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Analisi – Il nuovo boom di crescita delle economie del Sud-est asiatico ha portato a uno sfruttamento intensivo delle risorse locali. In particolare, la massiccia portata del fiume Mekong viene vista come fonte di energia idroelettrica e sottoposta a numerosi progetti di sbarramento, mettendo in pericolo l’ecosistema fluviale e la sussistenza delle popolazioni locali.

UNA REGIONE RICCA DI RISORSE NATURALI

Il fiume Mekong è classificato come il dodicesimo fiume più lungo del mondo, e scorre per circa 4.345 kilometri dall’altopiano tibetano sino alla foce nel Sud del Vietnam. Oltre al Vietnam, il Mekong attraversa Cina, Myanmar, Laos, Thailandia e Cambogia, rappresentando la prima fonte economica per oltre 50 milioni di persone che vivono lungo il suo corso. La biodiversità del fiume conta più di 950 specie, molte delle quali edibili: offre acqua potabile, cibo, rende fertili i terreni e porta prosperità alle foreste circostanti, oltre ad essere la via di trasporto più usata dalle popolazione locali. Gli Stati attraversati dal Mekong hanno subito riconosciuto il suo potenziale idroelettrico, ed hanno cominciato a pianificare la costruzione di dighe come parte dei propri programmi di crescita economica fin dal secondo dopoguerra. Tale progettazione necessita la collaborazione di tutti i Governi che controllano il bacino idrografico, in quanto sia i profitti che le conseguenze delle dighe saranno condivisi, come anche i trasferimenti di capitale e le tecnologie provenienti da investimenti esteri.

L’idroelettrica è riconosciuta come una fonte di energia pulita ed economica, soprattutto se paragonata ai combustibili fossili. Tuttavia, per progetti su grande scala (con lo sbarramento di milioni di metri cubi di acqua), anche le dighe possono avere un impatto negativo sulle comunità dipendenti dai servizi ecologici del fiume, come l’accesso ad acqua potabile e l’irrigazione per le colture. Oltre alla distruzione dell’equilibrio tra ecosistema e comunità indigene, modificare la portata fluviale comporta anche alterare la qualità dell’acqua e della biodiversità esistente. Inoltre, dal momento che il settore idroelettrico ha un livello di impiego trascurabile, la popolazione locale è costretta a migrare alla ricerca di alternative economiche (o di terreni coltivabili).

Il ruolo fondamentale del fiume indocinese richiede più di un’attenta progettazione: sulle proprie rive esso ospita una totalità di 70 milioni di persone appartenenti a circa 90 gruppi etnici differenti, due terzi dei quali dipendono dalla pesca di piccola scala per la loro sussistenza.

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Fig. 1 – Pescatori al lavoro sul Mekong nella provincia cambogiana di Kandal

INVESTIMENTI ESTERI

Nel Sud-est asiatico, nonostante lo sviluppo del fiume Mekong sia stato preso in considerazione fin dagli anni ’60, la concreta realizzazione dei progetti è stata ritardata per mancanza di capitale, instabilità politica, difficile accessibilità geografica e preoccupazioni ambientali. Tuttavia, essendo una zona geografica ricca di risorse naturali e bisognosa di una crescita economica diffusa, gli investimenti sia infra-regionali che internazionali non sono tardati ad arrivare.

Ad oggi, nel bacino superiore del Mekong (provincia cinese dello Yunnan), il potenziale idroelettrico raggiunge una quota stimata di 23 mila MW. Già 6 dighe principali sono operative, due delle quali hanno significative capacità di deposito (tra i 15 e 22 mila milioni di metri cubi di acqua), e influenzano la distribuzione stagionale di flusso verso il bacino inferiore. Infatti, quando le dighe progettate hanno limitata capacità di regolare il flusso di acqua rilasciata, i rischi successivi sono forti squilibri tra la stagione umida e quella secca, danneggiando l’agricoltura e impedendo la migrazione di specie acquatiche. Inoltre, nel marzo 2016, la Cina ha ospitato i leader politici di Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia e Vietnam per proporsi come “guida politica per la cooperazione regionale”, annunciando l’opportunità di concedere prestiti ai Paesi intenzionati alla costruzione di infrastrutture idroelettriche. Spostandoci un po’ più a sud, il Laos gioca un ruolo importante all’interno del progetto di sviluppo energetico del Mekong; infatti il suo terreno montagnoso e le abbondanti precipitazioni annuali formano un potenziale idroelettrico considerevole. Il 35% dell’estensione del fiume attraversa lo Stato, che punta allo sfruttamento di questa risorsa con la costruzione di circa 60 dighe. 11 mega dighe verranno posizionate sul tratto principale del bacino inferiore (che esclude la provincia cinese dello Yunnan), 8 delle quali in Laos, con un potenziale calcolato tra 18 e 24 mila MW. Ma il settore idroelettrico non è una novità per il Paese: infatti l’energia prodotta da dighe minori figurava già negli anni ’80 come maggiore fonte di export, tre quarti della quale veniva importata dalla Thailandia con contratti di acquisto. Varie ragioni hanno condotto un Paese come la Thailandia a diventare un netto importatore di energia dai vicini (Laos e Myanmar): primi fra tutti il tema della sicurezza energetica per il proprio sviluppo economico interno e la riconsiderazione del nucleare dovuta a forti critiche dell’opinione pubblica. Tuttavia, la corsa alle risorse non coinvolge solo le nazioni del Sud-est asiatico: Giappone e Paesi nordici (in particolare la Svezia) si collocano in prima fila per il loro impegno nel finanziare infrastrutture e transfer di tecnologie nella regione tramite svariati memorandum di intesa. D’altro canto, il bisogno di entrate stabili e di valuta estera rendono un Paese come il Laos un partner molto collaborativo; il Governo laotiano ha aperto il suo capitale naturale ad investimenti esteri prendendo parte al mercato regionale e globale (dal 1997 Vientiane è membro dell’ASEAN e dal 2012 della World Trade Organization). Per il Laos infatti, l’ energia idroelettrica è considerata un’importante risorsa per alleviare la povertà ed aumentare il tasso di industrializzazione, anche se spesso con gravi conseguenze socio-ambientali.

