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AnalisiTaiwan è un nodo cruciale della contesa tra Stati Uniti e Cina. Dopo un ventennio relativamente tranquillo, l’importanza geopolitica dell’ex isola di Formosa sta riemergendo prepotentemente e costituirà la posta in gioco decisiva nel confronto tra il Dragone e lo Zio Sam.

TAIWAN PER LA CINA

«Risolvere la questione di Taiwan e realizzare la piena riunificazione è aspirazione di tutto il popolo cinese, ed è nell’interesse fondamentale della nazione cinese», ha detto il presidente Xi Jinping al 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese. Pechino vuole annettere Taiwan entro il 2050, l’anno dopo il centenario della fondazione della Repubblica Popolare. La riunificazione è considerata una parte fondamentale del processo di “risorgimento nazionale” voluto da Xi Jinping che dovrebbe completarsi entro la metà del secolo.
Tuttavia la strada che porta alla soluzione della questione taiwanese è lastricata di ostacoli. Innanzitutto nel maggio 2016 il Partito Progressista Democratico (PPD) taiwanese è andato al Governo e ora controlla esecutivo e Parlamento. Il PPD rifiuta il principio “un Paese, due sistemi” promosso da Pechino ed è velatamente pro-indipendenza (linea rossa invalicabile per Pechino), nonostante la presidente Tsai Ing-wen abbia cercato di smorzare la tensione affermando di voler mantenere lo status quo e garantire la pace.

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Fig. 1 – Lo skyline di Taipei, capitale di Taiwan

Prima dell’avvento del PPD, il calcolo cinese prevedeva di raggiungere un’unificazione pacifica attraverso delle concessioni economiche unilaterali verso Taiwan che nel tempo avrebbero trasformato l’interdipendenza economica in influenza politica. Tuttavia questo piano si è rivelato controproducente, in quanto ha suscitato un fermento indipendentista nella popolazione taiwanese, timorosa di perdere la propria indipendenza di fatto, culminato nell’occupazione del Parlamento da parte del Movimento dei Girasoli nel 2014. Messa da parte l’ipotesi di un’unificazione soltanto con mezzi economici, il nuovo piano di Xi sarebbe quello di attrarre sempre più taiwanesi verso la Repubblica Popolare, garantendo parità di trattamento e opportunità economiche notevoli, cercando di raggiungere in questo modo un’integrazione sociale e, in seguito, politica.
Un altro metodo con cui Pechino cerca di indebolire Taiwan è disarticolando la sua rete di rapporti diplomatici e di alleanze. La Cina sta infatti “comprando” uno dopo l’altro i Paesi che intrattengono rapporti con Taipei, ultimi in ordine di tempo Burkina Faso e Repubblica Dominicana, che in cambio dei benefici economici promessi dal Dragone hanno posto fine alle proprie relazioni con Taiwan. Oggi sono meno di venti gli Stati che intrattengono relazioni diplomatiche con l’ex isola di Formosa: per lo più piccoli Stati del Pacifico e il Vaticano.
Nonostante l’unificazione pacifica sia la prima scelta, all’interno della classe dirigente cinese ci sono alcune personalità che premono per la soluzione militare, vista come più sbrigativa, veloce ed efficace. L’utilizzo della forza comporterebbe però principalmente due conseguenze negative per la Repubblica Popolare: l’immediata reazione degli Stati Uniti e del Giappone e il danno d’immagine che subirebbe Pechino, la quale si ritroverebbe ancor più isolata e accerchiata da Paesi alleati di Washington e timorosi dell’assertività cinese. La soluzione militare resta sul tavolo, ma le controindicazioni sono molte.
Taiwan è strategica agli occhi cinesi. La sua conquista permetterebbe di rompere la strategia di contenimento americana e fornirebbe a Pechino una piattaforma logistica fondamentale nel Mar Cinese Meridionale, oltre a rinvigorire il sentimento di appartenenza nazionale. L’ambizione del presidente Xi lo porta a considerare l’annessione di Taiwan come un elemento fondamentale per consacrare la sua leadership e suggellare il suo contributo alla storia della Cina, sancendo il ritorno allo status imperiale. Ma a Taipei guardano con grande interesse anche gli Stati Uniti, intenzionati a stroncare sul nascere qualsiasi velleità di “risorgimento nazionale” cinese.

