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Negli ultimi anni la squadra azera del Qarabag è stata protagonista di una grande epopea sportiva, raggiungendo prima l’Europa League e poi la Champions League. Ma la vicenda del club è importante anche per capire l’attuale situazione nel Caucaso e il conflitto tra Armenia e Azerbaijan sul Nagorno-Karabakh. Ne abbiamo parlato con Emanuele Giulianelli, giornalista freelance e autore di ‘Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell’Europa’, un interessantissimo libro su questa vicenda.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a scrivere un libro sul Qarabag? Che cosa rende speciale la vicenda di questa piccola squadra azera?

Il mio interesse per la vicenda del Qarabag parte da lontano e precisamente da un viaggio in Armenia che ho fatto con la mia famiglia tra la fine di agosto e la prima metà di settembre del 2009: in quelle terre ho sentito per la prima volta parlare di Agdam, la città fantasma, la città rasa al suolo. La città che non esiste più. Ricordo che provai ad andarci, ma era off limits e troppo pericolosa, mi dissero: così rinunciai, ma da quel giorno la storia di quel posto e di quella gente è sempre stata presente in una angolo del mio cervello. Inizialmente non c’era l’idea di un libro, ma solamente uno di quei pensieri che ciclicamente ronzano nel cervello: un pensiero che diceva semplicemente Agdam. Poi arrivò il mio inizio con il giornalismo, le mie collaborazioni con testate via via più importanti e il desiderio di far conoscere al mondo quella storia così poco nota, ma che doveva (in un senso imperativo morale) essere raccontata. Così ne scrissi su Eurasianet.org, uno dei maggiori siti di geopolitica del mondo, sulla rivista ufficiale della FIFA e, via via negli anni, sul Corriere della Sera e altri media italiani e internazionali. Finché non ho preso la decisione, con il materiale raccolto nel corso degli anni e i contatti rimediati di giocatori, giornalisti, personaggi politici, di scrivere un libro che narrasse la vicenda nel modo più preciso possibile. La storia del Qarabag e di tutta la guerra del Nagorno-Karabakh, come quella di tutti i conflitti, è stata infatti strumentalizzata dal primo momento in cui un proiettile è stato sparato, da ambo le parti in causa. Il mio intento è stato quello di narrare i fatti, nella maniera più precisa e oggettiva possibile. Come scrivo nel primo capitolo del libro: «Quello che tenterò di fare è raccontare una storia: parlare di ciò che è stato e di ciò che è, con qualche tentativo di ipotizzare ciò che sarà o potrà essere. O che non potrà mai essere. Non mi perderò in polemiche, non cercherò di dire chi ha ragione o chi ha torto: perché in un conflitto tra vicini di casa in cui perdono la vita tra i 1.500 e 2.300 civili e tra i 25.000 e i 36.000 militari, con un milione di profughi costretti a lasciare le proprie case, in una guerra che si protrae per anni, per lustri, per decenni, la ragione si perde».
Ciò che rende speciale la vicenda di questa squadra è il fatto che dal 12 maggio 1993 non gioca una partita in casa, per il motivo che quella casa non esiste più. Quella casa si chiamava, anzi si chiama, Agdam. Da quel giorno il Qarabag è diventato un simbolo per un’intera nazione, per un intero popolo in cui il dramma della guerra e dell’essere rifugiati è ancora vivo: il Qarabag è Agdam, ma è anche l’Azerbaijan intero.

Fig. 1 – Emanuele Giulianelli (a sinistra) con Gurban Gurbanov, tenico del Qarabag e della Nazionale dell’Azerbaijan | Foto: Emanuele Giulianelli

Qual è lo stato del calcio in Azerbaijan? Che ruolo svolge tale sport nella vita politica e sociale del Paese?

Il calcio in Azerbaijan è in decisa crescita, come dimostra il cammino del Qarabag nelle competizioni europee degli ultimi anni, ma anche quello del Neftchi Baku che nel 2012-13 ha raggiunto i gironi di Europa League, fallendo per un soffio la promozione alla fase a eliminazione diretta. La Nazionale sta progredendo, come dimostrato dal ranking FIFA che l’ha vista passare dalla posizione numero 135 del 2014 alla numero 90 del 2016: attualmente la squadra si trova al numero 105, ma è in un momento di totale rinnovamento. Dopo anni di tecnici stranieri, dai nomi prestigiosi come Berti Vogts o Robert Prosinecki, l’AFFA, la Federcalcio azera, ha deciso di rivoluzionare completamente la gestione delle squadre nazionali, affidandosi al più vincente e preparato tecnico locale: dal 3 novembre 2017, infatti, il commissario tecnico della Nazionale maggiore è Gurban Gurbanov, l’allenatore del Qarabag, il quale sta mantenendo il doppio incarico. E la Nazionale Under 21 è stata affidata a Rashad Sadigov, capitano del Qarabag e braccio destro di Gurbanov. L’idea è quella di portare la filosofia vincente di Gurbanov, il suo modo di gestire un club che ha portato a vincere 5 titoli nazionali consecutivi e a disputare i gironi di Champions League, nella Nazionale. La Federazione, infatti, ha l’obiettivo di qualificarsi agli Europei del 2020, i primi che si disputeranno in varie città sparse per il continente e nei quali Baku reciterà un ruolo fondamentale, ospitando anche una partita dei quarti di finale, al punto che in Azerbaijan i campionati d’Europa vengono denominati Baku 2020. E con il nuovo meccanismo di qualificazione della Nations League l’obiettivo può diventare raggiungibile. Da qui, i pesanti investimenti statali nel calcio (e nello sport in generale) che diventa un mezzo per far conoscere l’Azerbaijan e la sua crescita al continente e al mondo intero.