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Fig. 2 – Summit in Vietnam del Greater Mekong Subregion Economic Cooperation Program (GMS), marzo 2018

SVILUPPO ECONOMICO: UNA CONVERSAZIONE SBILANCIATA

Varie analisi sulle politiche di sviluppo, come quella di Routledge per lo sviluppo elettrico nella regione indiana del Gujarat o di Oliver Hensengerth per le dighe in Laos,  suggeriscono che i progetti di modernizzazione situati in Paesi del Terzo Mondo sono spesso finiti con il provocare più svantaggi che vantaggi. Questo avviene principalmente per via dell’egemonia della cultura razionale “occidentale”, che contempla il pensiero scientifico come unico strumento del policy-making e tende a scartare una conoscenza nativa considerata “non-moderna”. Nel caso delle dighe energetiche, il piano di sviluppo vede la razionalizzazione dell’abbondanza della risorsa naturale e lo spiegamento del progresso tecnologico. Poi, essendo un investimento ad alto capitale con alti profitti derivati dallo sfruttamento di una risorsa non costosa, lo sviluppo idroelettrico mobilita principalmente Governi e attori privati, ignorando spesso le opinioni della società civile. All’interno di Paesi con sistema politico monopartitico, come Laos, Myanmar o Vietnam, è più difficile trovare specifiche leggi che tutelino le popolazioni locali,  come ad esempio il diritto di proprietà delle comunità indigene, con chiari vantaggi per lo schieramento pro-sviluppo. In tempi recenti la società civile dell’area del Mekong però è stata in grado di organizzarsi e di ingaggiare un nuovo tipo di discorso politico con i propri Governi, soprattutto attraverso la resistenza non violenta. I leader della resistenza sono organizzazioni non-governative come Save the Mekong e TERRA (Towards Economic Recovery and Regional Alliance). Sono ben supportati dal mondo digitale, per esempio dal sito di International Rivers, che pubblica costantemente aggiornamenti anche in collaborazione con il mondo accademico. Un altro mezzo è Radio Free Asia, i cui reportage sono stati spesso ripresi da importanti periodici internazionali come l’Economist.

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Fig. 3 – Vertice del World Economic Forum sulla regione del Mekong nell’autunno del 2016

UN FUTURO SOSTENIBILE PER IL MEKONG?

Dando uno sguardo alle caratteristiche costituenti lo sviluppo idroelettrico, è facile individuare innanzitutto un gioco intricato di attori istituzionali. Specialmente i progetti transnazionali come le mega dighe non sono solo una faccenda interna, ma coinvolgono una cornice più ampia di autorità politica condivisa. L’interesse economico nazionale nello sfruttare una propria risorsa per la sicurezza energetica è solo un tassello del processo decisionale: ad esempio, l’autorità del Governo laotiano è limitata. La direzione del progetto è modellata poi dalla presenza di capitali esteri e da accordi di esportazione (in particolare con Thailandia e Cina). In questo crocevia di poteri, la volontà politica del Paese “ospitante” rimane limitata. In conclusione, il lungo cammino che porterà Laos, Cambogia, Myanmar, Vietnam e Thailandia (il Paese più avanzato) a raggiungere i vicini del Nord-est asiatico vede come ingrediente primario l’affidarsi all’abbondanza di risorse naturali. La questione idroelettrica lega questi 5 Paesi tanto quanto il fiume Mekong alimenta stili di vita simili che dipendono dalle sue acque fertili. I movimenti di resistenza chiedono ai Governi di questi Paesi di garantire i diritti delle comunità locali e di considerarle come fattori contribuenti allo sviluppo sostenibile dell’area. Grazie ai network digitali, ora la lotta e le richieste di queste comunità sono conosciute da migliaia di persone, che possono estendere a loro volta il raggio di influenza e creare massa critica. Dare il potere ai singoli individui con la forza dei diritti umani e di proprietà significa spesso attivare un intero popolo, intensificando l’efficacia delle azioni collettive. Tuttavia, soprattutto in regimi politici semi-democratici o autoritari, la voce delle comunità locali continua ad essere ignorata e addirittura repressa da azioni coercitive  nei loro confronti. Fanno da esempio i progetti di gasdotti in Myanmar diretti verso la Cina: la costruzione di queste strutture ha infatti colpito aree dove erano già presenti tensioni etniche, provocando violenti scontri tra esercito nazionale e vari gruppi armati, accompagnati da abusi sessuali e azioni repressive contro gli abitanti locali.

Benedetta Mantoan

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