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Analisi – Settimana al cardiopalma per la politica australiana. Peter Dutton e la fronda interna al Partito Liberale al Governo hanno sfiduciato l’operato dell’ormai ex Primo Ministro Malcom Turnbull. Dutton non è però riuscito ad aggiudicarsi la leadership del partito, che gli avrebbe garantito anche la guida del Governo. I parlamentari hanno preferito puntare su un candidato di compromesso, individuato in Scott Morrison, fedelissimo di Turnbull, che diviene così il sesto Premier in 8 anni.

IL PRIMO COLPO DI DUTTON ALLA LEADERSHIP

La scorsa settimana Canberra è stata scossa dallo showdown” avvenuto all’interno del Partito Liberale. Dutton ha lanciato il guanto di sfida al compagno di partito Malcom Turnbull il 21 agosto, dichiarando che il Primo Ministro non disponeva più dell’appoggio della maggioranza del partito. Dutton, fautore di una politica intransigente nei confronti dell’immigrazione illegale e rappresentate dell’ala più conservatrice del Partito Liberale, ha condannato la politica centrista del Governo Turnbull. Sebbene il Ministro italo-australiano Concetta Fierravanti-Wells avesse già accusato pochi mesi fa il Primo Ministro per aver avvicinato il partito a posizioni troppo progressiste, supportata in questo dai media conservatori, il punto di svolta si è verificato quando l’esecutivo ha presentato in Parlamento un contestato disegno di legge sulla riduzione delle emissioni di CO2. Questo provvedimento ha suscitato le critiche dei Governi statali guidati da coalizioni di centro-sinistra come il Queensland e il Victoria, che contestano il fatto che il famigerato target di riduzione del 26% andasse fissato dalle autorità di regolamentazione e non imposto dalla legge federale. Non solo, il provvedimento dell’esecutivo federale avrebbe un impatto devastante sui prezzi del mercato dell’energia elettrica, in un Paese che soffre di frequenti problemi di blackout nelle aree rurali dell’entroterra. Il 22 agosto Dutton ha perso la sua prima sfida con Turnbull, distanziato di 13 voti. In Australia, l’operato del Primo Ministro è costantemente sottoposto a una doppia valutazione: quella del suo partito e della coalizione e quella dell’elettorato australiano, che oltre a essere chiamato a esprimersi alle urne ogni tre anni, palesa il suo gradimento attraverso rilevazioni statistiche pubblicate con cadenza settimanale. Proprio un trend negativo di 30 settimane consecutive nel 2015 convinse il Partito Liberale a chiedere la testa dell’allora Primo Ministro Tony Abbott, che fu spodestato proprio da Turnbull.

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Fig. 1 – Peter Dutton, capo della fronda conservatrice anti-Turnbull, è stato confermato “Minister for Home” nel nuovo Governo di Scott Morrison

LA CADUTA DI TURNBULL

Nello stesso giorno in cui Peter Dutton incassava la prima sconfitta nella “party room”, in Senato il Governo è andato sotto ai voti per il taglio alle tasse, che secondo molti esponenti della maggioranza e dell’opposizione avrebbe avvantaggiato esclusivamente la grande industria. Dutton, assieme ad altri 4 membri del Gabinetto, ha presentato le proprie dimissioni, seguito a ruota qualche giorno più tardi da altri otto “frontbenchers”. L’opposizione laburista ha approfittato dunque della debolezza dell’esecutivo per sferrare il proprio attacco. Il 23 agosto, la Senatrice Penny Wong ha presentato una mozione di sfiducia contro il Governo, che è stata respinta solo grazie all’intervento dei candidati indipendenti (i “crossbenchers”), come la Senatrice Pauline Hanson del movimento populista di destra OneNation, che fino a quel momento non aveva fatto mancare il proprio appoggio alla maggioranza. Turnbull ha deciso allora di ritirare il discusso disegno di legge, ma un’altra defezione rilevante si è nel frattempo consumata. Il Ministro delle Finanze Mathias Corman, che in un primo momento aveva espresso la propria lealtà a Turnbull, consentendo a quest’ultimo di vincere la prima sfida contro Dutton, è infatti tornato sui propri passi. A margine della votazione in Senato, a seguito di un colloquio avuto con alcuni “senior ministers”, si è affiancato alla linea di Dutton – peraltro, suo grande amico – reclamando una transizione ordinata della leadership. Venuto meno l’appoggio del Senatore Corman, Turnbull non avrebbe potuto più contare sul suo negoziatore di punta alla Camera Alta. Le sue dimissioni da Ministro delle Finanze hanno quindi decretato per l’ex Premier l’impossibilità di andare avanti. Ciò ha consentito a Dutton di andare al contrattacco e inoltrare richiesta per un secondo round della “leadership spill”. Frattanto, il Premier in carica ha solevato alcune perplessità costituzionali riguardo all’eleggibilità di Dutton alla Camera dei Rappresentanti, chiamando in causa il Solicitor-General. Dubbi sono emersi circa il trust della famiglia Dutton, che si pensa abbia beneficiato di oltre 5 milioni di dollari australiani di finanziamenti federali per gli asili di sua proprietà. La legge australiana proibisce infatti ai parlamentari di richiedere e usufruire di finanziamenti federali durante l’esercizio delle proprie funzioni. Valutando la documentazione in suo possesso, il Procuratore ha affermato che Dutton è “not incapable of sitting”. Una volta raccolto il numero sufficiente di firme per mettere per la seconda volta ai voti la sua rimozione dall’incarico, il Premier ha fatto riunire d’urgenza la compagine parlamentare dei liberali alle ore 12 del 24 agosto, nella “party room” a Canberra. Nel “mezzogiorno di fuoco” della politica australiana, Turnbull ha dovuto certificare l’assenza dell’appoggio della maggioranza del Partito, che si è espressa a favore della sua destituzione con un margine di soli 5 voti.

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Fig. 2 – Malcom Turnbull, Primo Ministro del Commonwealth dell’Australia, saluta i giornalisti nella sua conferenza stampa finale da Premier, 24 agosto 2018

“BRUISED AND BATTERED”

A contendersi la carica di leader del Liberals e di Primo Ministro assieme a Dutton, vi erano due fedeli alleati di Turnbull: il Ministro degli Esteri Julie Bishop e il Ministro del Tesoro Scott Morrison. Travalicando ogni aspettativa iniziale, l’energico Treasurer è stato eletto nuovo leader del Partito Liberale, un candidato di compromesso in realtà non troppo distante dalle posizioni politiche di Turnbull, ma che ha saggiamente deciso di cooptare all’interno del suo nuovo Governo Dutton e altri responsabili della caduta dell’ex Premier per mantenere una forte presa sul partito. D’altra parte, Turnbull ha dichiarato che entro questa settimana presenterà le proprie dimissioni da parlamentare, una scelta che creerà parecchi problemi al Partito Liberale e alla coalizione di centro-destra alla guida dell’Australia dal 2013 (i Liberals governano in coalizione con il National Party, movimento che rappresenta gli interessi dell’Australia rurale), considerato che l’esecutivo può fare affidamento su una maggioranza risicatissima. Ogni passo falso rischia seriamente di apportare anche un cambio di maggioranza in Parlamento. A Morrison spetterà l’arduo compito di porre fine alla faida interna a un partito uscito “ferito e indebolito” come non mai nella sua storia recente e, soprattutto, di preparare una nuova generazione di quadri per le imminenti elezioni che dovrebbero tenersi entro maggio dell’anno prossimo, mentre quasi tutti i sondaggi registrano l’aumento dei consensi per il Labour di Bill Shorten.

Raimondo Neironi

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