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In 3 sorsi – La grande Marcia del Ritorno e la dura reazione israeliana hanno ricordato che a distanza di 25 anni dagli Accordi di Oslo il bilancio per il popolo palestinese rimane disastroso.

1. LA GRANDE MARCIA DEL RITORNO

Una grande manifestazione, organizzata lo scorso marzo da una vasta rete di attivisti palestinesi e indetta in occasione della Giornata della Terra per ricordare nel 1976 l’esproprio da parte del Governo israeliano delle terre arabe in Galilea, è diventata negli ultimi mesi ulteriore violento terreno di scontro in una regione che non conosce pace. Il 30 marzo, lungo una cinquantina di chilometri sull’arido confine tra Gaza e Israele, oltre che in Cisgiordania e Gerusalemme, ha avuto inizio la Marcia del Ritorno, la manifestazione simbolica che il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha definito come «l’inizio del ritorno di tutti i palestinesi». Ogni venerdì, fino al 15 maggio, per i palestinesi anniversario della “Nakba” e per gli israeliani anniversario della fondazione dello Stato di Israele, almeno 30mila palestinesi hanno manifestato per rivendicare il loro “diritto al ritorno” (affinché i discendenti dei rifugiati privati delle loro case e terre nel 1948 possano finalmente tornare nelle proprietà della loro famiglia, ora territorio d’Israele) e per chiedere l’attuazione della Risoluzione 194 delle Nazioni Unite che stabiliva la possibilità di rientro per quei rifugiati disposti a vivere in pace. La dura reazione di Israele che, da parte sua, ha avvertito di non voler permettere a nessun manifestante di avvicinarsi al confine, ha condotto raid aerei e ha schierato esercito e cecchini con l’ordine di sparare, ha dato il via a una violenta escalation di scontri che già a poche ore dall’inizio della Marcia contava almeno 16 morti e più di 2mila feriti tra i palestinesi. Pur ufficialmente concluse il 15 maggio, manifestazioni legate alla grande Marcia del Ritorno proseguono ancora oggi, portando il bilancio delle vittime a oltre 200 morti e 22 mila feriti tra i palestinesi, inclusi medici e giornalisti secondo i dati riportati dal Ministero della Salute di Gaza e secondo quanto denunciato dalle Organizzazioni internazionali e non governative presenti sul campo.

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Fig. 1 – Scontri al confine tra Israele e la Striscia di Gaza.

2. TREGUA TRA ISRAELE E HAMAS? 

Nel corso di questi ultimi mesi diversi cessate il fuoco, mediati da Nazioni Unite ed Egitto, hanno provato a mettere fine ai continui violenti scontri al confine e l’avvio di negoziati indiretti tra Israele e Hamas, anch’essi mediati dall’Egitto e dall’inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov, ha aperto la strada alla conclusione di un possibile accordo di tregua di lunga durata tra le parti. È di fine settembre l’annuncio da parte di Hamas dello stop ai negoziati, già da tempo bloccati in una fase di stallo. Precondizione israeliana per poter arrivare a una tregua di lungo periodo (almeno 5 anni) con Hamas è lo stop a qualunque manifestazione legata alla Marcia del Ritorno, ma con l’attenzione internazionale progressivamente non rivolta più su Gaza e un allentamento delle proteste quell’iniziale senso di urgenza che ha spinto Israele all’avvio dei negoziati è venuto meno, tanto da proporre una tregua di 1 anno, non più 5, con pressoché nessun rilevante miglioramento per la condizione di Gaza. D’altro canto, da parte palestinese, lo stesso Mahmud Abbas, leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, è stato fin dall’inizio uno dei principali ostacoli al dialogo Israele-Hamas, temendo che una tregua di lungo termine, conclusa al di fuori dell’ombrello dell’OLP, potesse bypassare le misure punitive adottate dal 2017 affinché Hamas ceda il potere su Gaza, perpetuare la divisione palestinese e minacciare i già precari progetti per uno Stato palestinese unito e riconosciuto.

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Fig. 2 – Forze di sicurezza di Hamas ispezionano un sito palestinese colpito da un attacco aereo israeliano, a seguito di un lancio di razzi da Gaza. 

3. A 25 ANNI DAGLI ACCORDI DI OSLO 

Con i negoziati sospesi, quest’anno ricorre il 25° Anniversario degli Accordi di Oslo, la storica stretta di mano tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Yasser Arafat, insieme sul prato della Casa Bianca di fronte al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Le speranze per la pace in Palestina che allora si accesero sono archiviate ormai da molti anni e il fallimento di quel processo di pace è stato ampiamente denunciato: a dispetto di periodici annunci circa possibili accordi, al momento non appaiono esserci prospettive realistiche in vista. Tra i punti critici lo spostamento dell’Ambasciata USA a Gerusalemme, l’aumento di insediamenti israeliani nella West Bank e la continua mancanza di dialogo tra le parti. Le condizioni nella Striscia di Gaza sono da tempo allo stremo, isolata dal blocco terrestre e navale imposto da Israele ed Egitto, con un tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, tra i più alti rilevati dalla Banca Mondiale nel 2017, con le infrastrutture al collasso e l’agricoltura e l’industria della pesca, una volta primarie per i suoi cittadini, oggi decimate.

Maria Di Martino

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Maria Di Martino

Classe 1991, coltivo la passione per il mondo arabo fin dagli studi triennali all’Orientale di Napoli, dove lo studio della lingua, della storia e delle istituzioni musulmane mi ha insegnato ad osservare le dinamiche mediorientali con lo sguardo di un vicino consapevole della loro importanza. Laureata magistrale in Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma, con una tesi in diritto internazionale dell’economia e dello sviluppo, all’interesse per l’analisi geopolitica accompagno una personale sensibilità per i diritti umani, sognando un futuro di ricerca e azione per la loro difesa, poiché ancora idealisticamente convinta che parlare di Stati possa significare, prima di tutto, parlare di persone.