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Storie Come vivono i bambini rifugiati siriani? Un reportage dal Libano ci aiuta a capire le loro sfide e i loro sogni.

BEIRUT

È un classico lunedì di luglio a Beirut, il caldo afoso non demorde anche se una lieve e delicata brezza fresca permette di avere qualche momento di tregua. Mi dirigo verso la via Bechara al Khoury per prendere uno dei pulmini che girano per la città, verso il quartiere di Haret Hreik, periferia sud di Beirut, dove c’è uno dei centri della ONG libanese “Amel International” in cui lavoro come volontaria. Il centro è sede del progetto “Parrainage”, uno dei tanti progetti educativi messi in campo da questa organizzazione per sostenere l’educazione dei bambini rifugiati siriani. Purtroppo la crisi siriana in Libano ha colpito soprattutto i bambini che molto spesso sono costretti a vivere per strada, a lavorare e a lasciare la scuola. Una delle sfide che Amel ha a cuore è proprio quella di combattere l’abbandono scolastico. Infatti, molti bambini hanno problemi a scuola dovuti a disturbi psicologici, alla situazione economica delle famiglie e al fatto che hanno perso degli anni a causa della guerra. Inoltre, la differenza tra la scuola siriana, dove l’insegnamento è tutto in arabo, e quella libanese, dove invece alcune materie vengono insegnate fin da subito in inglese o francese, porta i bambini siriani a non sentirsi all’altezza e a scontrarsi con il fallimento scolastico. Così nel 2014, grazie all’idea del pastore della chiesa protestante francese a Beirut, Pierre Lacoste, è nato il progetto “Parrainage” che consiste nel sostenere finanziariamente un anno di istruzione di ogni bambino siriano. Il progetto è partito con venti bambini e oggi è arrivato ad accoglierne 150.

Arrivo davanti al centro proprio nello stesso momento in cui arriva uno dei pulmini che porta lì i ragazzi. Amel, infatti, mette a disposizione dei pulmini che vanno a prendere e portare a casa i bambini che vivono nei diversi campi profughi a sud della città. Vedendomi arrivare iniziano subito ad urlare “Ya Miss! Ya Miss!”. Allungano le mani fuori dal finestrino completamente euforici. Entro nel centro; al piano terra c’è l’ambulatorio medico, ma mi dirigo direttamente verso l’ascensore per andare al quarto piano dove ci sono le varie aule. Da fine giugno è iniziato il programma estivo che prevede ore di lezione di arabo, inglese, francese, matematica e scienze in base alle varie classi, otto in tutto, intervallate da attività ricreative e psicosociali.

Aspettando l’inizio delle lezioni mi affaccio alla classe “grade 3” dove ci sono ancora solo cinque bambini. Entro e chiedo “Kifkon? Come state?” con grandi sorrisi mi rispondono in coro “Mna7! Bene!”. Poi subito una bambina mi invita a guardare i disegni dell’amica. Lei, essendo al centro dell’attenzione, inizia ad agitarsi e a cercare nel suo zainetto altri disegni e fogli da mostrarmi: sono tutti disegni di varie ragazze dei fumetti con dei vestiti diversi e tutti colorati. Le chiedo che cosa vuole fare da grande e le mi risponde “Rasseme! La pittrice”. Poi chiedo anche all’amica e mi risponde “La poliziotta”. Gran bei sogni bambine.

