di far rientrare le frizioni degli ultimi anni tra Mosca e Bruxelles sembra essere quindi il secondo obiettivo che la leadership della NATO dovrà perseguire nel prossimo futuro, anche se al momento il progetto appare di difficile realizzazione. Le relazioni con Mosca non possono certo dirsi idilliache e, al momento, il programma nucleare iraniano non rappresenta una minaccia per la Russia. Teheran sembra invece essere per il Cremlino una possibilità per bloccare, fintanto che sarà possibile, il tentativo della Casa Bianca di ricreare, e al contempo consolidare, la propria sfera d’influenza nel sud ovest asiatico. Altro punto delicato riguarda la difesa missilistica, tema su cui la leadership russa è parsa più volte intransigente. Difficilmente il Cremlino lascerà libertà di discussione o manovra diplomatica su temi delicati come quelli della Difesa e della Sicurezza, sia che le proposte siano condivise, o meno, dall’establishment. La leadership russa sembra soffrire ancora della “fobia dell’accerchiamento” che spinse Stalin ad innalzare quella cortina di ferro che portò alla divisione del mondo in due zone distinte quanto ideologicamente distanti tra loro. Il rapporto consegnato dalla Albright pare quindi essere un tentativo per far sì che i due acerrimi nemici possano lasciarsi definitivamente alle spalle un passato che non è poi così lontano. Sembra ancora prematuro il tempo in cui potremo assistere al completo superamento di paure ataviche, ma non è detto che questo possa trasformarsi nel primo, fondamentale passo, verso un futuro che potrebbe riservarci più di una sorpresa.

 

Simone Comi

redazione@ilcaffegeopolitico.net

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