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RistrettoIl Consiglio Europeo si chiude con un accordo al ribasso sull’immigrazione. L’Italia ottiene probabilmente il massimo possibile, ma non basta.

Il Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno, per quanto riguarda l’immigrazione, si chiude con un accordo al ribasso, come era del resto prevedibile. L’Italia è riuscita a strappare alcune concessioni (probabilmente ottenendo il massimo), ma non abbastanza da controbilanciare l’esito complessivo del vertice. Nel documento conclusivo si riconosce che i confini esterni dell’UE sono confini europei e si decide l’aumento del Fondo per l’Africa, che viene portato a 3,5 miliardi di euro per l’intero continente (la sola Turchia, però, ha ricevuto ben 6 miliardi di euro). Tuttavia, nel documento non si parla un granchè della riforma dei Trattati di Dublino (se non per rimandarla al futuro prossimo) e si ribadisce che spetta al Paese di primo ingresso (leggi: l’Italia) accogliere e gestire i migranti. Inoltre, si stabilisce che, in attesa di creare centri in territorio africano, devono essere i Paesi di primo ingresso a dover eventualmente istituire centri di accoglienza (hotspot). I Paesi europei si impegnano poi a combattere il fenomeno dei movimenti secondari (cioè movimenti di migranti tra diversi Paesi dell’Unione Europea). Il tutto è completato dalla previsione che l’accoglienza potrà sì essere condivisa tra gli Stati membri, ma solo su base “volontaria”. Non serve molto acume per capire che l’elemento della volontarietà è destinato a prevalere sulla condivisione, visto che ad oggi praticamente nessun Paese è disposto ad aiutare concretamente l’Italia nella gestione dell’immigrazione. L’accordo, raggiunto dopo ore di tensione, mira a salvare la faccia dei partecipanti, a evitare il veto italiano sulle conclusioni del Consiglio Europeo, a preservare il governo di Angela Merkel da una potenziale crisi politica al suo interno e a salvare il sistema Schengen (se non addirittura la stessa Unione Europea). Tuttavia, il prezzo da pagare è alto e consiste nella sostanziale presa d’atto dell’impossibilità di un cambio di passo sulla gestione dell’immigrazione. Se questo accordo porterà a qualche minimo risultato concreto è ancora da vedere, ma, dal punto di vista italiano, rimane comunque deludente.

Davide Lorenzini

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Davide Lorenzini

Sono nato nel 1997 a Milano, dove studio Giurisprudenza all’Università degli Studi. Sono appassionato di politica internazionale, sebbene non sia il mio originario campo di studi (ma sto cercando di rimediare), e ho ottenuto il diploma di Affari Europei all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Nel Caffè, al cui progetto ho aderito nel 2016, sono co-coordinatore della sezione Europa, che rimane il mio principale campo di interessi, anche se mi piace spaziare.

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