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In 3 sorsi – Nonostante sia uno dei metodi di approvvigionamento energetico più discusso e criticato, il fracking sta aprendo nuove strade per la ricerca energetica mondiale. L’amministrazione statunitense, dopo i tentennamenti degli anni passati, sembra ora persuasa a dare nuovo impulso al suo sviluppo. Questo attivismo della Casa Bianca ha però sollevato dubbi e preoccupazioni di alcuni esperti e suscitato proteste da parte dei movimenti ambientalisti.

1. COS’E’ IL FRACKING?

Il termine fracking, abbreviazione di hydraulic fracking, viene usato per indicare una tecnica che in italiano chiamiamo fatturazione idraulica, che consiste nel pompare all’interno di un pozzo petrolifero un fluido che permette di aumentare la permeabilità della superficie rocciosa, consentendo così di aumentare la facilità di recupero degli idrocarburi contenuti in esso. Il fluido è generalmente composto in misura considerevole da acqua, vari composti chimici e un gas compresso che permette la fratturazione. Le fratture che vengono create in questo modo nel sottosuolo portano alla creazione di microsismi che liberano parte degli idrocarburi. I primi esperimenti rudimentali di fracking vennero effettuati già nella seconda metà dell’Ottocento e la sua validità provata negli anni trenta del Novecento, ma è solo negli ultimi decenni che l’innalzamento dei prezzi del petrolio (prima del crollo del 2014-2015) ha reso economicamente sostenibile tale tecniche.

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Fig. 1 – Fracking in Colorado

2. LO SVILUPPO DEL FRACKING, PREGI PER LA PRODUZIONE E RISCHI POTENZIALI 

I primi utilizzi su scala industriale del fracking si ebbero a partire dalla fine degli anni ’60, proprio quando le teorie del Geologo Mark K. Hubbert iniziavano a diffondersi e a riscuotere successo nella comunità scientifica. I primi test furono effettuati negli Stati Uniti, in Oklahoma, ottenendo risultati soddisfacenti in termini di estrazione di petrolio. Sulla scia di questi successi, il fracking si diffuse rapidamente in Canada e nel nord del Regno Unito: nonostante l’iniziale scetticismo, la sua crescita del ha permesso di allontanare continuamente le la data indicata dalle previsioni drammatiche di Hubbert sulla fine imminente delle risorse energetiche mondiali. Addirittura grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie estrattive, secondo la British Petroleum, dagli anni ’60 ad oggi si sono scoperti due nuovi barili di petrolio per ogni singolo consumato.
Accanto a questi sviluppi, il fracking ha consentito anche l’avanzamento nella ricerca sui gas da argille, anche noti con il nome di Shale Gas. Ad oggi lo Shale Gas rappresenta una delle fonti di approvvigionamento principale per gli Stati Uniti: le proiezioni per il futuro arrivano addirittura a stimare che potrà arrivare a soddisfare più di un terzo del fabbisogno energetico statunitense nei prossimi vent’anni. Inoltre lo Shale Gas è considerato come una fonte di energia molto più affidabile rispetto al carbone, in virtù della ridotta emissione di gas serra derivante dalla sua combustione, secondo quanto riportato dall’Environment Protection Agency. Tuttavia, il metodo del fracking e l’utilizzo dello Shale Gas portano con sé dei possibili rischi ambientali e per l’uomo. A un utilizzo troppo estensivo della tecnica estrattiva, con i conseguenti microsismi a cui facevamo riferimento sopra, viene associato un incremento dell’attività sismica circostante, anche se è stata accertata la correlazione tra fratturazioni idrauliche e terremoti percepiti dagli esseri umani solo in tre casi. Una ricerca pubblicata nel 2013 da Science Direct associa alla pratica un aumento della circolazione di agenti inquinanti e dannosi per la salute nelle aree circostanti. A conclusioni simili è giunta anche la Britannica Public Health England. Per lo Shale Gas, la cui ricerca e produzione era stata fortemente incoraggiata durante l’amministrazione Obama, permangono ancora seri dubbi sul possibile impatto ambientale e sulla riduzione del gas serra disperso.

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Fig. 2 – Una protesta contro il fracking 

3. LE PROSPETTIVE DEL FRACKING E L’AMMINISTRAZIONE TRUMP 

L’attuale Presidenza statunitense ha deciso di mantenere un atteggiamento poco precauzionale su gran parte delle questioni ambientali e climatiche, e il fracking non ha fatto eccezione. Sul finire dello scorso anno il Presidente Trump ha eliminato una serie di regolamenti, introdotti due anni prima dal suo predecessore, sugli standard da utilizzare per effettuare fratturazioni idrauliche su terreni federali. I regolamenti in realtà avevano già incontrato ostacoli durante l’ultimo anno della presidenza Obama, quando un giudice del Wyoming ne aveva bloccato l’applicazione . Lo sviluppo del fracking aveva portato già negli ultimi anni ad un enorme aumento della produzione interna di idrocarburi negli Stati Uniti, a fronte di un aumento dei prezzi al consumo dell’energia piuttosto contenuto. Uno degli argomenti più forti a favore di questa policy è che può portare più rapidamente ad una situazione di indipendenza energetica, un obiettivo costante delle amministrazioni statunitensi da quando lo scoppio della crisi petrolifera degli anni ’70 mise in ginocchio l’economia mondiale e portò il presidente Carter a definire gli sforzi per contrastare la crisi energetica come l’equivalente morale della guerra. Negli anni a seguire, pur con diverse sensibilità ambientali, le diverse amministrazioni che si sono susseguite hanno continuato a perseguire questo obiettivo ambizioso, ancora oggi ben lungi dall’essere ottenuto. Il fracking, pur con tutti i rischi ambientali che potrebbe comportare, è uno dei mezzi più efficaci per raggiungerlo.

Filippo Simonelli

Un chicco in più

Per quanto alcune riviste come Forbes usino esempi gastronomici per cercare di spiegare la differenza tra normale estrazione e fracking, in realtà spesso tali approssimazioni, come in questo caso, risultano errate. La differenza sostanziale infatti è costituita, come indicato all’inizio, dalla permeabilità delle rocce: se un giacimento tradizionale infatti il petrolio può essere estratto in maniera relativamente semplice, grazie alla pressione del giacimento e alla buona permeabilità, per un giacimento di shale oil serve appunto l’aiuto donato dal fracking. Questa differenza implica due conseguenze: la prima è che l’impiego di tecniche di fracking comporta costi superiori rispetto alle tecniche tradizionali (e dunque richiede prezzi di vendita superiori per essere redditizio); la seconda è che un pozzo che usa fracking può essere “fermato” semplicemente smettendo di pomparvi dentro fluidi quando i prezzi sono sfavorevoli, per poi essere riattivato quando sono più favorevoli. Questo non può essere invece fatto per un pozzo tradizionale dal quale il petrolio deve continuare ad essere estratto a meno di non ricorrere a complesse procedure di chiusura dalle quali poi non è così facile tornare indietro. Queste dinamiche spiegano il perché la produzione di shale oil USA oscilli nel tempo a seconda dei prezzi al contrario di quella tradizionale, ed è un fattore anche geopolitico non banale. Ne riparleremo.

Foto di copertina di Casey Hugelfink Licenza: Attribution-ShareAlike License

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Redazione

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