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In 3 sorsiUna lunghissima campagna elettorale, con continui colpi di scena, sta accompagnando il Brasile alle elezioni presidenziali del 7 ottobre dopo quattro anni di turbolenza politica. Quali sono i candidati principali e i loro rispettivi programmi?

1. ELEZIONI E SISTEMA ELETTORALE 

Il Brasile, dopo la lunga stagione nata con la più grande operazione anticorruzione nella storia del Paese (Lava Jato), che ha portato al processo per impeachment l’ex presidente Dilma Roussef, sostituita da Michel Temer, e che ha decimato la classe politica e imprenditoriale in un periodo di grave recessione economica, si prepara ad affrontare il 7 ottobre le elezioni presidenziali. Il sistema elettorale per quanto riguarda l’elezione del Presidente è basato sul doppio turno. Nel caso probabile – ma le sorprese non sono mai da escludere in Brasile – in cui nessuno dei candidati riuscisse a conquistare la maggioranza assoluta al primo turno, si procederà infatti a un ballottaggio il 28 ottobre tra i due più votati. In concomitanza si voterà per eleggere anche il Congresso Nazionale, che, essendo bicamerale, è formato da Camera (con un mandato di 4 anni) e Senato Federale (con un mandato di 8 anni). Mentre per la prima i deputati vengono scelti in maniera proporzionale su base nazionale, per il Senato Federale l’elezione avviene su base regionale, con ogni Stato federale che elegge tre senatori a prescindere dalla popolazione. Ciò risulta importante anche in considerazione della sempre più notevole polarizzazione geografica del voto.

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Fig. 1 – Jair Bolsonaro, candidato presidenziale per il PSL, saluta i sostenitori il giorno prima dell’attentato subito il 6 settembre a Juiz de Fora, nel Minas Gerais

2. I DUE FAVORITI ALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI

Declinazione brasiliana del populismo di destra, fino a essere definito dall’Economist una minaccia per il Brasile e per tutta l’America Latina, Jair Bolsonaro, leader del Partito social-liberale (PSL), è un capitano dell’esercito in pensione membro del Congresso dal 1991. La sua attuale popolarità, che ne fa il favorito (almeno al primo turno), non è dovuta solamente alla recessione del 2014-2016 e al bisogno di sicurezza in un Paese in cui gli omicidi sono saliti a una media di sette ogni ora, ma anche a un sapiente uso dei social media, sui quali i brasiliani si scagliano contro la corruzione e l’establishment, anche dopo il deplorevole attentato da lui subito nello Stato del Minas Gerais. Figura controversa per numerose uscite verso le donne e la comunità LGBT, dopo aver sposato un’agenda nazionalistica per gran parte della sua carriera, Bolsonaro ha inglobato nel suo conservatorismo caratteri sia di ultraliberismo, auspicando l’indipendenza della Banca Centrale Brasiliana e forti privatizzazioni, sia al contempo di protezionismo contro gli interessi delle potenze estere nel Paese, Cina su tutte. Se da un lato si propone la diminuzione della burocrazia e delle spese per la previdenza sociale, già sforbiciate peraltro dall’Amministrazione Temer, dall’altro si intende riaffermare il ruolo delle Forze Armate, proponendo un militare a capo del Ministero della Difesa e concedendo maggiori risorse al contrasto della criminalità.
Secondo nelle preferenze solo a Bolsonaro, e quindi con buone possibilità in un ipotetico secondo turno, potendo rappresentare tutte le forze ostili all’avversario, Fernando Haddad è invece il candidato sostitutivo del Partito dei lavoratori (PT) al popolare ex presidente Luiz Inacio “Lula” da Silva, il quale è stato dichiarato ineleggibile dal Tribunale supremo elettorale secondo la legge Ficha Limpa, che prevede l’incandidabilità per i condannati in secondo grado. Haddad, sostanzialmente, rappresenta la supplenza per un partito orfano del leader più amato e conosciuto, ma attualmente in carcere, lasciando inalterato un programma che prevede di replicare i successi dei due mandati precedenti, attraverso la lotta alla disoccupazione e alle disuguaglianze, la creazione di linee di credito alle famiglie e investimenti nell’uso di tecnologie e nell’accesso generalizzato a internet, sebbene con una diversa congiuntura economica.

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Fig. 2 – Il candidato del PT Fernando Haddad durante una manifestazione a Rio de Janeiro

3. GLI ALTRI PRINCIPALI CANDIDATI ALLE ELEZIONI 

Tra i cinque candidati principali vi è anche Geraldo Alckmin, rappresentante del Partito brasiliano socialdemocratico. Alckmin è stato negli ultimi 17 anni un buon governatore dello Stato di San Paolo, che da solo rappresenta un terzo dell’economia del Paese. Durante la sua Amministrazione si è ridotto il tasso di omicidi e sono migliorati molti indicatori economici. Emblema del politico competente, almeno in ambito regionale, è lontano dai radicalismi. Alckmin propone la prosecuzione di alcune misure implementate dall’Amministrazione Temer (come la riforma del lavoro), affiancate da un contenimento della spesa pubblica che abbia come obiettivo l’azzeramento del deficit primario entro il 2020.
Ciro Gomes, leader del Partito laburista democratico, ex ministro delle Finanze ed ex Governatore dello Stato di Cearà è invece l’esponente della sinistra brasiliana critica verso le posizioni ritenute troppo centriste del PT, intercettando una larga fetta di elettorato deluso. A posizioni di interventismo economico radicale si legano progetti di riforma nell’ambito dell’anticorruzione e soprattutto della tassazione, aggiustando il carico tributario in senso fortemente progressivo.
Infine, Marina Silva, unica donna tra i tredici candidati ufficiali. Ex senatrice e ministro sotto l’Amministrazione Lula, già candidata due volte alla Presidenza, questa volta è a capo della Rete di Sostenibilità (REDE). All’interno di un’agenda ambientalista, Silva propone migliori investimenti nella sanità pubblica e maggiore attenzione alla contrattazione di lavoro, ma anche l’opposizione ai matrimoni dello stesso sesso, in linea con le posizioni delle chiese evangeliche.

Alessandro Costolino

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