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Fig. 2 – Repubblica Dominicana e Cina stabiliscono formali relazioni diplomatiche, 1° maggio 2018

TAIWAN PER GLI STATI UNITI

Gli Stati Uniti sostengono formalmente la One China Policy, ovvero riconoscono una sola Cina dal 1979. Malgrado ciò, la “provincia ribelle” di Taiwan costituisce uno strumento utile per esercitare pressioni sulla Repubblica Popolare e un’importante leva negoziale per ridefinire i rapporti sino-americani. Per queste ragioni gli USA stanno intensificando i rifornimenti militari verso Taipei, costituendo il principale garante della sicurezza dell’isola.
Secondo fonti militari le forze armate taiwanesi acquisiranno presto cento carri armati statunitensi M1A2 Abrams per rilanciare le proprie forze corazzate, sostituendo i datati M60 e M48. Inoltre il 17 luglio scorso a Taiwan si è tenuta una cerimonia in occasione della piena operatività raggiunta dal secondo squadrone di elicotteri d’attacco Boeing AH-64E Apache. La Presidente Tsai ha definito l’evento una «importante pietra miliare» verso l’attuazione della strategia di “deterrenza multipla” contro eventuali invasioni militari.  In aggiunta il Ministro della Difesa taiwanese ha rivelato che il suo Paese sta negoziando con gli Stati Uniti una eventuale acquisizione degli F-35B (versione a decollo breve e atterraggio verticale), che garantirebbero una notevole flessibilità in caso di guerra con la Cina, non avendo bisogno di lunghe piste aeree, estremamente vulnerabili ai missili balistici cinesi, per essere utilizzati.
A livello diplomatico il 16 marzo scorso è poi entrato in vigore il Taiwan Travel Act, provvedimento USA che si pone lo scopo di incoraggiare lo scambio di visite tra funzionari di alto livello statunitensi e taiwanesi, suscitando le ire di Pechino. Inoltre è stato inaugurato l’American Institute of Taiwan, definito dal suo presidente James Moriarty come una pietra angolare delle relazioni bilaterali tra Washington e Taipei.
Strategicamente Taiwan rientra in quell’arco di contenimento anti-cinese che va dal Giappone all’India, passando per Corea del Sud, Filippine, Indonesia e Vietnam. Una cintura di sicurezza legata e tenuta insieme dagli Stati Uniti per strangolare la Cina e impedire che Pechino espanda la sua influenza in Asia orientale. Taipei in questa cornice costituisce una cruciale portaerei statunitense puntata verso il territorio cinese.

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Fig. 3 – Tsai Ing-wen, Presidente di Taiwan, presenzia alla cerimonia per la piena operatività raggiunta dal secondo squadrone di elicotteri d’attacco Boeing AH-64E Apache

UN VASO DI COCCIO TRA DUE SUPERPOTENZE

Taiwan rappresenta il vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro, Cina e Stati Uniti. L’annessione dell’ex isola di Formosa è un’ossessione per la classe dirigente cinese, convinta che l’esistenza stessa di Taiwan sia una minaccia al modello di sviluppo cinese e impedisca alla Cina di ridiventare una grande potenza mondiale. Le possibilità che Pechino invada l’isola sono basse a causa della complessità dell’operazione e delle conseguenze che potrebbe comportare: più probabile l’utilizzo di metodi ibridi attraverso attacchi cibernetici alle reti e alle infrastrutture di Taiwan e tecniche di infowar in grado di alterare le percezioni, oltre al già menzionato piano di integrazione sociale dei taiwanesi in Cina.
Difficile che tutti questi progetti di Pechino risultino risolutivi nel breve-medio termine e riescano a porre fine alla questione taiwanese, a meno che uno degli attori coinvolti non tiri eccessivamente la corda: per esempio se Taiwan si dichiarasse indipendente a seguito delle prossime elezioni del 2020, l’escalation sarebbe praticamente inevitabile.
In ogni caso gli Stati Uniti continueranno a sfruttare Taiwan come arma negoziale e strumento di pressione verso Pechino, in ossequio alla strategia di contenimento del Dragone che si andrà rafforzando nei prossimi anni. Sia i dazi che il miglioramento dei rapporti con Taipei rientrano in questo tentativo statunitense di sfruttare l’attuale finestra di opportunità per stroncare le ambizioni cinesi e mantenere il dominio globale. La Cina parallelamente cercherà di sopperire alle deficienze strutturali che attualmente la caratterizzano, per poter contendere l’egemonia globale agli Stati Uniti e scacciarli dall’Asia-Pacifico.
I dubbi sulle possibilità di realizzazione delle ambizioni cinesi sono tanti, ma è certo che a Taiwan e per Taiwan si giocherà la partita decisiva di questo confronto.

Edoardo Crivellaro

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