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sabato 29 Febbraio 2020
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    Helsinkigate: i passi falsi del tycoon

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    In 3 sorsi Donald Trump e Vladimir Putin si sono di recente incontrati ad Helsinki, in Finlandia; entrambi i leader hanno ripetutamente manifestato la volontà di migliorare i non idilliaci rapporti tra Russia e Stati Uniti. Tuttavia, durante la conferenza stampa congiunta, le cose non sono andate esattamente come alcuni prevedevano.

    1. IL VERTICE

    In un vertice tra due potenze quali Stati Uniti e Russia gli argomenti di discussione (e di scontro) di certo non scarseggiano; Trump e Putin hanno toccato quasi tutti i temi più “scottanti” per entrambi, dalle sanzioni economiche contro la Mosca, all’annessione della Crimea – definita illegittima da Trump. I due leader non hanno naturalmente dimenticato la Siria, ribadendo l’impegno a distruggere lo Stato Islamico e a difendere la sicurezza dello stato di Israele.
    Durante la conferenza stampa, tuttavia, Trump, pungolato sul Russiagate dagli stessi giornalisti statunitensi, interessati principalmente a tematiche inerenti quest’ultimo, senza quasi toccare gli altri temi di discussione, ha dichiarato di non vedere alcuna ragione particolare per la quale la Russia avrebbe dovuto influenzare le elezioni presidenziali nel 2016, insinuando addirittura di fidarsi di più della parola di Putin che dell’intelligence statunitense. «Mi hanno detto che è stata la Russia. Adesso Putin mi ha detto che non è opera loro», ha dichiarato di fronte alla stampa internazionale: «…io dico questo. Non vedo perché la Russia dovrebbe aver fatto una cosa del genere. […] Mi fido molto della mia intelligence, però vi dirò che Putin è stato estremamente deciso nel suo rifiuto».

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    Fig. 1 – Donald Trump e Vladimir Putin durante la conferenza stampa.

    2. I REPUBBLICANI…

    Inutile dire che queste dichiarazioni sono state sufficienti per innescare un piccolo terremoto politico, sia tra i democratici che – soprattutto – tra i repubblicani.
    Per quanto la situazione sia “spinosa” per molti membri del GOP, che si trovano ad appena due mesi dalle midterm di novembre a criticare un Presidente decisamente popolare presso l’elettorato di riferimento (che non ha mai attribuito grande importanza al Russiagate), la maggior parte non ha lesinato qualche nota indiretta di biasimo nei confronti delle parole di Trump.
    John McCain, Mitch McConnell, Paul Ryan: tutti personaggi ai quali il successo di Trump era stato in passato angusto, non hanno risparmiato critiche all’atteggiamento del Presidente. Il senatore John McCain (R-Arizona), ha chiaramente affermato: «ciò che Trump ha fatto rappresenta, per quanto ne ricordi, la peggiore prestazione di un Presidente [in politica estera]. […] Nessun Presidente si è piegato in modo così abietto ad un tiranno».
    Paul Ryan, Speaker uscente della Camera dei Rappresentanti (R-Wisconsin), pur con un tono più conciliante, è stato perentorio nell’attribuire la colpa degli attacchi hacker durante le elezioni 2016 alla Russia, sottolineando i doveri del Presidente di sforzarsi e porre fine “ai vili attacchi [dei russi] contro la democrazia”. Mitch McConnell, majority leader in Senato, a seguito dell’invito che Donald Trump ha rivolto a Vladimir Putin per una visita a Washington nell’autunno, ha affermato che l’invito non è stato esteso anche al Congresso (cosa abbastanza consuetudinaria in queste circostanze).

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    Fig. 2 – Mitch McConnell commenta l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin.

    3. …E GLI ALTRI

    C’è anche chi ha reagito positivamente all’incontro con Putin: è il caso del senatore del Kentucky Rand Paul (R), più vicino, a differenza dei colleghi sopracitati, a posizioni meno interventiste e ben più isolazioniste. Quest’ultimo ha condannato infatti la mancanza assoluta di dialogo tra le parti, sottolineando come “milioni di vite potrebbero essere a rischio”, senza che questo implichi il considerare la Russia in ogni caso un paese alleato.
    Compatto nella critica è stato invece il Partito democratico, che si è subito scagliato contro l’incapacità di Donald Trump; più di un rappresentante dei democratici ha affermato che l’interprete del Presidente dovrebbe essere interrogato, per scoprire se effettivamente  “ha agito negli interessi degli Stati Uniti”. Durante l’incontro, infatti, secondo il volere dei due leader, non era presente nessun funzionario governativo al di fuori dei due capi di stato e dei rispettivi interpreti, che tuttavia sono tenuti a non rilevare nulla.
    Un altro rappresentante democratico (Richard Blumenthal, Connecticut) ha cupamente affermato che l’influenza russa nelle elezioni 2016 è un evento tanto grave quanto l’11 settembre: “Siamo in un’emergenza come quella dell’11 settembre: il nostro Paese è sotto attacco”, ha commentato il preoccupato Senatore.

    Vincenzo G. Romeo

     

     

    Vins G. Romeo
    Vins G. Romeo

    Nato nel 1997, studio Economia a Bologna. La politica americana si somma ai miei già numerosi interessi in politica internazionale, storia ed economia, in particolare dopo un fruttuoso scambio accademico alla University of California, Los Angeles.

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