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RistrettoOggi Wa Lone e Kyaw Soe Oo, giornalisti dell’agenzia Reuters, sono stati condannati da un tribunale di Myanmar a sette anni di carcere per violazione delle leggi sul segreto di Stato. Arrestati lo scorso dicembre dalla polizia, i due erano infatti in possesso di documenti riservati relativi al massacro di alcuni civili Rohingya nel Rakhine.

Il giudice ha applicato una vecchia norma del periodo coloniale che prevede sino a quattordici anni di reclusione per la detenzione illegale di materiale confidenziale. Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno sin dall’inizio negato ogni addebito, sostenendo di essere vittima di un complotto delle autorità militari contro Reuters. I documenti sarebbero stati infatti dati loro da un poliziotto poco prima dell’arresto. Durante il processo un testimone ha confermato questa versione dei fatti e la difesa ha posto in luce notevoli incongruenze nelle accuse ai due giornalisti. Ciò però non è bastato a evitare la loro condanna finale, per quanto più lieve rispetto alle attese iniziali.

Il caso è diventato un simbolo della lotta per la libertà di stampa in Myanmar e rappresenta un ulteriore “danno di immagine” per il Governo civile di Aung San Suu Kyi, incapace di dare un sostegno effettivo ai due giornalisti o di mettere in discussione le leggi autoritarie usate contro di loro. Di fatto l’esecutivo del Premio Nobel appare sempre più debole o connivente verso le politiche repressive dei militari, generando malcontento in diversi settori della società birmana che speravano in un graduale cambiamento democratico dopo la spettacolare vittoria della LND nelle elezioni del 2015. La brutale persecuzione dei Rohingya, caratterizzata apertamente come “genocidio” nell’ultimo rapporto ONU sulla vicenda, e la condanna dei due giornalisti Reuters hanno invece dimostrato i pesanti limiti dell’agenda riformista del Governo e provocato dure reazioni da parte della comunità internazionale, sempre più delusa dall’atteggiamento reticente di Suu Kyi verso gli abusi dei vertici militari.

Simone Pelizza

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