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In 3 sorsi – Le elezioni federali in Messico si terranno il primo luglio. Lo scontro è tra candidati, Lopez Obrador, Meade, Anaya, che si contendono un Paese in crisi di credibilità. Il tutto nel pieno delle trattative per il rinnovo del Nafta e con l’incubo del muro agitato da Donald Trump.

1. LA VIOLENZA NEL PAESE

Nelle ultime 24 ore due candidate alle elezioni locali in Messico sono state uccise a colpi di arma da fuoco negli Stati centromeridionali di Oaxaca e Puebla. Da quando è iniziata la campagna elettorale per le elezioni federali del primo luglio, almeno 107 politici sono stati assassinati in tutto il Paese. Quella che si sta consumando in questi mesi è solo l’ultimo atto di una scia di devastazione iniziata nel dicembre 2006, con l’annuncio da parte dell’allora presidente Felipe Calderón della guerra al narcotraffico e ai cartelli delle droga, continuata poi, senza riconoscerlo apertamente, da Enrique Peña Nieto, fino a oggi.
Sono gli effetti indesiderati di una operazione già persa in partenza, che a tratti è sembrata diventare una vera e propria guerra civile e che negli ultimi dieci anni ha provocato 100mila morti, un numero imprecisato di dispersi, e centinaia di migliaia di sfollati, in particolare negli stati di Guerrero, Tamaulipas e Michoacán, senza garantire peraltro una seppur minima certezza della pena, con una tasso di impunità degli omicidi che arriva al 98%.
Dietro al boom economico e alla forza delle grandi città, che mascherano il Paese come potenza emergente, vi sono distretti sottosviluppati in preda alla violenza dei cartelli e delle forze paramilitari, che hanno il monopolio della forza, emigrazione di massa che si scontra con le nuove imposizioni anti-immigrati dell’Amministrazione Trump e disparità economiche e sociali profondissime.

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Fig. 1 – Il presidente uscente Enrique Peña Nieto

2. LA CRISI DEI PARTITI TRADIZIONALI

Non sorprenda quindi come alla vigilia di queste elezioni presidenziali i sentimenti più diffusi siano sfiducia, rabbia, ma anche rivalsa verso i due partiti tradizionali che hanno governato il Paese negli ultimi 18 anni: il PAN, Partito d’Azione Nazionale, ma soprattutto il PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale, il quale dopo lungo tempo al vertice – ha dominato la politica messicana dalla sua costituzione nel 1929 sino al 2000 – è percepito come il simbolo stesso di un potere distante e corrotto.
A soli sei anni dalla elezioni presidenziali del 2012, che consacrarono Henrique Peña Nieto homo novus del Paese presentatosi come riformatore, al PRI pesano, oltre ai problemi sociali e di sicurezza non risolti, la caduta di popolarità e il crollo d’immagine di un leader su cui erano state poste notevoli, forse troppe, speranze. Ecco perché sembra molto improbabile una affermazione del candidato attuale del PRI, José Antonio Meade, che sebbene sia stato scelto perché esterno al partito, è stato ministro sia nell’Amministrazione Calderón che in quella Nieto ed è dato ad appena al 20% dei consensi. Anche il PAN, partito che racchiude al suo interno sia istanze moderate che fortemente conservatrici, sembra pagare una relativa vicinanza con le strutture di potere ritenute colpevoli dell’attuale condizione in cui versa il Paese, sebbene abbia potuto trarre parzialmente vantaggio dall’attuale opposizione verso il Governo in carica. Il candidato Ricardo Anaya, fino a qualche settimana fa Pesidente del PAN, infatti, non arriva al 30%, nonostante il sostegno del PRD, Partito della Rivoluzione Democratica, e del Movimento dei Cittadini, un amalgama di diverse posizioni ideologiche.

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Fig.2 – Il candidato di MORENA Andrés Manuel López Obrador

3. IL POSSIBILE FUTURO FRA SINISTRA E POPULISMO

L’alternativa a quelli che vengono considerati come i partiti della corruzione e del malgoverno è rappresentata tutta dalla nuova figura in auge della politica messicana: Andrés Manuel López Obrador. Soprannominato “el Peje” o AMLO, acronimo del suo nome intero, Obrador non è uno sconosciuto. Già candidato alla Presidenza del Messico con il PRD per la coalizione Por el bien de todos alle elezioni federali del 2006, al termine delle quali arrivò secondo per meno di un punto (venne rifiutato il riconteggio dei voti validi, con conseguenti manifestazioni di piazza, in particolare a Città del Messico), fu nuovamente il candidato alle presidenziali del 2012 per il Movimento progressista (PRD, Partito del Lavoro, Movimento cittadini). Questa volta è il grande favorito, essendo a capo della coalizione di sinistra “Insieme faremo la storia”, formata da Morena, il Movimento Rigenerazione Nazionale (guidato da lui e creato a sua immagine e somiglianza), dal Partito del Lavoro e dal PES, Partito Incontro Sociale.
Inviso soprattutto alla classe imprenditoriale, che paventa una crisi economica senza precedenti se dovesse arrivare a Los Pinos, la residenza dei Presidenti messicani, Obrador è sotto numerosi punti di vista un leader dal forte ascendente personale, la cui sfida richiama alla mente da un lato l’ascesa e le prime fasi di un messaggio socialista proprio delle esperienze di Correa in Ecuador e di Morales in Bolivia, e dall’altro le esperienze antisistema. Secondo la maggioranza degli analisti López Obrador non solo ha avuto successo nello sfruttare la frustrazione e la disaffezione della maggior parte della popolazione messicana contro il PRI, ma ha altresì avuto la sagacia di nascondere i suoi aspetti più radicali, spostando il dibattito su argomenti a lui congegnali. Difatti, nonostante le perplessità sulla negoziazione di un NAFTA già messo in crisi da Trump e sulle politiche anticorruzione e contro il narcotraffico, il vantaggio di López Obrador a meno di un mese dalle elezioni è di circa 20 punti su Ricardo Anaya.
Nemmeno i due dibatti televisivi che si sono tenuti finora ne hanno scalfito il consenso, che si aggira sul 49% delle preferenze. Tuttavia, la vittoria del candidato di MORENA non è ancora una certezza, poiché l’alto tasso di indecisi e la tradizionale volubilità dell’elettorato potrebbero creare lo spazio per una sorpresa. L’elezione sembrerebbe essersi trasformata quindi in una scelta tra la continuità che condanna allo status quo (cui ha però parzialmente contribuito), e un salto verso qualcosa che ancora non è ben noto, ma che è già, questo è certo, divisivo nel Paese.

Alessandro Costolino

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Per capire perchè queste sono le elezioni più importanti anche secondo la BBC, clicca qui. [/box]

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