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In 3 sorsi – I partiti populisti dimostrano di saper ascoltare un elettorato angosciato più dal potenziale impatto culturale che da quello economico dei flussi migratori.

1. LA GRANDE DOMANDA

C’è sempre più Europa che dice no. L’ostilità nei confronti dei flussi migratori nel Vecchio Continente è arrivata ai suoi massimi storici, carburante e motore assieme della sempre più scattante macchina populista. «Chiudiamo le frontiere, aiutiamoli a casa loro» è il grido di battaglia al suono del quale Salvini, Le Pen e colleghi sovranisti stanno conquistando un elettorato sempre più furibondo (per ultimo quello svedese), sfiduciato dai partiti tradizionali e insidiato da ciò che arriva dall’altra parte del Mediterraneo. Una minaccia in parte vera e in parte distorta dal populismo di destra, a vantaggio del medesimo. Ma perché i cittadini europei sono arrivati a essere così ostili nei confronti degli immigrati? Gli studi attitudinali effettuati a riguardo dai politologi hanno individuato due linee di spiegazione: una prima che riconduce tale astio principalmente all’insicurezza economica provocata dall’ingresso degli immigrati nel mercato del lavoro e una seconda che si focalizza invece sull’impatto che questi hanno sull’identità culturale del Paese ospitante, minacciandone l’integrità. Per intenderci, non li vogliamo “perché ci rubano il lavoro” o “perché sono di colore, islamici, diversi”? La risposta non è scontata, ma sarebbe fondamentale trovarla per capire le dinamiche relative alla percezione del fenomeno migratorio, su cui i populismi fanno leva con tanto successo.

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Fig. 1 – I migranti in arrivo sulle nostre coste sono percepiti da un’ampia parte della popolazione come un grave problema

2. LO STUDIO

A tale scopo, una ricerca condotta presso l’Università di Leida ha analizzato le determinanti delle opinioni dei cittadini nei confronti dei migranti in Austria, Germania e Ungheria, dove questa tematica è considerata particolarmente rilevante. I risultati, basati su un’indagine sociale che ha coinvolto migliaia di rispondenti nei tre Paesi, sono chiari ed evidenziano un maggior peso ricoperto dai fattori culturali rispetto a quelli economici: la paura del diverso domina quella di rimanere disoccupati o in povertà in tutti i casi considerati. Una seconda fase dello studio ha voluto poi esaminare se a questa tendenza manifestata dai cittadini sia corrisposta un’analoga reazione da parte dei partiti nei messaggi di propaganda e nell’azione politica, analizzando il peso che questi conferiscono ai due diversi tipi di questione (temi di carattere economico e temi inerenti all’identità culturale) all’interno dei loro programmi. In linea con il riscontro precedente, è stato verificato che laddove i partiti tradizionali hanno sottostimato l’importanza del dibattito identitario si è spianata la strada al populismo, che l’ha così sfruttato a proprio vantaggio. L’Ungheria di Orbán è il caso più eloquente, ma anche l’exploit di AfD in Germania è riconducibile allo stesso meccanismo. Fintanto che l’estrema destra tedesca non si è differenziata dai partiti tradizionali e ha continuato a insistere sulle tematiche economiche, la sua performance elettorale è rimasta trascurabile. Negli ultimi tre anni, tuttavia, il partito ora guidato da Alice Weidel ha radicalmente cambiato rotta, facendo della difesa della Nazione il proprio cavallo di battaglia: AfD è passato dal 2% all’11,5% dei voti, entrando così per la prima volta in Parlamento e diventando, secondo gli ultimissimi sondaggi, il primo partito nei Land dell’ex DDR.

Data Austria Germania Ungheria
% immigrati su popolazione totale 17,5 % 15% 4,5%
% immigrati non-EU su popolazione totale 52% 63% 26%
% immigrati non qualificati (basso livello di istruzione) su immigrati totali 29% 35% 18%
Politica migratoria Chiusa Recente apertura Ostile
Voti dei partiti populisti (2014) 20,5% (FPÖ) 2% (AfD) 65% (Fidesz+Jobbik)
Voti dei partiti populisti (2017) 26% (FPÖ) 11,5% (AfD) 70% (Fidesz+Jobbik)


Tabella 1 − Flussi migratori (fonte: IOM, 2015) e performances elettorali: macro-dati da Austria, Germania e Ungheria.

3. EUROPEISTI CON LE SPALLE AL MURO?

Risultati che sorprendono? Fino a un certo punto: la perdita di punti di riferimento dovuta a globalizzazione, crisi delle ideologie e – perché no – social media sembra che stiano spingendo l’individuo a cercare qualcuno in grado di ridargli un’identità sociale che fatica a costruirsi. Il populismo ci sta riuscendo: stabilire chi non si è (dall’immigrato ai tecnocrati di Bruxelles) è il primo passo per potersi dare una definizione. Il prezzo da pagare è però altissimo e sta riportando l’Europa nel pericoloso vortice dell’intolleranza a tutte le latitudini, andando a toccare anche roccaforti del Welfare State come la Svezia. Per questa ragione i partiti tradizionali, seppur in grande difficoltà, sono chiamati a reagire sullo stesso terreno: riconoscendo cioè l’importanza della questione identitaria così come invocata dalla popolazione, senza tuttavia snaturarsi e venire meno ai principi di pluralismo e liberalità su cui poggiano le democrazie occidentali. La sfida si preannuncia durissima ma, soprattutto ora che una delicatissima tornata di elezioni europee si avvicina, sembra davvero una precondizione necessaria per combattere con successo il populismo nell’era del populismo.

Francesco Gottardi