Fig. 1 – In classe! (Copyright: “Joséphine Bichareil for Amel Association International”)

GIOIA E TRISTEZZA

Alle 15 iniziano le attività e mi dirigo insieme alla psicologa del centro, Mirna Deeb, verso la biblioteca al primo piano dove si fanno le attività ricreative e psicosociali. È il turno del “grade 2”. Dopo vari giochi Mirna fa sedere i bambini in cerchio. A turno chiede ad ognuno di loro la cosa che li fa più rattristare e quella che invece li fa gioire di più. Alcuni bambini rispondono che non sono mai felici, altri raccontano che sono stati felice durante la ‘Eid, la festa per la fine del Ramadan, ma altri a queste semplici domande scoppiano a piangere. In particolare, una bambina dai capelli lunghi castani che, qualche minuto prima giocava col sorriso sulle labbra, alla domanda su che cosa la rattrista scoppia in lacrime pensando ai fratelli e alla madre tornati in Siria. Mirna, dopo, mi spiega che con quella bambina farà delle sessioni psicologiche individuali. Infatti, una parte fondamentale del progetto “Parrainage” è il supporto psicologico che viene offerto ad ogni bambino. Mirna mi racconta che molti di loro hanno dei traumi profondi legati alla loro esperienza della guerra e alla vita qui in Libano con tutti i problemi che devono affrontare, tra cui il razzismo nei loro confronti sperimentato a scuola e nei loro quartieri. Grazie alle sessioni individuali molti bambini sono riusciti a superare i loro problemi.

È la volta del “grade 1”, i più piccoli. Iniziano a giocare a “poule”, il gioco preferito di tutti. Una bambina appena squalificata si siede di fianco a me e inizia a fissarmi con i suoi occhi grandi, pieni zeppi di curiosità e domande. Mi chiede se sono francese e le rispondo di no, sono italiana. Le domando da dove viene e mi risponde da Aleppo, ma adesso vive in un campo profughi di cui non sa dirmi il nome. I suoi occhi non si staccano un secondo dal mio viso. Mi chiede se a casa mia in Italia ho un grande giardino. Le rispondo di sì. I suoi occhi brillano: chissà se anche lei in Siria poteva giocare in un grande e bel giardino? Poi prosegue chiedendomi quanto pago di affitto. Ovviamente, rimango stranita dalla domanda che non mi sarei mai aspettata da una bambina di 9 anni. Mi dice infine, che la sua famiglia deve pagare 500.000 lire al mese per vivere. Viene chiamata di nuovo a giocare e corre felice al centro della stanza insieme alle sue amiche. Io ne approfitto per fare qualche domanda alla loro insegnante, Saja, una ragazza irachena di 24 anni. Le chiedo quali siano secondo lei i maggiori problemi che riscontra in quanto insegnante. “In classe ho 24 bambini, insegno loro tante materie però i genitori dovrebbero seguirli anche a casa ma non lo fanno. Molti di loro non badano ai figli, li mandano qui perché almeno per tre pomeriggi a settimana sanno dove metterli. Per esempio, avevo chiesto alla mamma di un bambino se poteva venire perché dovevo parlarle ma non è mai venuta”.

Fig. 2 – “Sento che sono parte del cambiamento, che in qualche modo anche il mio aiuto ha contribuito a cambiare questi ragazzi” (Copyright: “Beatrice Morlacchi”)

Mi tornano in mente le parole di Suha Hussein, la direttrice sociale del centro, la quale mi ha spiegato che anche l’ambiente famigliare in cui vivono i bambini è difficile. I genitori spesso lavorano fino a tardi e non hanno tempo di seguire i figli. In più la situazione precaria in cui vivono porta loro ad essere aggressivi, e molto spesso in casa c’è una tensione e una violenza che poi i bambini sfogano qui nel centro. Chiedo a Saja quale sia la cosa che le piace di più nel venire qui. “Mi piace lavorare con i bambini, insegnare loro cose nuove perché non sono nel loro paese ed è tutto più difficile. Questo progetto di Amel è una bella opportunità per loro”.