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Fig. 2 – Conferenza stampa di Gurbanov dopo l’incontro di Champions League tra Qarabag e Chelsea, tenutosi a Baku nel novembre 2017

La vicenda del Qarabag è legata a doppio filo al tragico conflitto del Nagorno-Karabakh, che continua a dividere profondamente Armenia e Azerbaijan. Che ruolo gioca lo sport nella rivalità tra i due Paesi? E può essere anche un ponte per riaprire il dialogo tra di loro?

Al momento è davvero difficile pensare a una riapertura di un dialogo tra Armenia e Azerbaijan: o meglio, è possibile far sedere i due contendenti allo stesso tavolo (cosa che è già avvenuta), ma pensare a un ammorbidimento delle posizioni, a un riappacificamento, è qualcosa davvero di là da venire. Sono troppi gli interessi in gioco sullo scacchiere internazionale: un conflitto tra le due parti fa tristemente comodo a molti, troppi attori nello scenario. Nel libro è riportato un lungo dialogo con Mario Raffaelli, che fu il delegato OCSE (all’epoca CSCE) per organizzare una conferenza internazionale di pace per il conflitto nel Nagorno-Karabakh nel 1992. Quello che lui, in sostanza, mi ha spiegato chiaramente è che un conflitto del genere può essere risolto solamente se i Paesi coinvolti sono animati da un sincero intento di trovare una soluzione. Ma, se analizziamo la cornice in cui la vicenda è inserita vediamo chiaramente che la Russia, la maggiore potenza della regione, non è interessata a una soluzione stabile, ma vuole giocare un ruolo a favore degli uni o degli altri a seconda del momento, per poter mantenere la sua presenza militare molto forte nell’area e per poter continuare a fornire armamenti a entrambi le parti in lotta. Nonostante la popolazione azera sia, di fatto, una minoranza iraniana, anche all’Iran va bene che la situazione rimanga tesa. La Turchia è in conflitto secolare con l’Armenia per altre ragioni: insomma, c’è un contesto internazionale abbastanza aggrovigliato e questo complica molto la prospettiva di una pace stabile e duratura. Lo sport non può avere un ruolo in un processo di pace, poiché le ferite sono ancora aperte, essendo i due Paesi ancora ufficialmente in guerra: il primo passo spetta alla politica. Quando ho chiesto a Gurbanov, come riportato nel libro, della possibilità teorica che Azerbaijan e Armenia si possano affrontare nella Nations League, il tecnico mi ha risposto: «Sì, solo in finale potremmo affrontarci. E se succedesse, sarebbe in un campo neutro, senza spettatori. Ma non vorrei mai incontrare il nemico». Una parola che dice tutto del clima che si respira tra i due contendenti.

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Fig. 3 – Incontro tra il presidente azero Aliyev e quello armeno Sargsyan per discutere della situazione nel Nagorno-Karabakh, ottobre 2017

I recenti Mondiali in Russia sono stati un grande successo mediatico e organizzativo. Che impatto possono avere sul futuro sviluppo del calcio in Azerbaijan e negli altri Paesi dell’ex URSS?  

Sinceramente non vedo un nesso tra Russia 2018 e lo sviluppo del calcio negli altri Paesi ex sovietici. Da un punto di vista calcistico, infatti, il cordone ombelicale è stato tagliato da decenni.

Il Qarabag ha avuto un buon successo nelle maggiori competizioni calcistiche europee. Secondo lei, è un successo replicabile da altre formazioni dello spazio post-sovietico? Se sì, perché?

Credo proprio di sì, per il fatto che per molti Stati dell’area il calcio, e lo sport in generale, possono diventare un eccezionale mezzo di promozione internazionale e, come tale, è degno di raccogliere importanti investimenti statali e da importanti aziende private. Mi viene in mente quanto sta facendo il presidente Nursultan Nazarbayev in Kazakistan, con il fondo sovrano Samuryq-Qazyna dal patrimonio quantificabile in oltre 66 miliardi di euro, con la polisportiva Astana, con i successi che ha mietuto nel ciclismo e i buoni risultati nel calcio.

Simone Pelizza

Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell’Europa di Emanuele Giulianelli è pubblicato in Italia da Ultra Edizioni.

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