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AnalisiLa Cina considera il territorio laotiano come una rotta molto funzionale alla penetrazione nel Sud-est asiatico, mentre il Governo di Ventiane ritiene gli investimenti cinesi, in particolare quelli connessi all’OBOR, un’occasione imperdibile per il proprio decisivo riscatto dal sottosviluppo. Riuscirà un Paese senza sbocchi sul mare, ma molto ricco di risorse naturali, a giocare la carta della prossimità geografica al gigante asiatico e a svincolarsi dai lacci prodotti da una troppo marcata asimmetria?

LA RINASCITA LAOTIANA

Dopo la fondazione, nel 1975, della Repubblica Democratica Popolare, anche il Laos, devastato dalla guerra del Vietnam, diede il suo contributo alla ricerca di una soluzione globale per i problemi dell’Indocina, abbracciando una politica di riforme e apertura. Con la normalizzazione dei rapporti internazionali e l’ingresso nell’ASEAN nel 1997, ingenti flussi di denaro proveniente dalla Cina andarono a iniettare nuove energie in un’economia asfittica, sostenuta anche dal Vietnam. Attraverso vari accordi di cooperazione, il Laos evitò il default durante la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998 e, nel 2009, ottenne dalla Cina, tramite la Comprehensive Strategic Partnership, un supporto militare e tecnologico. Da queste intese sono derivati massicci finanziamenti nei settori manifatturiero, agricolo, idroelettrico e minerario, cui si è aggiunto il Memorandum of Understanding (MoU) dell’aprile 2010, un «partenariato strategico onnicomprensivo» secondo la definizione data da Xi Jinping durante la visita in Laos nel novembre 2017. In applicazione di questi accordi sono stati stanziati fondi per le infrastrutture, cui si è aggiunto un pacchetto di aiuti allo sviluppo da 5,2 miliardi di yuan (800 milioni di dollari), oltre a 3,4 milioni di dollari USA per progetti pianificati lungo il fiume Mekong, 90 milioni di dollari per la costruzione di un ospedale a Vientiane e 615 milioni di dollari promessi per miglioramenti nel settore sanitario nazionale nei prossimi tre anni.

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Fig. 1 – Lavoro minorile nelle campagne del Laos

AIUTI ‘MADE IN CHINA’

I finanziamenti concessi dalla Cina al Laos rientrano nell’ambito di una faraonica progettualità chiamata, dal 2013, OBOR (acronimo di One Belt, One Road), sulla scia delle antiche Vie della Seta, che ha preso una consistenza sempre più concreta, invasiva e pervasiva, che spazia dalla cooperazione tecnica alla vendita di ogni sorta di bene materiale, passando per percorsi di training, fino a veri e propri prestiti e sostegno umanitario. Attraverso gli aiuti made in China viene quindi creata un’ampia rete di cui si giova il Paese destinatario, ma ancora di più le aziende cinesi, che riescono a creare bacini d’utenza per la sovrapproduzione, joint venture e un vasto network commerciale, come previsto dalla politica dei tied aid, in base alla quale i Paesi beneficiari degli aiuti sono vincolati a fruire di quanto il Paese offerente mette a disposizione. Questa vasta strategia going global è fondata su una sorta di credibilità della Cina in quanto Paese che ha subito una pesante colonizzazione a opera dell’imperialismo occidentale e che, di conseguenza, non dovrebbe operare con fini di dominio. Inoltre questi aiuti win win vengono erogati sotto forma di mutui benefici che non implicano però nessun cambiamento da parte dei regimi interni, a parte il rispetto della One China Policy, che vieta ai beneficiari di stringere relazioni diplomatiche con Taiwan.

LAOS E OBOR

La Cina da anni guarda con interesse al territorio laotiano in quanto rappresenta una rotta molto funzionale alla penetrazione nel Sud-est asiatico, mentre il Governo di Ventiane considera gli investimenti cinesi, in particolare quelli connessi all’OBOR, un’occasione imperdibile per un Paese senza sbocchi sul mare, ma molto ricco di risorse naturali, in grado di trasformarsi da landlocked a land-linked. Il primo passo di questa evoluzione è costituito dalla ferrovia ad alta velocità che, iniziata al di là del confine cinese nel 2016, attraverserà il Laos per 420 chilometri di strade ferrate, tunnel e ponti che consentiranno un collegamento con le capitali del Sud fino a Singapore. Queste grandi opere consentiranno alla popolazione, per lo più sparsa in villaggi montani, di migliorare notevolmente le proprie condizioni di vita, di dare nuova linfa alle attività economiche e di accedere ai servizi pubblici. A fronte di ciò non di poco conto sono le inquietudini per le gravi ripercussioni prodotte sugli abitanti dei villaggi situati sulla direttrice dell’alta velocità, sfollati senza indennizzo, sull’ambiente e sull’ecosistema.

