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In 3 sorsi – La decisione degli Stati Uniti dell’8 maggio di uscire dal JCPOA, il cosiddetto accordo sul nucleare iraniano, ha avuto una grande eco internazionale. Nuove sanzioni e un rinvigorito clima di tensione hanno impattato anche sulla situazione interna iraniana, innescando scioperi e proteste

1. L’USCITA DALL’ACCORDO E LE TENSIONI INTERNAZIONALI

L’accordo sul nucleare iraniano è ormai crollato sotto gli incessanti attacchi della nuova Amministrazione USA. Mentre la ritirata statunitense potrebbe riaprire le porte all’arricchimento e allo stoccaggio di grandi quantità di uranio e alla riattivazione di centri per processare il plutonio, a preoccupare Teheran sono soprattutto le sanzioni che rientreranno in vigore in due scaglioni, rispettivamente 90 e 180 giorni dopo l’uscita dal JCPOA. Tali misure limiteranno i commerci di metalli e minerali, ridurranno l’export di prodotti iraniani e impediranno l’acquisto di dollari americani. Centrali però sono le sanzioni relative ai commerci portuali e al petrolio, che contribuisce al 60% dell’economia iraniana e che viene venduto in tutto il mondo – e tale mancata produzione potrebbe essere compensata da un aumento di quella saudita. Inoltre, accanto alle sanzioni primarie direttamente rivolte a soggetti giuridici statunitensi, il quadro sanzionatorio si arricchisce di divieti secondari ai danni di organizzazioni non americane che intratterranno rapporti commerciali con Teheran. A causa di tali disposizioni alcune aziende come la francese Total hanno già annunciato il ritiro dal mercato iraniano.

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Fig. 1 – Il Presidente Trump firma un memorandum che riattiva le sanzioni contro l’Iran

2. IL MALCONTENTO INTERNO

Le sanzioni in arrivo e le pressioni esercitate dagli USA e dai suoi alleati regionali intendono anche danneggiare la stabilità del regime iraniano, che è già sottoposto a tensioni interne notevoli. Da una parte, il “riformista” Rohani è accusato da esponenti clericali e militari ultraconservatori di essersi svenduto all’Occidente. Dall’altra, la popolazione ha già sofferto un aumento dei prezzi, che rischia di peggiorare con le sanzioni. Il costo dei beni di prima necessità in un anno è salito del 10%, il rial si è svalutato di oltre il 50% rispetto al dollaro e il denaro investito in politica estera non ha accennato a diminuire, come abbiamo ricordato recentemente. Esemplificativa è la protesta dei commercianti del Gran Bazar di Teheran, i Bazarji che hanno scioperato per diversi giorni alla fine del mese di giugno contro il carovita. Gli scioperi hanno intaccato diverse città, trovando un terreno fertile in tutti i settori: gli insegnanti a Yazd, gli infermieri e gli operai siderurgici a Ahvaz e i ferrovieri a Tabriz. Le forze di sicurezza sono intervenute per sedare le proteste, dove un uomo avrebbe perso la vita, notizia poi smentita dal ministro degli Interni, riportando la situazione alla normalità. Nonostante ciò, il clima in Iran è tutto fuorché disteso. L’uscita americana dal JCPOA, l’inflazione alle stelle, nuove sanzioni e l’assenza di un piano economico adeguato hanno riportato alla luce tensioni endemiche a un sistema eterogeneo e tradizionalmente frammentato, sia politicamente sia economicamente.

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Fig. 2 – Il Gran Bazar di Teheran chiuso per protesta il 25 giugno

3. QUALI SCENARI FUTURI?

Le sfide del Governo di Rohani, finora appoggiato dalla guida suprema Ali Khamenei, si giocano a livello internazionale e locale. L’attuale Presidente della Repubblica Islamica ha sempre riconosciuto l’importanza di rapporti diplomatici distesi e ha cercato più volte di sfuggire all’isolamento. Il deterioramento dei rapporti con l’Amministrazione di Trump pone però ora nuove sfide all’Iran. Rohani ha così recentemente espresso la necessità di guardare «a Est e a Ovest». L’Europa, infatti, si è mostrata alquanto scettica sulla decisione statunitense di porre fine al JCPOA: l’Iran punta su queste frizioni con gli USA per consolidare le relazioni con il Vecchio continente. Allo stesso tempo Teheran guarda con grande interesse a Cina e India, che hanno promesso di mantenere (e incrementare) i commerci petroliferi. Internamente, le proteste dei Bazarji, che nel 1979 aprirono le porte al ritorno di Khomeini, non fanno ancora pensare a una rivoluzione. È però evidente il malcontento sociale e la sfiducia verso l’attuale Presidente, che potrebbe essere allontanato a favore di una figura più radicale, le cui azioni potrebbero poi esacerbare ulteriormente le tensioni internazionali.

Francesco Teruggi

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Francesco Teruggi

Sono nato nel 1993 in un piccolo paese immerso nelle risaie novaresi. Terminato il Liceo Classico, mi sono trovato di fronte a un bivio: ingegneria fisica o filosofia? Ho così optato per psicologia. Mi sono dunque trasferito a Milano, dove ho frequentato sia la triennale sia la magistrale, a parte l’ultimo semestre in cui ho scritto la tesi in Olanda. Insieme a nicotina e caffè (geopolitici e non), mi sono avvicinato alle relazioni internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente. Mi sono così iscritto a un Master in Middle Eastern Studies per comprendere al meglio la regione. Sono particolarmente interessato alle narrazioni circa le dinamiche di potere e di desiderio che intercorrono fra attori non-statali e società civile (se vi sembra strano, ricordate che ho pur sempre fatto psicologia).