Puoi leggerlo in 4 min.

Analisi – La Commissione Europea ha inflitto il 18 luglio una sanzione pecuniaria da 4,34 miliardi di euro a Google per avere imposto delle pratiche restrittive ai produttori di dispositivi mobili che utilizzano Android. La condotta, ritenuta illegale da Bruxelles, risale al 2011 e dovrà concludersi entro 90 giorni dalla sanzione per evitare che Alphabet, la società madre che controlla Google, incorra in ulteriori aggravi pari al 5% di ricavi medi giornalieri.

IL MERCATO RILEVANTE DI GOOGLE  

L’ammontare complessivo nell’arco di due anni delle sanzioni inflitte alla società californiana è di circa 6 miliardi di euro, in seguito al caso Google Shopping del giugno 2017 che ha previsto 2 miliardi di euro di sanzione poiché Google avrebbe abusato della propria posizione dominante nel mercato, creando dei vantaggi indebiti e significative barriere all’ingresso nel sistema di comparazione dei prezzi dei prodotti. La Commissione Europea, con riguardo all’ultima inchiesta avviata da Margrethe Vestager nel 2016, ha contestato il fatto che la big tech californiana si fosse servita di Android come uno strumento per trasferire tutto il traffico dati nel suo motore di ricerca, negando di fatto la possibilità ai potenziali concorrenti di competere e innovare.
All’interno dello Spazio Economico Europeo, oltre che nei singoli mercati nazionali, Google detiene infatti una quota rilevante nel mercato della ricerca generica, raggiungendo in certi casi soglie superiori al 90% e prefigurando in questo modo significative barriere all’entrata. Nell’ultima documentazione contabile di Alphabet il fatturato del gruppo controllato ammonta a circa 110 miliardi di dollari, di cui 95 sono riferibili ai ricavi della pubblicità. Il giro d’affari di pubblicità di Google ammonta infatti a circa 95 miliardi di dollari, 77 dei quali ascrivibili alle attività proprie del motore di ricerca, oltre che degli altri siti di proprietà, tra cui Gmail, Google Maps e Youtube. Il secondo segmento si riferisce ai ricavi pubblicitari ottenuti dalle pagine web. Occorre tuttavia tener conto che una posizione dominante non è in linea di principio illegale secondo l’Antitrust europeo. Spetta però alle imprese dominanti non abusare della propria influenza o restringere la concorrenza e il buon funzionamento del mercato unico. Dal momento che Android è il sistema operativo di Google di tipo open source, cosicché ciascuno sviluppatore è in grado non solamente di avere accesso ai suoi codici, ma anche di svilupparne una versione propria, la sua quota all’interno del mercato per i dispositivi mobili ammonta al 90% a livello europeo. Tramite il controllo che esercita sul sistema operativo per i dispositivi mobile Android, Google detiene una posizione dominante anche sul mercato mondiale (a eccezione della Cina) dei sistemi operativi per dispositivi mobili che possono essere concessi in licenza. Tali mercati sono caratterizzati da notevoli barriere all’ingresso, dovute ai cosiddetti effetti di rete: più numerosi sono gli utenti che utilizzano un sistema operativo per dispositivi mobili, maggiore sarà il numero di sviluppatori che elaborano applicazioni per questo sistema. Tale meccanismo innesca un circolo che potenzialmente attrae sempre più utenti.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager

LE MISURE ANTICONCORRENZIALI CONTESTATE

In seguito all’analisi del mercato rilevante di Google, secondo il commissario alla Concorrenza Vestager, “Big G” avrebbe sfruttato il sistema operativo Android per imporre delle condizioni restrittive sui dispositivi mobili attraverso il monopolio della pubblicità. In particolare Google è accusata di imporre ai produttori di dispositivi mobili e smartphone che utilizzano Android di preinstallare i browser Google Chrome e il motore di ricerca Google Search in cambio delle sue applicazioni e dei servizi offerti da Google Play, oltre a significativi incentivi economici. Nel quadro dell’indagine della Commissione, i produttori di dispositivi affermavano infatti che Play Store fosse un portale imprescindibile, in quanto gli utenti si aspettano di trovarla preinstallata sui loro dispositivi. Google avrebbe altresì impedito ai produttori di utilizzare le versioni alternative di Android, siglando un patto di “anti-frammentazione”. Tali misure hanno sostanzialmente ridotto la possibilità di sviluppare e vendere dispositivi che utilizzano versioni di Android alternative non approvate da Google. La Commissione ha affermato che tale pratica è abusiva sin dal 2011, ovvero quando Google ha iniziato ad assumere una posizione dominante nel mercato dei portali di vendita di applicazioni per il sistema operativo Android per dispositivi mobili. L’indagine della Commissione ha messo in luce il fatto che un motore di ricerca concorrente non sarebbe stato in grado di compensare un produttore di dispositivi per le perdite da sopportare. Dall’analisi della Commissione emergeva anche che gli utenti tendono a non utilizzare applicazioni concorrenti rispetto a quelle già installate.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Il CEO di Google Sundar Pichai

LE CONSEGUENZE DELLA MAXI MULTA

Il CEO della società californiana Sundar Pichai ha fin da subito annunciato il ricorso contro l’ultima sanzione dell’Antitrust europeo. In particolare Pichai ha affermato che la decisione della Commissione non tiene in assoluta considerazione il fatto che Android sia in realtà in concorrenza con i dispositivi iOS.
Tuttavia dall’analisi economica della Commissione è emerso che la concorrenza di iOS non possa in alcun modo preoccupare Android: gli ultimi dati sui sistemi operativi mostrano che la quota iOS sia rimasta di gran lunga stabile nel mercato europeo rispetto all’intensificarsi della concorrenza dei rivali cinesi. I detrattori della maximulta affermano tuttavia che il sistema operativo Android ha in realtà concesso una sorta di “democratizzazione” dei dispositivi mobili: l’assenza di costi di sviluppo avrebbe agevolato i consumatori finali nell’acquisto di dispositivi, a causa dell’abbassamento dei prezzi a delle cifre vantaggiose. Nonostante l’annunciato ricorso, il colosso americano avrà sempre 90 giorni per poter offrire importanti rilievi alla Commissione, oltre che adeguarsi alla multa prevista. Google dovrà modificare i contratti in essere alle società che adottano Android e limare le clausole restrittive individuate dalla Commissione. In un quadro complessivo la multa record si colloca nel pieno della guerra commerciale innescata dal presidente Donald Trump contro la Cina e Bruxelles. La sanzione contro una multinazionale americana potrebbe infatti presentarsi come un facile pretesto nella guerra commerciale di Trump contro l’Europa, anche se il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker predica distensione nei rapporti con gli Stati Uniti. Tuttavia le reazioni del Presidente americano risultano sempre imprevedibili ed è difficile azzardare delle previsioni a lungo termine. Recentemente Trump ha infatti accusato Google di essere «truccato», perché i risultati delle ricerche sotto “Trump news” conterrebbero solo notizie false manipolate dai media nazionali di sinistra.

Francesco Carrara