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In 3 sorsi – In Venezuela si sta assistendo a un esodo, un esilio forzato per oltre 6 milioni di cittadini, al punto che oggi un terzo della popolazione ha almeno un familiare all’estero.

1. UN ESODO BIBLICO: OLTRE 6 MILIONI DI VENEZUELANI ESULI

Un esodo infinito, maggiore di quello siriano. Adesso è la fascia più povera della nazione a muoversi, lo zoccolo duro di (ex) chavisti o maduristi che hanno creduto ciecamente nel governo socialista e che oggi sono gli ultimi ad andare via, ma a piedi. Privi di tutto, con una moneta che non vale nulla all’estero e senza un supporto quanto meno tecnico da parte del Governo, gli esuli forzati attraversano il Paese per poi passare la frontiera colombiana o brasiliana. Il ceto medio, pur di preservare il capitale privato, è fuggito ormai da anni, arricchendo altre nazioni. L’esodo, che un tempo avveniva in aereo, era iniziato già nel 2007. Da allora sono oltre 5 i milioni di venezuelani andati via e mai più rientrati. Oggi a ridurre le presenze nel Paese è la base elettorale di Maduro, che a causa dei morsi della fame, della denutrizione e delle malattie non curabili deve andare via. I passaporti non vengono più emessi. Da almeno 3 anni è impossibile rinnovare il proprio passaporto scaduto, salvo dover aspettare nei migliori dei casi anche 8 mesi – ma la media supera un anno e mezzo e un timbro per prolungarne la validità costa 150 dollari americani (o $5.000 per farlo in due o tre mesi, pagando una mazzetta). Il SAIME, l’ente preposto al rinnovo e all’emissione dei passaporti, ha chiuso inspiegabilmente. I più disperati vanno via lo stesso senza documenti, causando grossi problemi di ordine pubblico in Colombia, Brasile, Perù ed Ecuador, i cui ministri degli Interni si sono riuniti a Bogotà il 28 agosto per prendere misure supplementari in vista di un probabile peggioramento della situazione economica in Venezuela.

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Fig. 1 – Muro “chavista” a Caracas

2. IL MEA CULPA DI MADURO: NON ESISTONO POTERI OCCULTI O STRANIERI

Il Governo invoca il mea culpa. Lo stesso Maduro asserisce di aver fallito e che il chavismo e il socialismo sono miseramente crollati come progetto economico. In molti, però, si chiedono perché a questo punto non ci sia la rinuncia al potere di chi ha fallito, come è prassi in qualsiasi altro Governo, anche per molto meno. I mercati dopo tutto aspettano questo, come ci si aspetterebbe in altri Paesi o in un’impresa privata. Nella realtà, a seguito del mea culpa di Maduro sono state annunciate misure economiche che lasciano perplessi. L’obbligo di utilizzare il carnet de la patria per acquistare benzina, servizi, medicinali e spesa di tutti i giorni, oltre che per ricevere pensioni e stipendi pubblici. Una nuova moneta è ormai realtà dal 20 agosto, il bolivar soberano, un bolivar al quale sono stati tolti cinque zeri e che ha un valore uguale a quello del petro, una (non) criptomoneta centralizzata di Stato ancorata al valore del barile di greggio, a sua volta legato al dollaro americano. In pratica una dollarizzazione occulta senza immettere il dollaro come valuta corrente.
Già il 20 agosto, nonostante il nuovo conio, l’inflazione ha registrato un +20% in 24 ore. Di lì l’accettazione da parte di Maduro che il cambio corrente e legale sia quello indicato dal sito web Dolar Today, ovvero, di fatto, una legittimazione del cambio nero come l’unico reale e di mercato in Venezuela.

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Fig. 2 – Mensa dei poveri a Caracas

3. IL PETRO, L’ESODO E LE NUOVE MISURE

Il petro non è un criptovaluta, poiché manca di una sua blockchain proprietaria (che è un database distribuito che archivia transazioni). Si tratta di un token, un “buono” come quelli per la mensa, ma virtuale e memorizzato sulla piattaforma NEM, una criptovaluta esistente dal 2015. Il software per scambiarlo e per “archiviarlo” è disponibile e gratuito (scaricabile qui): garantisce il trasferimento di proprietà di questi token da una persona all’altra e certifica che essi non siano contraffatti o duplicati, ma non offre alcuna sicurezza relativamente al valore del token, che quindi viene legato al valore del barile, a sua volta quotato in dollari.
Inoltre, al contrario di una criptovaluta che si valorizza dalla scarsità della stessa, se ne possono “stampare” fin quanti se ne vogliono, di fatto annullando il potere di valorizzazione insito. Nelle misure economiche mancano all’appello il cambio libero del bolivar o una dollarizzazione vera con banconote americane (che sono le uniche accettate nel Paese). Manca una visione industriale fatta di capitale finanziario privato e capitale umano che in connubio creino un settore produttivo che non esiste, rendendo di fatto la sovranità del Venezuela bella a parole, ma impossibile nei fatti. Mancano leggi sulla protezione della proprietà privata e sullo Stato di diritto, nonché un piano razionale e logico che includa il Venezuela nell’economia globale e non la isoli. È notizia recente, infine, che il Governo di Caracas stia supportando con voli specifici da Lima i propri cittadini desiderosi di ritornare in patria per l’assenza di opportunità, per la saturazione del mercato lavorativo o per il disagio.

Ivan Memmolo

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