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Il Presidente egiziano si troverà oggi a dover replicare alle richieste di dimissioni giunte dalle opposizioni e dalle Forze Armate: in caso di risposta negativa da parte di Morsi, Tamarrud ha annunciato che attuerà pratiche di disobbedienza civile, mentre i militari intendono intervenire direttamente per guidare la fase di transizione.

 

IL CAIRO, 3 LUGLIO, ORE 17 – In Egitto oggi sarà un giorno particolarmente intenso e dagli esiti incerti: scadono, infatti, i due ultimatum lanciati a Morsi rispettivamente dal fronte d’opposizione di Tamarrud (che ha nominato el-Baradei come portavoce) e dalle Forze Armate. Da parte sua, il Presidente non ha accettato le richieste delle controparti, trovandosi nel frattempo alle prese con le dimissioni del Primo Ministro e di cinque membri del Governo, compresi quelli di Esteri e Difesa. Morsi ha avuto anche un colloquio telefonico con Obama, il quale si è detto sinceramente preoccupato, ma fiducioso nel processo di democratizzazione dell’Egitto. Tuttavia, se da un lato gli esponenti di Tamarrud hanno annunciato che dal pomeriggio di oggi cominceranno una serie di azioni di disobbedienza civile, dall’altro lato l’esercito ha preannunciato il proprio intervento diretto per risolvere la crisi attraverso un percorso guidato.

 

UN MODELLO TURCO? – La linea delle Forze Armate, accolta favorevolmente dalle opposizioni, ha incontrato, invece, la dura replica del fronte governativo, in particolare del ramo politico della Fratellanza Musulmana, che accusa i vertici militari di mirare al colpo di Stato. Secondo l’esercito, l’ultimatum deve intendersi non come una fondata minaccia di ingerenza armata, bensì come uno sprone per la rapida risoluzione della vicenda. Non è da escludersi, però, che si giunga a una situazione simile a quella della Turchia nel 1997, quando le Forze Armate costrinsero incruentemente il primo ministro Erbakan alle dimissioni, favorendo un riassetto delle dinamiche di potere nel Paese e una trasformazione del fronte dell’Islam politico. In Egitto è in atto una vicenda analoga, con uno scontro diretto tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana per il governo della transizione ancora in corso dopo la caduta di Mubarak.

 

LUCI E OMBRE – In ogni caso, da stasera si assisterà in Egitto all’avvio di una nuova fase dai contorni non ancora del tutto delineati. L’obiettivo delle Forze Armate è persuadere Morsi alle dimissioni per avviare un processo di revisione di quanto realizzato nel Paese nell’ultimo anno e assumere il ruolo che Lorenzo Nannetti, de “Il Caffè Geopolitico”, ha definito di «kingmaker», vale a dire essere in grado di decidere a chi competa il controllo del potere. I sostenitori del Presidente e la Fratellanza Musulmana, però, potrebbero opporre una forte resistenza, fino ad accettare l’apertura di un fronte di scontro armato: l’incerta transizione, in questo senso, porterebbe in discussione addirittura la stessa unità dell’Egitto, considerato che all’impasse istituzionale deve essere aggiunta l’assenza di controllo in alcune aree del Paese, al punto che, come disse Alberto Negri in un’intervista al “Caffè”, già da aprile fonti diplomatiche parlavano non solo di una situazione opaca, bensì di «guerra civile alle porte».

 

Beniamino Franceschini

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