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In 3 sorsi – L’illegal fishing o pesca non autorizzata è una piaga che affligge i Paesi dell’Africa, in particolare quella occidentale, che si vedono privati di buona parte delle proprie risorse ittiche.

1. LA PORTATA DEL FENOMENO

«Un pesce su cinque, consumato in una capitale occidentale, è probabilmente rubato dalle acque africane». Con queste parole Uhuru Kenyatta, Presidente del Kenya, è intervenuto nel corso del G7 a Charlevoix, in Canada, per denunciare il fenomeno dell’illegal fishing, una piaga che da diversi decenni affligge i mari africani. Questi ultimi sono noti per la loro pescosità e per secoli sono stati fonte di sostentamento per intere comunità costiere. Ben 38 dei 54 Stati africani infatti si affacciano sul mare e il settore ittico rappresenta per moltissimi Paesi un’importante voce del PIL. L’aumento a livello globale del consumo di pesce negli ultimi decenni, però, ha reso le acque del continente particolarmente vulnerabili alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. Sono migliaia i pescherecci che ogni giorno transitano nelle acque africane e illegalmente acquisiscono un bottino che può raggiungere diverse centinaia di migliaia di tonnellate. Le imbarcazioni irregolari sono navi che battono bandiera di convenienza e che provengono principalmente da Cina, Paesi europei e asiatici. Il pesce viene raccolto e trasportato in enormi container e venduto nel resto del mondo.

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Fig. 1 – Mercato del pesce a Zanzibar: il pesce rappresenta la principale fonte proteica per le popolazioni costiere

2. LE CONSEGUENZE SULLO SVILUPPO

La FAO riporta che il 15% della produzione ittica globale è composta da prodotti pescati illegalmente, per un valore di 23 miliardi di dollari all’anno. Nel continente nero il pescato di frodo rappresenta il 15-20% della quota totale, ma in alcuni Paesi raggiunge anche il 40-50%. Le conseguenze sugli ecosistemi e sullo sviluppo socio-economico sono devastanti. A livello ambientale i problemi più grandi sono la cattura e la vendita di specie ittiche protette e in via di estinzione, oltre al ritmo serrato di pesca (overfishing). Catturando pesci in continuazione, infatti, la riproduzione e quindi la ripopolazione dei mari vengono inevitabilmente compromesse. La pesca illecita minaccia però anche i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare delle famiglie e delle comunità che tramite essa vivono. L’Overseas Development Institute, istituto di ricerca internazionale, ha stimato che, debellando il fenomeno della pesca illegale, le industrie ittiche locali potrebbero generare un profitto di circa 3,3 miliardi di dollari, con un aumento di 300mila posti di lavoro solo nella parte occidentale del continente.

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Fig. 2 – Il 90% dei pescherecci utilizza reti a strascico che devastano il fondale marino

3. IL QUADRO REGOLATORIO INTERNAZIONALE

Il sistema di accordi internazionali che regola la tutela dei mari è ancora piuttosto vago, inefficace e non ampiamente condiviso. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce una zona off limits di 200 miglia dagli Stati costieri, oltre i quali la pesca non può avvenire senza licenza. Ma gli sforzi dei Paesi africani per far rispettare questi limiti sono ostacolati dalla mancanza di adeguate competenze e dalle scarse risorse messe a disposizione per sorvegliare aree marittime così vaste. Nel 2016 è entrato in vigore l’Agreement on Port State Measures (PSMA), il primo accordo internazionale che affronta specificamente il problema della pesca illegale. Il PSMA mira essenzialmente a bloccare l’accesso ai porti alle imbarcazioni sospette, impedendo loro di scaricare e vendere il raccolto illecito. Attualmente tale accordo è stato ratificato dall’Unione Europea e da 54 Paesi, dei quali solo 14 africani. A peggiorare la situazione si inserisce la competizione interna e la difesa dei diversi interessi nazionali, che impedisce agli Stati africani di fare fronte comune e adottare una strategia d’insieme nel contrastare il fenomeno.

Valentina Rizzo