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In 3 sorsi La politica dell’engagement ha segnato l’approccio degli USA verso la Cina negli ultimi anni, con l’idea che includere Pechino nell’ordine liberale internazionale avrebbe rafforzato il sistema stesso. Tuttavia Trump sembra intenzionato a ribaltare questa linea, considerando che le aspettative degli anni Novanta non sono più al passo coi tempi.

1. L’ENGAGEMENT: LA CINA NELL’ORDINE LIBERALE

La guerra commerciale in atto fra Stati Uniti e Cina fa costantemente notizia, con le due maggiori potenze economiche che si minacciano a vicenda di dazi su beni da vari miliardi di dollari. La politica commerciale della Casa Bianca, all’insegna di un protezionismo quantomeno minacciato, è fondata innanzitutto sulla volontà di invertire la rotta tenuta dagli USA nel recente passato e di riformare i suoi accordi commerciali. Non solo, tale linea va inserita in una precisa idea di politica estera, e questo aspetto è importante soprattutto nei riguardi della questione cinese. Cosa si intende con “invertire la rotta”? Negli anni Novanta, l’Amministrazione Bush sr. e poi quella Clinton avevano messo in atto la cosiddetta politica dell’engagement, che si fondava sull’idea secondo la quale coinvolgere la Cina nel sistema internazionale avrebbe potuto portare a una liberalizzazione del suo sistema economico e, auspicabilmente, anche di quello politico. Il fine era rendere Pechino un responsible stakeholder, ovvero un nuovo attore che, una volta incluso nell’ordine liberale internazionale, avrebbe contribuito a rafforzare tale ordine. Infatti, l’aspettativa era che, estendendo alla Cina principi quali il libero commercio, la libertà di navigazione, la cooperazione internazionale nella risoluzione delle sfide globali, Pechino avrebbe avuto tutto l’interesse a operare per preservarli.

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Fig 1. – Bill Clinton, Presidente dal 1993 al 2001, in un discorso in favore della politica dell’engagement

2. LE ASPETTATIVE DEGLI ANNI NOVANTA

La chiave di volta di questa politica è stato dunque l’ingresso di Pechino, nel 2001, nell’Organizzazione mondiale del commercio, propiziata proprio da Washington. Sorgeva allora l’annosa questione sullo status di economia di mercato per la Cina che, se riconosciuto, imporrebbe ai membri dell’OMC di ridurre molti dei dazi sui beni cinesi. L’aspettativa dell’epoca, che la Cina si evolvesse nel senso di un’economia di mercato, è stata però sostanzialmente frustrata, visto che ancora oggi le imprese e i beni stranieri non hanno pieno accesso al mercato cinese e Pechino continua ad attuare pratiche distorsive della concorrenza (come massicci sussidi statali alle imprese nazionali e forte presenza del Governo nell’economia).
Si pensava infatti che l’arricchimento e l’apertura economica del Paese avrebbe creato una classe media che avrebbe fatto pressione per una democratizzazione. «Nessuna nazione sulla Terra ha scoperto una via per importare beni e servizi dal mondo fermando al contempo le idee straniere ai suoi confini», dichiarava George H. W. Bush. Simili erano le aspettative di Bill Clinton: «Quando gli individui hanno il potere non solo di sognare, ma anche di realizzare i loro sogni, richiederanno una maggior voce in capitolo».

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Fig 2. – Shanghai, simbolo del boom economico cinese

3. BOOM ECONOMICO, MA NIENTE DEMOCRAZIA

La crescita economica sarebbe avvenuta, e anche di dimensioni sbalorditive: 400 milioni di cinesi uscirono dalla condizione di estrema povertà. Per di più, Pechino è diventato il primo esportatore al mondo, nonché il Paese che più esporta verso gli USA. Anche qui le cifre sono impressionanti (come sempre, d’altronde, quando si parla dei numeri dell’economia cinese): nel 1986 l’interscambio tra le due potenze valeva 8 miliardi di dollari, nel 2016 è salito a 578 miliardi. Gli investimenti stranieri, attirati dalle prospettive che un nuovo e immenso mercato offriva, passavano da 47 miliardi nel 2001 a 124 un decennio dopo. Sia chiaro, molti dei meriti di questa crescita sono dei cinesi stessi, a cominciare dalle riforme economiche di Deng Xiaoping negli anni Ottanta, ma indubbiamente l’integrazione del Paese nell’economia internazionale ha dato un potente stimolo.
Ciò che non è avvenuto è la democratizzazione del Paese, e la situazione attuale non fa che confermare i dubbi su questa possibilità. Il dibattito sarebbe lungo, ma innanzitutto possono incidere elementi culturali, primo fra tutti il confucianesimo: la Cina concepisce se stessa (e il mondo) in maniera fortemente gerarchizzata, dove ogni componente della società deve avere il suo posto perché l’armonia (valore di suprema importanza) sia garantita. Inoltre, sembra oggi più corretto dire che l’arricchimento della popolazione l’abbia resa (comprensibilmente) grata, piuttosto che esigente o ostile, nei confronti del Governo.

Antonio Pilati

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Antonio Pilati

Da Brescia, classe 1995. Sono studente di Scienze politiche internazionali. Amo da sempre la storia, di qualsiasi periodo, e la geografia – soprattutto fare ricerche sui vari Paesi e le loro caratteristiche. Sono molto interessato agli Stati Uniti sotto ogni aspetto, in quanto Paese che ritengo avvincente e unico: non solo differente rispetto a qualsiasi altro, ma anche estremamente variegato al suo interno. Sono inoltre appassionato di calcio, di videogiochi strategici e di viaggi – specialmente per le grandi città -, che adoro preparare con la massima precisione.