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In 3 sorsi Dopo Paesi Bassi, Norvegia e Finlandia è stato il turno della Svezia: il modello nordico di Welfare State resiste all’ondata sovranista. Ma l’immigrazione lo tiene sotto scacco.

1. IL QUADRO

L’Europa tira un sospiro di sollievo, almeno per il momento. La Svezia che trema, ma non cade in mano ai sovranisti di Jimmie Åkesson (i Democratici svedesi, SD, sono arrivati terzi con il 17% nelle elezioni legislative del 9 settembre), manda un segnale importante e in controtendenza rispetto al forte vento xenofobo che sta soffiando sul Vecchio Continente. Non si tratta però di un caso isolato. Nel 2017 il Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders non è andato oltre il 13% nei Paesi Bassi, mentre in Norvegia il Partito del Progresso (FrP), seppur in coalizione di governo, ha continuato a perdere consenso (15%, era al 23% nel 2009). Quest’anno, prima della Svezia, c’era stato poi il modesto risultato dei Veri Finlandesi (PS), sotto al 7% nella corsa che ha riconfermato il presidente uscente Sauli Niinistö alla guida di Helsinki. Nel Nord Europa sembra quasi stia diventando la regola: il voto popolare contiene, se non respinge, l’avanzata dell’estrema destra. Cerchiamo di capire perché, e se c’è davvero da festeggiare.

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Fig. 1 – Jimmie Åkesson, leader di SD

2. LA CHIAVE: IL MODELLO NORDICO

Stiamo parlando di Paesi ricchi e con tensioni sociali interne storicamente contenute: un connubio offerto da un modello di Welfare State che non ha eguali al mondo per quel che riguarda i servizi garantiti ai cittadini. In Scandinavia, la formula magica è “si paga la qualità”: assistenza sanitaria universale, istruzione gratuita fino all’università e forte previdenza sociale portano l’individuo ad accettare la pesante pressione fiscale necessaria per sovvenzionarle (in tutti i Paesi scandinavi la spesa sociale ricopre almeno il 30% del PIL nazionale). Sono dunque fondamentali per il funzionamento del sistema un’efficace lotta all’evasione e un’attenta redistribuzione del reddito, principi che si rispecchiano nell’elevato pluralismo e indice di sviluppo umano che contraddistinguono queste realtà. È poi particolarmente interessante il caso dell’Olanda, che si sta progressivamente staccando dal modello nordico di Welfare State in direzione di un sistema più decentralizzato, dove c’è più spazio per la responsabilità individuale e la libertà di scelta. I risultati fanno comunque sorridere: Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia (oltre alla Danimarca, che andrà alle urne l’anno prossimo) figurano tutti nella top ten del World Happiness Report aggiornata al 2018. Dinanzi alla felicità collettiva, la rabbia populista fa fatica.

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Fig. 2 – I Paesi del nord Europa dominano la classifica del World Happiness Report

3. TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA?

Se a questo punto affermassimo che i Paesi nordici possono dormire sonni tranquilli, liberi dall’incubo della xenofobia, staremmo tuttavia commettendo una grave ingenuità. Perché anche qui il terreno sta diventando sempre più fertile per le forze sovraniste. La questione fondamentale è sempre l’immigrazione, che sta cambiando radicalmente la struttura etnica della Scandinavia. Se in Svezia si temeva la vittoria di Åkesson, c’erano delle ragioni ben precise: non solo il Paese, nell’ultimo decennio, si è ritrovato ad accogliere un numero elevato di rifugiati (230mila nel 2016, erano 90mila appena nel 2012, dati IOM) che l’ha proiettato al secondo posto in Europa per percentuale di immigrati non-UE (il 64% degli immigrati totali nel 2016, solo l’Italia è avanti con il 66%, fonte Eurostat), ma le protezioni sociali offerte dal Welfare State si sono dimostrate un inefficace strumento di integrazione, che non ha impedito alla disoccupazione di crescere e alla popolazione straniera di isolarsi in ghetti di periferia. Anche in Norvegia e in Finlandia, come in Svezia, il sostegno universale da parte dello Stato comporta una mal sopportata dinamica secondo la quale gli immigrati, proprio perché attratti dai Welfare benefits, cercano in massa il Nord Europa. In questo senso, una secolare tradizione cosmopolita come quella dei Paesi Bassi può ben combinarsi con un’evoluzione del modello previdenziale più adatta ad affrontare i sempre più crescenti flussi migratori. Ma dove la tradizione manca, svegliarsi all’improvviso in una realtà multietnica e male integrata può facilmente attivare i campanelli della xenofobia. Per ora ha prevalso il benessere collettivo, ma la partita resta tutta da giocare.

 Francesco Gottardi

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