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Tra le due Coree è senza dubbio quella più sfortunata e meno conosciuta. Ai Mondiali di Calcio, la Repubblica Democratica Popolare di Corea (questo il nome ufficiale della parte settentrionale della penisola asiatica) avrà l'opportunità di far parlare di sé non solo per dittatori discussi o per minacciosi progetti di armamento nucleare, bensì anche per motivi sportivi. Sarà dura però, in un girone che sembra non lasciare scampo all' “undici” di Pyongyang

Non capita spesso di sentire parlare di Corea del Nord in contesti legati allo sport, e in particolare al calcio. Per un mese (o più probabilmente meno, dato che il passaggio agli ottavi sembra un'impresa proibitiva) la nazione asiatica sarà impegnata in sfide diverse dal consueto: non più minacce nucleari rivolte alla comunità internazionale e in primis alla vicina Corea del Sud, ma partite in programma ai Mondiali sudafricani.

Potrebbe essere una ventata d'aria fresca per una popolazione che da decenni vive nell'isolamento di uno degli ultimi regimi totalitari rimasti sul pianeta al giorno d'oggi. La Repubblica Democratica (anche se questo aggettivo sembra davvero una parola grossa) Popolare di Corea, infatti, non è caratterizzata per essere semplicemente uno Stato autoritario, come ce ne sono ancora tanti, ma per essere ancora una dittatura basata sul culto della personalità del proprio leader, Kim Yong-Il.

Dietro alle dimostrazioni di presunta forza militare, che si esplicitano nelle cicliche minacce legate allo sviluppo di un progetto di riarmo nucleare e ai periodici lanci di missili che vengono qualificati dalle autorità di Pyongyang con il nome di “esercitazioni militari”, si nasconde uno Stato in balia della povertà e dell'isolamento. L'economia nazionale si caratterizza infatti per un centralismo assoluto di stampo sovietico e per una chiusura pressochè totale agli scambi internazionali. I settori produttivi sono obsoleti ed inefficienti e concentrati prevalentemente nell'industria bellica: la povertà della popolazione è talmente elevata che la maggior parte degli abitanti sono vittime di una perenne carestia dovuta alla mancanza di alimenti, che il Paese riceve in larga parte attraverso aiuti internazionali (anche dai “nemici” Stati Uniti nell'ambito del World Food Program). La sopravvivenza di questo regime che al giorno d'oggi potrebbe apparire quantomeno anacronistico è data dal sostegno più o meno esplicito fornito dalla Cina, che è il primo partner commerciale e che esercita una certa influenza geopolitica nei confronti di Pyongyang, utile “spina nel fianco” per Corea del Sud e Giappone.

CAFFE' IN PILLOLE

  • La Corea del Nord rappresenta, insieme a Cuba, l'ultimo retaggio della Guerra Fredda: il 38° parallelo di latitudine Nord, linea di confine tra Nord e Sud, infatti, fu scelta come linea di demarcazione dei due Stati. Seul passò sotto l'egida statunitense abbracciando i principi dell'economia di mercato e, in seguito, della democrazia occidentale, mentre Pyongyang rimase in orbita sovietica, subendo il regime totalitario di Kim Il-Sung ed ora del figlio Kim Jong-Il.

  • La Costituzione prevede che Kim Il-Sung, deceduto nel 1994, sia ancora formalmente il Capo dello Stato, dato che è investito della carica di “presidente perpetuo”. Tali stranezze fanno parte del culto della personalità che in Corea del Nord giunge a livelli estremi.

  • Per quanto riguarda il PIL pro capite, la Corea del Nord è al 188° posto nel mondo su un totale di circa duecento Stati. Una statistica spesso sterile, ma che la dice lunga sulla drammatica situazione economica del Paese.

RIPETERE L'IMPRESA

Risale al 1966 l'unica precedente partecipazione della Corea del Nord ai Mondiali di calcio. Una presenza che noi italiani, nostro malgrado, ci ricordiamo bene: gli sconosciuti asiatici infatti ci eliminarono agli ottavi di finale (uscirono poi ai quarti) grazie ad un goal di Pak Doo Ik, di professione dentista ma calciatore per diletto. Gli azzurri tornarono in Italia accolti da fischi e sonore contestazioni dopo una che rimane tra le sconfitte più disonorevoli della nostra nazionale.

Quest'anno i nordcoreani ci riprovano: difficile individuare una stella nella rosa degli asiatici, che militano quasi tutti nel campionato nazionale. Difficile, però, ipotizzare il passaggio del turno: nel gruppo G, con Brasile, Portogallo e Costa d'Avorio, l'undici di Pyongyang può aspirare solamente ad interpretare il ruolo di squadra “materasso”.

GEOPALLONE

Anche per uno Stato dai lati “oscuri” come la Corea del Nord il calcio rappresenta un elemento dotato di significato politico e sociale. Oltre ai numerosi derby giocati contro la “sorella” Corea del Sud (una sola vittoria all'attivo dei settentrionali finora) vi è da registrare un episodio passato alla storia delle proteste del tifo contro le decisioni arbitrali. Marzo 2005, Pyongyang: si gioca un match contro l'Iran, decisivo per le qualificazioni ai Mondiali 2006. Un rigore negato ai padroni di casa scatena l'ira dei tifosi locali, che gettano pietre, seggiolini e bottiglie in campo e invadono il terreno di gioco cercando di aggredire i giocatori ospiti. La partita venne fatta terminare a Bangkok, in Thailandia. Il calcio, dunque, come valvola di sfogo per una popolazione prostrata da decenni da un regime oppressivo e chiuso verso l'esterno. Il detto romano “panem et circenses” è sempre attuale: ai coreani, purtroppo, manca pure il “panem”.

Davide Tentori

redazione@ilcaffegeopolitico.it

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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