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In 3 sorsi – Il 10 agosto la rappresentante del Comitato ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali, Gay McDougall, ha dichiarato che circa un milione di uiguri nello Xinjiang sarebbero segregati dal Governo cinese in campi di internamento. Immediata e polemica la smentita di Pechino.

1. LE ACCUSE DELL’ONU

L’incontro ONU tenutosi a Ginevra un mese fa ha messo in luce ciò che già si temeva da tempo: il Comitato è entrato in possesso di report attendibili dove emerge l’esistenza di campi d’internamento nello Xinjiang nei quali sarebbero stati detenuti circa un milione di uiguri. In particolare, il report principale presentato dalle Nazioni Unite è stato stilato da una ONG cinese, la Chinese Human Rights Defenders, che ha raccolto i dati attraverso delle interviste sul campo. Le interviste si sono tenute principalmente nello Xinjiang del sud e nella prefettura del Kashgar, dove c’è la più alta concentrazione di uiguri, circa il 45% di abitanti dell’intera provincia. Secondo il report le modalità di azione verso la popolazione sarebbero diverse: gli abitanti ritenuti più pericolosi vengono detenuti in questi campi, veri e propri luoghi di prigionia dove i cittadini sono vittime di tortura, umiliazioni e indottrinamento forzato. Le persone meno pericolose subiscono invece un processo obbligatorio di rieducazione, non sempre mirato a infondere i dettami della cultura Han, quanto piuttosto a espropriare questa fetta di popolazione della cultura, della lingua e della religione native.

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Fig. 1 – Conferenza stampa di Gay McDougall, rappresentante del Comitato ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali

2. LA REAZIONE DI PECHINO

La risposta del Governo cinese non si è fatta attendere: solo tre giorni dopo l’accusa di McDougall, sempre in un Comitato ONU, il portavoce Hu Lianhe del China’s United Front Work Department ha negato l’esistenza di tali campi d’internamento e soprattutto di incarceramenti arbitrari. Dopo aver asserito che la regione in questione è «vittima del terrorismo», ha continuato dicendo che solo chi commette reati gravi è regolarmente detenuto in carcere. Per chi invece commette reati minori, il Governo locale ha predisposto dei centri di formazione attitudinale e professionale, in modo da facilitare l’apprendimento di nuovi lavori e il reintegro nella società. Il quotidiano Global Times, invece, ha affermato che il vero scopo di queste accuse mosse dall’ONU è quello di minare la stabilità che la regione ha acquisito con fatica, evitando di far diventare la Cina «una nuova Libia o una nuova Siria». Per questo, continua il giornale, è stato necessario adottare misure più restrittive, passaggio obbligatorio per ritrovare la pace e la prosperità della provincia. Ma si tratta di misure che non hanno certo nulla a che vedere con quanto sostenuto dall’ONU e dai Paesi occidentali.

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Fig. 2 – Un poliziotto cinese effettua controlli davanti a una moschea di Urumqi, capitale dello Xinjiang

3. LE ORIGINI DELLA “QUESTIONE” UIGURA 

La cultura indipendentista della popolazione uigura trova origine agli inizi del Novecento. Negli anni Quaranta gli uiguri riuscirono addirittura a creare due regioni indipendenti, la Prima e la Seconda Repubblica del Turkestan. A seguito della vittoria del Partito Comunista Cinese nella guerra civile, però, la regione venne annessa alla neonata Repubblica Popolare Cinese e presto fu sottoposta a una campagna di “sinizzazione”, con insediamenti della popolazione Han. Da allora i rapporti tra la popolazione locale e il Governo iniziarono gradualmente ad incrinarsi. Una delle preoccupazioni di Pechino, oltre i movimenti separatisti, è il legame che alcuni gruppi di estremisti potrebbero avere con le maggiori reti terroristiche islamiche, questione che ha generato un problema anche per gli altri Stati nell’area. L’episodio che ha segnato una vera e propria svolta è avvenuto nel 2009, con le sommosse popolari di Urumqi, scatenate dall’uccisione di due uiguri nel Guangdong, e alla fine delle quali si contarono quasi 200 morti e 1.700 feriti per mano della polizia cinese. Per questo e altri episodi verificatisi successivamente, il presidente Xi Jinping ha lanciato nel 2014 la strike hard campaign, mirata ad arginare situazioni simili tramite processi di massa, detenzioni e anche condanne a morte, misure che, come per il caso dei campi d’internamento, continuano a colpire i cittadini in maniera del tutto arbitraria.

Giulia Quarta

 

 

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Giulia Quarta

Nata in provincia di Lecce nel 1990, ho conseguito la Laurea Triennale presso l’Università del Salento con una tesi sull’influenza del pensiero cinese nel mondo degli affari. In seguito mi sono spostata a Milano, dove ho frequentato la Laurea Specialistica in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica, laureandomi con una tesi sullo sviluppo ecosostenibile in Cina.

Amo il cinese (e la Cina), paese che ho visitato per studio tre volte, amo le lingue straniere, cucinare, leggere, viaggiare, la buona musica e i buoni film.