I MOLTI VOLTI DELLA VIOLENZA

È la volta del “grade 4”. Quel giorno è Tabarak l’insegnante che li segue, sorella di Saja. Le chiedo quali siano i maggiori problemi di questi bambini. Lei mi risponde “La violenza che molto spesso arriva dalle insegnanti stesse e dai compagni”. Con il dito fa cenno verso un bambino che porta la maglietta verde. Mi dice che lui ha sofferto molto per questa cosa perché a scuola lo picchiavano sia le maestre sia i compagni. Anche qui all’inizio aveva costantemente paura che un rimprovero si trasformasse in un contatto violento ma poi, lavorando con la psicologa, è riuscito a superare questo trauma. Chiedo a Tabarak se secondo lei questo progetto è importante. “Assolutamente sì perché ha contribuito in modo sostanziale al cambiamento di questi ragazzi. Se ripercorro con la memoria com’erano un anno fa e come sono adesso posso dire che sono totalmente cambiati sia dal punto di vista psicologico che scolastico”. Mi spiega che prima c’erano dei bambini che continuavano ad essere bocciati e ripetere la classe più e più volte sentendosi sempre più depressi. Ma grazie a questo centro molti di loro hanno iniziato a superare gli esami e ad avanzare nelle classi superiori. Le domando qual è la cosa che le piace di questa esperienza. “Sento che sono parte del cambiamento, che in qualche modo anche il mio aiuto ha contribuito a cambiare questi ragazzi”.

Questa esperienza mi ha fatto tornare in mente i tempi della scuola, della bellezza di ritrovarsi tra i banchi insieme agli amici ad imparare cose nuove. A ridere, scherzare e giocare insieme. Ed è proprio questo quello che, secondo Lucas Wintrebert, responsabile dei progetti educativi di Amel, è lo scopo del centro. Non è quello di sostituirsi alla scuola ma è quello di far ritrovare ai bambini la voglia di imparare e non sentirsi più indietro. E, secondo Suha, questi risultati sono arrivati. Tantissimi ragazzi hanno iniziato a passare gli esami e questo è una vittoria per Amel. Tuttavia, le difficoltà esistono soprattutto per quanto riguarda i fondi. Questo progetto è interamente sostenuto da donazioni esterne e perciò Amel ha aperto in queste settimane una campagna di finanziamento per continuare a sostenere l’educazione di questi bambini.

RITORNO A CASA

Ore 17.45. La giornata è finita e i bambini iniziano a tornare a casa con i vari pulmini. Una ragazza del “grade 5” mi saluta come si saluta una cara amica che non si vede da anni, anche se noi ci eravamo scambiate solo qualche sorriso durante la giornata. Torno verso casa con Laetitia, una ragazza francese che lavora ad Amel da sei mesi. Le chiedo la sua opinione sul centro e sul progetto “Parrainage” e mi risponde: “Il centro è l’unico sostegno che c’è per questi bambini e le attività sono importantissime per loro soprattutto d’estate. Inoltre, credo che capiscano che quello che tutte noi facciamo è tempo dedicato totalmente a loro. Il centro di Haret Hreik è un luogo sicuro per questi bambini dove imparano delle cose e nello stesso tempo possono stare con gli amici”.

Il pulmino si ferma ad un incrocio. Alla mia sinistra spunta un bambino che cerca di vendermi dell’acqua fresca. Guardandolo mi tornano in mente le parole di Suha che si rammaricava del fatto di non poter ospitare un numero maggiore di bambini perché, in realtà, a Beirut ci sono ancora tantissimi ragazzi che non vanno a scuola. I bambini del centro sono fortunati, ma lo sono grazie ai tanti che hanno sostenuto e continuano a sostenere questo progetto. Quanto vorrei che Amel (Speranza), una bambina conosciuta una sera a Beirut, potesse anche lei venire al centro, lei che aspettava sul bordo della strada suo papà che era andato a Damasco. Il pulmino riparte e ripercorro con la memoria lo slogan del progetto “Parrainage”: “Sostenere ed educare un bambino rifugiato è come gettare un seme di speranza”, speranza per il loro futuro e il futuro del loro paese.

Beatrice Morlacchi

Copyright immagine di copertina: “Joséphine Bichareil for Amel Association International”

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Redazione

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