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In 3 sorsi Nel 1951 a Parigi, su iniziativa dei sei Paesi firmatari, nacque la CECA: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio con lo scopo di sviluppare una strategia comune nel mercato siderurgico. Da allora l’industria dell’acciaio nel mercato interno è profondamente mutata in conseguenza del processo di integrazione europea e dall’attuale minaccia degli Stati Uniti di imporre dazi e quote sulle importazioni.

1. IL MERCATO EUROPEO DELL’ACCIAIO

Il 2018 si è rilevato un anno decisivo per l’industria europea dell’acciaio: la domanda del mercato europeo è stata assorbita dalle importazioni per più del 24%, quando per decenni la quota tendeva a stabilizzarsi intorno al 17%. Per il quarto anno consecutivo le importazioni sono cresciute in maniera  maggiore rispetto alla domanda effettiva del mercato siderurgico. La produzione complessiva annuale di acciaio greggio in Unione Europea ammonta mediamente a circa 160 milioni di tonnellate, registrando una modesta riduzione del 2,4% rispetto al 2015.
La distorsione del mercato siderurgico è in realtà dovuta a un sistema di importazione manipolato da pratiche commerciali scorrette da parte di Paesi esteri. I maggiori partner dell’ acciaio in Europa dal 2016 sono Cina, Russia e Corea del Sud che costituiscono complessivamente più del 50% del totale.
Le esportazioni europee in Paesi esteri sono diminuite di circa il 10%: l’Europa sta lentamente diventando a tutti gli effetti un netto importatore di acciaio dal 2016. Tutti questi elementi dimostrano la forte pressione che l’industria europea sta affrontando, in particolare le pratiche commerciali di Stati terzi come i fenomeni di dumping della Cina.

2. LE PRATICHE RESTRITTIVE DELLA CINA

L’eccessiva produzione di acciaio nel mercato cinese e la massiccia esportazione in terra europea a prezzi anti-concorrenziali è uno dei fattori che stanno distorcendo il buon funzionamento del mercato su scala globale. Le importazioni cinesi dal 2016 sono scese quasi del 20% e un numero sempre più crescente di casi anti-dumping, ovvero di misure di difesa commerciale varate nei confronti di importazioni da parte della Cina che vende prodotti a prezzi bassissimi, è stato affrontato dalla Commissione Europea.

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La Commissione ha inoltre proposto una nuova metodologia di difesa nell’affrontare l’anti-dumping caso per caso, dal momento che la Cina non viene ancora riconosciuta dal WTO come economia di mercato a tutti gli effetti. D’altro canto, dopo una serie di contro-misure europee la Cina ha ridotto le proprie importazioni dall’UE, per poi guardare ad altri Paesi come Iran, India, Turchia e Corea del Sud. Sull’altra sponda dell’Atlantico  l’amministrazione Trump non si è fatta attendere: dal 1 giugno sono stati entrati in vigore le tariffe su acciaio e alluminio a carico delle importazione dall’Unione, Canada e Messico.

3. LA STRATEGIA DI TRUMP

A nulla sono serviti finora i negoziati con l’Unione Europea dal momento che la decisione di imporre le tariffe aggiuntive è stata scongelata dal 23 marzo. La Commissaria svedese per il commercio internazionale Cecilia Malmström ha replicato con toni pacati perché l’Unione non è intenzionata assolutamente a innescare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo deve difendere comunque gli interessi dell’industria europea.

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L’impressione è che Trump cerchi di sparigliare le carte in tavola per ritagliarsi una posizione di vantaggio nelle trattative internazionali, ma soprattutto nei confronti del colosso cinese, il vero grande competitor degli Stati Uniti. Rimangono da capire quali siano i veri interessi dell’industria siderurgica americana che ha prezzi poco competitivi sia verso la Cina che l’UE. La politica protezionistica statunitense rischia quindi di ritorcersi contro la sua stessa industria e assume i contorni di un debito che Trump si era impegnato a pagare al proprio elettorato.
Secondo i dati Bloomberg i dazi sul 25% delle importazioni di acciaio dal Vecchio Continente finirebbero per interessare più di 3 milioni di prodotti finiti e 2 milioni di semilavorati tra cui tubi e cavi per un complessivo di 5 milioni di tonnellate di prodotti europei. La Germania sarebbe il primo Paese in Europa, seguito dall’Olanda, a esportare prodotti finiti e semifiniti in USA. Se in Europa si parla cautamente di contromisure, Trump ha riferito pubblicamente di avere di commissionato delle ricerche per appurare se le importazioni di auto potessero minare la sicurezza nazionale: si tratta di un cavillo per giustificare l’ennesimo provvedimento che mira in realtà a colpire quello che per Trump è il vero obiettivo politico, la Germania. Quest’ultima infatti, così come la Cina, traina il proprio sviluppo economico con le esportazioni e da decenni investe negli Stati Uniti insediando fabbriche automobilistiche. Il concorrente più competitivo che controlla la gran parte del segmento di alta gamma, con marchi come Audi, Bentley, Bugatti, Mercedes-Benz, BMW, esporta più di 1 milione di vetture per un fatturato stimato di 43 miliardi.
Fissare dei dazi significherebbe infliggere un colpo duro all’economia tedesca. La guerra dell’acciaio è ancora alle prime battute, l’Europa si aspetta che siano anche le ultime, ma con il carattere imprevedibile del presidente americano, fare una previsione di quando e come finirà appare quantomeno azzardato.

Francesco Carrara

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