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Fig. 2 – Cittadino cinese alla frontiera laotiana si dirige verso la città di Boten

IL CONSENSO DI PECHINO

La “terra del milione di elefanti” potrà raggiungere, grazie alla progettualità delle Vie della Seta, un certo sviluppo socioeconomico, che però l’attrarrà sempre più nell’orbita cinese. Su questa linea di confine si esplicita il nuovo approccio ideologico definito «il consenso di Pechino» dall’economista americano Joshua Cooper Ramo nel 2004. Questo modello di progresso economico si differenzia e contrappone alle politiche dei Paesi occidentali e viene esportato nei Paesi in via di sviluppo, di cui la Cina ancora fa parte, ancorandolo all’innovazione, sostenuta da riforme graduali.  In questo contesto non si pongono traguardi legati al PIL, ma a uno sviluppo che dovrebbe esplicitarsi come “sostenibile ed equo”, attraverso una regolazione dall’alto del mercato, strettamente vigilato da un Governo autoritario. Questo prototipo viene accompagnato da un’ideologia forte, tesa a ricostruire lentamente, ma inesorabilmente, la tela tessuta per millenni dal Celeste Impero, di cui si veicola un’immagine pacifica, elaborata originariamente durante la Conferenza di Bandung del 1955, attraverso cui si cercò di forgiare una nuova forma di collaborazione internazionale fondata sulla cooperazione e il multilateralismo.

BOTEN E LE NUOVE FORME DI COLONIZZAZIONE

In questa ottica risulta chiaro come la disponibilità dei fondi cinesi sia libera da tutti i vincoli imposti dai Paesi occidentali, che, in base a quanto previsto dal Washington consensus, postulano tutta una serie di adempimenti da parte dei Governi dei Paesi beneficiari, come riordino della spesa pubblica, riforme fiscali e liberalizzazioni correlate a vaste privatizzazioni, oltre che a riforme legali e politiche. In base al Beijing Consensus i finanziamenti risultano invece svincolati da ogni obbligo istituzionale, ma, soprattutto, dai parametri imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Inoltre concorrono al raggiungimento degli obiettivi economici e geopolitici della Cina, che per secoli è riuscita a realizzare un controllo indiretto, e a volte anche diretto, sui Paesi limitrofi. I finanziamenti erogati nel contesto dell’OBOR a Paesi considerati vulnerabili, come il Laos, implicano rischi elevati, cui fa da contrappeso il controllo diretto sulle infrastrutture attraverso il quale Pechino riesce ad amplificare la propria influenza politica e strategica, come accaduto a Boten. Questa area di 52 chilometri quadrati data in concessione dal Governo laotiano alla Boten Golden Land di Hong Kong, che di fatto amministrava la zona, è diventata in breve quasi completamente cinese. In essa le attività commerciali hanno superato ogni limite di liceità e legalità, spingendo il Governo del Laos a modificare lo statuto della concessione economica, ripristinando il visto per i cittadini cinesi che avevano reso il luogo una sorta di zona franca tra casinò, sale massaggi e sexy shop.

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Fig. 3 – Vagliatura del riso in Laos

CHINESE CARD

Il Laos, dal canto suo, gioca la sua chinese card con la speranza di superare gli enormi ostacoli che ancora lo separano da un reale e definitivo sviluppo, offrendo alla RPC un corridoio di comunicazione terrestre, che permetta al Dragone di collegarsi a tutta la zona meridionale dell’Asia. Questa nuova collocazione come strategic land-bridge nel contesto geografico asiatico sottolinea l’importanza del ruolo laotiano nel Sud-est asiatico, soprattutto dopo i contrasti che, dal 2014, hanno segnato i rapporti tra Cina e Vietnam e nonostante la profonda asimmetria tra gli Stati coinvolti. Il Laos costituirà nei prossimi anni una cartina di tornasole in cui si vedrà se la progettualità cinese produrrà benefici squisitamente per Pechino, danneggiando i Paesi confinanti con una politica “rubamazzo”, oppure riuscirà a creare quella “comunità dal futuro condiviso” che potrà fare realmente dell’Asia il nuovo fulcro del mondo globalizzato.

Elisabetta Esposito Martino

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Elisabetta Esposito Martino

Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!